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ORA DIMMI DI TE di Andrea Camilleri (recensione)

agosto 30, 2018

https://i0.wp.com/www.giunti.it/media/f40bac4aa67346f9a3ab36ad2c250718b08676.jpgORA DIMMI DI TE. Lettera a Matilda” di Andrea Camilleri (Bompiani)

di Gianni Bonina

Matilda è la pronipote di Andrea Camilleri. Quando l’anno scorso l’autore pensò di raccontarle la propria vita, lei aveva quattro anni, per cui si suppone che – nelle intenzioni dell’autore – debba leggere la lettera a lei diretta (divenuta un libro Bompiani, Ora dimmi di te, concepito anzi come tale) almeno fra mezza dozzina di anni, quando potrà davvero capire cosa è stato il fascismo, cosa il comunismo, l’Italia del nostro tempo e la vita stessa nella visione che il bisnonno le ha rappresentato.
Ad ogni modo, anche quando avrà una decina di anni, Matilda si farà l’idea di un mondo essenzialmente violento e sbagliato, ma soprattutto vedrà nel suo celebre antenato, longevo e amorevole, non esattamente un buon esempio da seguire: avrà davvero il piccolo Andrea letto a sei anni Simenon e Conrad (sviluppando ben precocemente un torbido rapporto con i morti ammazzati e maturando con strepitosa arguzia la filosofia della linea d’ombra), ma certamente è stato alquanto discolo se scoloriva la pagella per ingannare i genitori, scriveva a dieci anni al Duce per chiedere di partire volontario in Abissinia, si prendeva un calcio dal ministro Pavolini per aver interrotto una cerimonia pubblica e chiesto la rimozione della bandiera nazista, marinava anche per tre mesi la scuola per andare a leggere romanzi alla Valle dei templi, capeggiava una banda di monelli contro un’altra, lanciava uova contro il Crocifisso per lasciare il collegio, si faceva espellere dall’Accademia per aver fatto l’amore con una allieva, perdeva il posto in Rai per essersi fatto conoscere come comunista “violento e pericoloso” e chiedeva una pistola in un bar per rispondere al fuoco dei killer autori di un raid mafioso.

