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ANIME PERSE di Umberto Piersanti (recensione)

agosto 3, 2018

ANIME PERSE di Umberto Piersanti (Marcos y Marcos)

La misura breve del racconto per narrare il male

di Anna Vasta

Anime perse, il nuovo libro di Umberto Piersanti (Marcos y Marcos Editore), il poeta cantore di Urbino e delle sue epifanie, ci riporta a un altro titolo, a un altro libro dell’autore, bellissimo, evocativo di luoghi- I luoghi persi-, che si trasformano in un tempo, “ il tempo differente”, della visione e della rêverie. Tempo di poesia; di salvezza e di recupero di tutto ciò che l’uomo perde nel suo allontanarsi  dall’infanzia, beata età dell’innocenza, che nella memoria poetica diventa un luogo, di figure e di vicende, di simboliche appartenenze.

Anche queste anime perse, anime fragili, ferite, offese dal mondo e da sé stesse- le più insanabili delle ferite-, fatte di carne e di sangue, vive e vere come i loro tragici destini di dolore, rabbia, rancore, ricostruiti in brevi, essenziali, stigmatiche narrazioni, perché il pathos  non si diluisca in una stucchevole retorica dei sentimenti; queste anime sommerse dai gorghi dell’esistenza sono portate in salvo dalla forza di attrazione della scrittura. Da una pietas tutta umana che si  addensa in un narrare di classica originaria purezza, scevro da quegl’infingimenti letterari che potrebbero distrarre e allentare la tensione emotiva.

Diciotto storie di ordinaria follia raccolte dal vivo di una comunità di accoglienza del Montefeltro, trascritte da Umberto Piersanti con una fedeltà alla vita  nel suo svolgersi priva di mediazione alcuna, come è della letteratura. La misura breve del racconto, praticata con mirabile maestria, risulta la più idonea a narrare i momenti, gli attimi, gl’istanti in cui si compie un destino; quella foga incontenibile, irriflessa che spinge verso l’abisso. Dopo, una quiete di morte, inconsapevole, innocente.
In una grande Casa immersa nel verde delle colline del Montefeltro alto, una casa con l’orto, le siepi di acacie, le panchine, i bossi di ligustro, i roseti, i campi di grano e i rondoni che sfrecciano rasente alle spighe, una di quelle case patriarcali di un tempo, quando i ritmi del vivere erano scanditi dal succedersi delle stagioni, dall’alternarsi del giorno e della notte, dai mutamenti della luce, dalle vibrazioni dell’aria, dal colore del cielo, sono ospitati i ‘ Matti’ coi loro vissuti dolenti di vittime- carnefici, con il loro risentimento che non trova tregua neppure a delitto avvenuto. Da Emilio, lo psichiatra che uccide per riparare un torto subito, a Enrico che ha tagliato la gola a un pescatore per una battuta canzonatoria futile, ma che ha scavato  nel rimosso delle sue frustrazioni, a Marco che uccide a coltellate il vicino che gli rubava la terra.  Perché la terra è il peccato più grosso, più che andare con la moglie di un altro, più che fregare i gallinacci e le pecore, e anche più grave che ammazzare. Da Claudia, mater dulcissima, che pone fine con le sue stesse mani ai giorni martoriati di Lucia, l’amatissima figlia devastata da un morbo oscuro, a Luisa, sfregiata nel corpo e nell’animo da una violenza cieca, ottusa, da cui è difficile difendersi, perché inestricabilmente legata ad affetti naturali, elementari, insopprimibili: quelli di una figlia verso il proprio padre. Un amore filiale che resiste  agli  abusi, ai maltrattamenti, alle mortificazioni, ai sensi di colpa, al rancore, sino a mutarsi in tristezza per la sua morte. Perché la morte lava tutte le colpe, e ci trasporta dove non si sa, ma dove niente più conta di quello che è successo nella vita. La vita è senza senso, pensa Luisa; ma dalla finestra  la luna, malgrado tutto, le appare grandissima e luminosa.
Non è solo Luisa a trovare una qualche consolazione nella natura, nel mare sconfinato, dove si può vivere ignorando il  tempo  e le faccende, o in certe giornate luminose di maggio che l’aria profuma di fiori e i rondoni alle vetrate sembrano impazziti, o in quei cieli azzurri di settembre colmi di pacificata bellezza, o nel tenero giallo dei favagelli di marzo, appena spuntati tra i greppi e i fossi della campagna urbinate. E qui dietro il narratore che registra senza commenti o divagazioni le ragioni, i moventi dell’agire umano, s’intravede il poeta di natura, il lirico cantore delle Cesane, dei campi a perdita d’occhio, della casa in fondo al fosso, di Madìo, il bisnonno dagli occhi cerulei e dai capelli biondi e lunghi, di Jacopo, il figlio irretito, perduto in un sogno arcano, e delle altre  figure di poesia che popolano il suo visionario universo.

