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FRANCESCO TARGHETTA racconta LE VITE POTENZIALI

agosto 4, 2018

FRANCESCO TARGHETTA racconta il suo romanzo LE VITE POTENZIALI (Mondadori)

romanzo finalista al Premio Campiello 2018 (Premio Selezione Campiello) – vincitore del Premio Berto 2018

di Francesco Targhetta

L’idea de Le vite potenziali nasce nel 2013 dal mio interesse verso i nerd. Ne ero circondato sin dal liceo, ma mi rendevo conto che quel tipo umano, pur tra molte continuità, aveva una collocazione e reputazione sociale ormai diversa rispetto agli anni ‘80/’90: sebbene gli smanettoni rimanessero per lo più introversi, goffi, impacciati e ignorati dalle ragazze, al contempo avevano assunto un ruolo centrale in un mondo sempre più tecnologizzato. Al di là dei casi più eclatanti, da Mark Zuckerberg a Bill Gates passando per Steve Jobs, ossia nerd diventati influenti e iconici a livello mondiale, anche su piccola scala era evidente come i programmatori fossero tra i pochi ad avere infinite possibilità di lavoro e un buon riconoscimento economico. Eppure tra loro continuavano a esserci molti ragazzi timidi, un po’ autistici, visibilmente a disagio nel paradigma che proprio a loro spettava di incarnare. Mi sembrava un attrito fertile dal punto di vista letterario, sicché ho iniziato a frequentare l’azienda di consulenza informatica che un mio carissimo amico gestiva assieme ad alcuni soci a Porto Marghera.
Le vite potenzialiA quel punto è scattata un’altra molla per me decisiva quando si tratta di iniziare un nuovo progetto di scrittura, ossia l’innamoramento per un luogo: Marghera, che, da trevigiano che ci vive a 20 chilometri di distanza, avevo sempre ignorato (perché, d’altronde, andarci?), è stata una scoperta straordinaria, per altre contraddizioni da cui è marchiata in modo evidente. Anzitutto, la convivenza di vecchio e nuovo: scheletri di capannoni e fatiscente archeologia industriale sono affiancati dal polo scientifico e tecnologico del VEGA, dove si lavora sulle nanotecnologie o sulla produzione di beni, come i siti internet, ormai del tutto smaterializzati. Da un lato è un luogo che si va spegnendo, come buona parte del Petrolchimico, dall’altro è un centro di start-up. E poi mi colpiva, a livello più propriamente estetico, la componente sublime del suo paesaggio: la mastodonticità di certi suoi scorci e la sua natura anfibia (le gru e i canali, i carriponte e i tramonti sull’acqua, il profilo delle ciminiere e quello dei campanili di Venezia) la rendevano ai miei occhi un posto unico, mai visto altrove, e vivissimo proprio in virtù dei suoi continui contrasti.
Mi ritrovavo, a quel punto, con un personaggio e un luogo, ma mi mancava la storia. Qualcosa, in testa, avevo già, ma per svilupparlo in modo più lucido mi è servito, come dicevo, frequentare l’azienda del mio amico: entravo senza farmi notare (erano tutti concentrati sui propri pc), mi piazzavo in un angolo con un bloc-notes, una penna e un libro con cui distrarmi, e osservavo, segnavo alcune conversazioni, registravo il gergo dei dipendenti e me lo facevo spiegare, insomma, quasi come un antropologo, diventavo pian piano programmatore anch’io. È in quella fase di osservazione che sono nati gli altri due personaggi principali del romanzo, ossia Alberto e GDL (Luciano ne era il nucleo originario: Solo Luciano è il titolo con cui il file è rimasto a lungo archiviato nel mio computer), rispettivamente l’imprenditore a capo dell’azienda e il pre-sales, ossia il procacciatore di nuovi clienti. I ragazzi dell’azienda, con cui ormai mi univo a pranzo e a qualche aperitivo alla fine delle giornate di lavoro, cominciavano ad aprirsi di più con me, a spiegarmi le loro storie, le loro adolescenze più o meno bullizzate, a mostrarmi gli appartamenti aziendali in cui vivevano durante la settimana: naturalmente molte di queste esperienze e molto del materiale raccolto in questa fase sono rimasti inutilizzati, ma il loro contributo alla costruzione del libro è stato, nella sua magmaticità, fondamentale. Per potermi calare come scrittore in un contesto che ignoravo quasi del tutto, avevo un gran bisogno di quella pletora di dettagli e piccole narrazioni. È stata quella rete di persone, soprattutto, a suggerirmi il filo narrativo che ho deciso di dare al romanzo.
Al nucleo tematico aziendale ho poi affiancato quello sentimentale, e in questo caso lo spunto è stato ancora più casuale: in altre proporzioni e con altri esiti rispetto a quelli raccontati nel libro, la storia che lega Luciano a Matilde è successa proprio a me. È avvenuto, cioè, che, andato a Marghera per raccogliere storie altrui, abbia finito per viverne una, o quantomeno sfiorarla, in prima persona. D’altronde non volevo modificare un altro dei nuclei originari del romanzo, ossia la focalizzazione su un personaggio escluso dall’amore: il poco attraente Luciano rappresenta quell’umanità così numerosa ma poco raccontata dalla letteratura o dal cinema che l’amore lo vive sempre in termini asimmetrici, senza essere ricambiata, ma senza perciò perdere la speranza di poter, un giorno, fare felice qualcuno.
Una volta rivisti gli appunti e tracciato un ideale sviluppo del romanzo, toccava scegliere tono e registro. In realtà avevo chiara da subito l’intenzione di controbilanciare il contenuto e l’ambientazione iper-contemporanei del libro con una scrittura controllata e tradizionale, dal sapore quasi classico: concinnitas, subordinate, lessico preciso, nessuno sperimentalismo. Era, forse, il mio modo di reagire di fronte a quell’immersione nella tecnologia. (Una specie di rifiuto sublimato, mi viene fatto di pensare ora).
Ho iniziato a buttare giù qualche pagina nel giugno 2015, dopo due anni di documentazione. Dal momento che in precedenza avevo scritto soltanto poesia, non sapevo orientarmi bene nell’organizzazione del lavoro: non dovevo soltanto dirimere quelle questioni narratologiche che si presentano sempre prima della stesura vera e propria di un romanzo, ma anche capire come si scrive in prosa nella pratica quotidiana. O meglio, come lo avrei fatto io. È stato un processo, dunque, non sempre lineare, che ha trovato una sua stabilizzazione dopo un po’ di tempo e pagine (e, per quanto l’editing abbia corretto molti squilibri e dismisure, credo che la prima parte del romanzo porti ancora i segni di questa ricerca, cosa che non mi dispiace affatto: amo i difetti). Una ventina di pagine, ad esempio, nate da un’urgenza più lirica, sono state scritte prima dell’inizio vero e proprio della stesura, sicché curavo poi di inserirle nella storia man mano che procedevo.
Solo a romanzo concluso ho cercato un editore, e l’incontro con Mondadori è stato particolarmente felice, visto che ci lavorava Linda Fava, con la quale avevo già fatto l’editing al romanzo in versi. Solo ora, a quattro mesi dalla pubblicazione, credo di essermi distaccato a sufficienza dal romanzo per vederlo da fuori, e direi che il suo senso, al di là della trama e dei personaggi, stia soprattutto nel tentativo di comprendere il nostro tempo e il nuovo paradigma dell’accelerazione e della iper-connettività che lo caratterizza. In una parola, è un romanzo sugli effetti del tardo capitalismo sulla nostra vita quotidiana: la cornice nella quale è nato è quella delineata dai saggi di Harmut Rosa (Accelerazione e alienazione), Jonathan Crary (24/7), Mark Fisher (Realismo capitalista). Se c’è cupezza, c’è anche, però, il tentativo di trovare una via d’uscita che non sia regressiva e fuori dalla storia. Le risposte rimangono aperte: in un quadro di vite potenziali non poteva essere altrimenti.