Matilda avrà però motivo per apprezzare in lui il convinto senso di solidarietà umana e di eguaglianza sociale, le ragioni di una religione laica sostenuta dal credo nell’uomo, una certa generosità nei confronti soprattutto dei giovani in carriera, la propensione all’ascolto, la disposizione verso “l’altro”, l’amore e la fedeltà coniugali, l’attaccamento alla famiglia e alla casa; e ne ammirerà il talento di giovanissimo poeta, di studioso di teatro, di docente di drammaturgia, di dirigente di spettacoli televisivi, di regista e infine di scrittore, invidiandone perché no una vita fortunata e felice, avventurosa e vissuta nella pienezza, costellata di successi e di soddisfazioni, magari convenendo alla fine con due dei valori di modestia riportati nella lettera: il primo, preso da Montaigne, per cui “più in alto si sale e più si mostra il culo”, a riaffermare l’effimero del successo; il secondo, ammesso a se stesso e più volte in passato ripetuto, di non essere un grande scrittore, essendo in realtà portato – come lui dice – a costruire chiesette di campagna anziché cattedrali.
Forse la storia della letteratura non conterà Camilleri tra i grandi (preferendo tenerlo nella cerchia degli intrattenitori, a motivo dell’esorbitante prevalenza del commissario Montalbano, divenuto personaggio più mediatico che letterario: fatto di cui Camilleri è ben consapevole), ma la storia d’Italia non potrà ignorare un autore che solo in Italia e solo per una casa editrice ha venduto quasi venti milioni di copie e ha scritto oltre cento libri il cui principale effetto è stato di influenzare il gusto degli italiani.
Scrivendo alla pronipote, Camilleri si è piuttosto proposto di spingere i giovani di domani a farsi portatori di un cambiamento che la sua generazione, figlia delle guerre e delle disuguaglianze, non è riuscita a favorire. Ma la lettera che le scrive, più che un ammaestramento e un incoraggiamento, appare nel segno del documento testimoniale se non del testamento morale e spirituale, fondato sull’immaginario invito della bambina a parlarle di lui: lo stesso invito che alla fine lui rivolge a lei, nella prospettiva di stabilire un dialogo tra generazioni distanti che molto ricorda le ore trascorse da Camilleri a parlare col padre morente in un’atmosfera di riconoscimento e di identificazione.
Giunto nel 2017 a novantadue anni, il padre di Montalbano sente che deve creare un ponte con il futuro, perché vuole che non siano dispersi il patrimonio di esperienze personali e il bagaglio di aspettative e progetti che costituiscono il suo contributo al miglioramento dei destini degli uomini, e individua la più piccola della sua famiglia affidandole una missione di salvezza. Ma nello stesso tempo Camilleri sente di dover integrare la sua biografia, finora resa per episodi sparsi qui e là, fissando anche i punti del suo “vangelo” civile entro una sorta di orazione ghibellina e illuminista ispirata alla ragione e al credo nell’umanità. In numerose opere Camilleri ha già raccontato di sé, da Gocce di Sicilia a Il gioco della mosca, da La testa ci fa dire a  La linea della palma, da Racconti quotidiani a Favole del tramonto, da Le parole raccontate a L’ombrello di Noè, pervadendo della propria biografia anche alcuni romanzi, da La pensione Eva a La presa di Macallé, da Privo di titolo a Il casellante, ma stavolta ha voluto svuotare il serbatoio dei ricordi, offrendosi alla memoria – più del suo pubblico che della piccola Matilda – nei panni di Rousseau che con le sue Confessioni rivela di sé anche il lato meno encomiastico.
E che questo sia il vero intento del libro, giunto non per caso a una gagliarda e veneranda età, ci viene prova dal silenzio che Camilleri osserva circa episodi già noti della sua vita soprattutto infantile che sarebbero stati ben più appropriati alla sensibilità di una bambina: tace infatti del “mirmecoleone”, essere fantastico, mezzo leone e mezza formica, che la nonna Elvira invitava il piccolo Andrea a cercare sotto terra; nulla dice dei mostri le cui apparizioni un fantasioso villano, Minucu, gli rendeva reali e fantasmagorici; nulla riferisce dei suoi luoghi, la Scala dei turchi, la casa di campagna, la linea ferroviaria, tutti topoi della sua educazione giovanile; e poco racconta del padre, dei cui rapporti piuttosto confusi sappiamo da altre sue fonti, qui tuttavia offerto nella luce migliore, figura insostituibile e decisiva per la sua formazione. Scopriamo per esempio perché Montalbano in Il ladro di merendine non va per il dolore a vedere il padre morente e quel che fa è comprare un cartoccio di ceci abbrustoliti e andarsene al molo: nella realtà Camilleri, appresa dai medici la notizia che al padre restano pochi mesi di vita, se ne va fino a sera a giocare a flipper per stordirsi e non pensarci, per poi non muoversi più dal suo capezzale.
Un pretesto dunque la lettera alla pronipote per dire di sé al mondo e dare al mondo la sua visione delle cose. Con struggimento, una vena sottile di rimpianto e una dote di ottimismo che gli instilla una speranza sul futuro. Un libro, Ora dimmi di te, da immaginare mentre viene dettato dall’autore cieco, centellinato parola per parola come grani di un rosario laicale, distillato dal fondo di una coscienza irenica e soterica messa di fronte al mistero della vita e al suo rovescio, un ticket che viene staccato al momento della nascita: «Un invisibile foglietto sul quale c’è stampato tutto il nostro futuro, l’infanzia, la giovinezza, la maturità, le malattie, le disavventure, la vecchiaia, la morte. È tutto scritto». L’ateo Camilleri che non crede nell’Aldilà ora crede forse nella predestinazione, nel fato voluto dal Cielo? Se tutto è scritto, tutto è anche voluto da qualcuno che può tutto. Questo penserà Matilda quando alzerà un giorno gli occhi dal libro e si chiederà se il grande bisnonno non sia stato alla fine illuminato da qualche raggio della Provvidenza.

Andrea Camilleri
Ora dimmi di te
pp. 112, euro 14
Bompiani, 2018

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La scheda del libro
Che cosa rimarrà di noi nella memoria di chi ci ha voluto bene? Come verrà raccontata la nostra vita ai nipoti che verranno?

Andrea Camilleri sta scrivendo quando la pronipote Matilda si intrufola a giocare sotto il tavolo, e lui pensa che non vuole che siano altri – quando lei sarà grande – a raccontarle di lui. Così nasce questa lettera, che ripercorre una vita intera con l’intelligenza del cuore: illuminando i momenti in base al peso che hanno avuto nel rendere Camilleri l’uomo che tutti amiamo. Uno spettacolo teatrale alla presenza del gerarca Pavolini e una strage di mafia a Porto Empedocle, una straordinaria lezione di regia all’Accademia Silvio D’Amico e le parole di un vecchio attore dopo le prove, l’incontro con la moglie Rosetta e quello con Elvira Sellerio… Ogni episodio è un modo per parlare di ciò che rende la vita degna di essere vissuta: le radici, l’amore, gli amici, la politica, la letteratura. Con il coraggio di raccontare gli errori e le disillusioni, con la commozione di un bisnonno che può solo immaginare il futuro e consegnare alla nipote la lanterna preziosa del dubbio.

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Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle nel 1925, ha dedicato la sua vita al teatro e ha avuto tre figlie, molti nipoti, e – con Matilda e il piccolo Andrea – bisnipoti. È anche il padre del Commissario Montalbano e di innumerevoli altri personaggi e racconti tradotti e amati in tutto il mondo.

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