Tutte le storie alla fine  si ricompongono  in un quadro d’insieme dove i Matti della Casa  delle siepi perdono la loro eccentricità di malnati, di marginali dell’esistenza, di diversi; e pur  nella singolarità e unicità dei loro personali drammi, finiscono col rassomigliare a chi  vive oltre la siepe- labile confine di separazione-, tanto da suscitare un moto di francescana compassione, come tra tutti i nati sotto il medesimo cielo.
A ciglio asciutto – sunt lacrimae rerum – Umberto Piersanti ricostruisce a posteriori  come in una tragedia greca, gli accadimenti, il più delle volte interiori, che hanno mosso ad atti di sanguinaria ferocia, persone miti, normali, tranquille in apparenza, come le acque chete che per un qualche accidente s’intorbidano, rompono gli argini, tracimano in una piena rovinosa.
E non  servono nemmeno la cura, l’assistenza vigile e premurosa, le atmosfere arcadiche della grande Casa nel verde dove vengono accolti dopo anni di finestre alte dalle sbarre di ferro, a placare i demoni che li rodono tormentosi- un’offesa, un torto, un fondo risentito, esacerbato del carattere, il senso doloroso di un disordine delle cose,  da sanare-, sempre in agguato e pronti a colpire, per ripristinare un equilibrio infranto.
Questo raccontare per bocca altrui, seguendo il filo aggrovigliato di pensieri ossessivi, ripercorrendo le vie tortuose di un’emotività repressa, bloccata, senza interferire con suggerimenti di lettura e riflessioni soggettive, conferisce un’oggettiva sostanza di verità alle vicende di dolore, di solitudine, d’infelicità latente e subdola, che la finzione letteraria solleva dalle contingenze del tempo e dello spazio in una prospettiva di sguardo universale sull’uomo e i grandi temi dell’uomo. L’amore, nelle sue varie declinazioni, dalle più basse alle più alte, il male, non quello astratto della morale religiosa, ma il male ordinario della più bieca quotidianità. la perdita, lo scacco  degli slanci, degli affetti, delle speranze, la morte, data e ricevuta, subita comunque, anche quando agognata come suprema pacificazione.
Un raccontare quasi impersonale, ma non distaccato, anzi concentrato, denso di echi e risonanze, di simboli e visioni, come è della scrittura dei poeti.

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42_PiersantiUmberto Piersanti è nato a Urbino, dove tuttora vive e insegna. Considerato tra le figure maggiori della letteratura italiana contemporanea, ha pubblicato numerose raccolte poetiche (ricordiamo in particolare I luoghi persi, Einaudi 1994 e L’albero delle nebbie, Einaudi 2008), saggi e opere di narrativa (l’ultima, Cupo tempo gentile, Marcos y Marcos 2012, ambientata a Urbino tra il 1967 e il 1969, evoca gli anni cruciali della contestazione); è anche autore di film (L’età breve, 1969, Sulle Cesane, 1982). Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato la raccolta di poesie Nel folto dei sentieri (premio Cavallini 2017).

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