(Riproduzione riservata)

© Francesco Targhetta

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La scheda del libro
Al centro di questo romanzo ci sono tre vite, tre visioni del mondo, tre modi diversi e complementari di sopravvivere alla contemporaneità. Il loro spazio è la Albecom, azienda informatica che sorge alla periferia di Marghera; l’ha fondata, ancora giovanissimo, Alberto, “trentaquattro anni, apprezzata abilità nell’assemblare mobili Ikea, una passione per la buona tavola e il culto della chiarezza”. Tra i programmatori che lavorano per lui c’è Luciano, con cui Alberto condivide l’amore per internet fin dai tempi del liceo. Ma, a differenza dell’amico, Luciano si trova a suo agio dietro le quinte: schivo e paralizzato dalla propria scarsa avvenenza, si rifugia nel lavoro e nel rifocillamento dei gatti randagi di Marghera, tormentato solo, di tanto in tanto, dal desiderio di avere qualcuno da rendere felice. A completare il triangolo c’è Giorgio, il pre-sales dell’azienda, procacciatore di nuovi clienti: “percorso da un brivido di elettricità sempre”, tiene nel cruscotto della macchina L’arte della guerra di Sun Tzu, che consulta come un oracolo.
E così, mentre Luciano allaccia con Matilde, barista della tavola calda di fronte alla Albecom, un’amicizia presto caricata di nuove speranze e Giorgio riceve una proposta sottobanco da un vecchio collega, le giornate dei tre amici si intrecciano in un groviglio di segreti e tradimenti che si dipana tra la provincia veneta e le città di mezza Europa e che li costringerà, infine, a compiere scelte sofferte e decisive.
Francesco Targhetta, già protagonista di un piccolo caso letterario con il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie, si cimenta ora nell’impresa ambiziosissima di ritrarre il nostro presente in continuo divenire, attraverso lo sguardo di un gruppo di trentacinquenni che – con un piede intrappolato nel mondo del web e uno ben piantato nei sobborghi in cemento di quello reale – cercano timidamente di costruirsi un futuro. Per mezzo di una prosa esatta e al tempo stesso intima, crepuscolare, questo romanzo si interroga su cosa stiano diventando le nostre vite, deviate e attratte ogni giorno da mille potenzialità, e su cosa potremmo diventare noi, chiamati insieme al dovere di essere felici e a quello di accelerare sempre di più la velocità del mondo.

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Francesco Targhetta (Treviso 1980) è professore di lettere alle scuole superiori. Ha pubblicato un libro di poesie, Fiaschi (ExCogita 2009) e un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn 2012). Nel 2014 ha vinto il premio Delfini e il premio Ciampi (da cui la plaquette Le cose sono due, Valigie Rosse 2014). Le vite potenziali (Mondadori 2018) è il suo primo romanzo in prosa.

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