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LE RADICI PROFONDE NON GELANO: intervista a Matteo Bua

settembre 3, 2018

Le radici profonde non gelano. Adrano e San Nicolò Politi 1117-2017” (Algra editore): intervista a Matteo Bua

intervista a cura di Francesca Politi

Fresco di stampa, destinato a costituire un testo “obbligatorio” per tutti coloro che vogliono approfondire la figura di San Nicolò Politi, “Le radici profonde non gelano. Adrano e San Nicolò Politi 1117-2017” è anche un libro moderno, con approfondimenti culturali e storici che piaceranno anche ai non addetti ai lavori.
Il libro nasce dal lavoro di ricerca, approfondimento e divulgazione storica, scaturiti dal dibattito su San Nicolò in occasione del Novecentenario dalla nascita del santo, durante il Mese della Cultura 2017 organizzato ad Adrano lo scorso anno, che ha visto la partecipazione di numerose personalità di spicco in ambito storico e culturale. Dalla collaborazione tra il professore Matteo Bua e il medievalista Marco Leonardi, i curatori, è nato un testo con un approccio innovativo alla figura di un santo, di cui si è parlato per secoli e di cui si è scritto ancora troppo poco.

F: “Le radici profonde non gelano…”. Un titolo audace, da dove nasce?
Matteo-BuaM: La frase è tratta dal celebre libro di Tolkien “Il Signore degli Anelli” e l’abbiamo scelta perché calza a pennello a questa pubblicazione, che ha come fine quello di ritrovare le radici identitarie di una società, guardando ad una civiltà antica e per molti versi dimenticata.
È necessario risalire alle radici profonde che “non gelano”, in quanto per molto tempo tale storia, intesa come passato, è stata in gran parte ignorata.
Un approccio errato alla conoscenza storica, viziata da pregiudizi ideologici e/o culturali, ha generato, soprattutto sulla figura di San Nicolò, una commistione tra storia e leggende popolari, che ha nuociuto fortemente alla prima.
Dicendo ciò non voglio sconfessare il valore delle tradizioni orali, valide fino a quando non alterano e non si sostituiscono alla storia.
A ciò bisogna aggiungere il danno arrecato dalla rete in ogni ambito della comunicazione, che si nutre di una messaggi superficiali e mai ragionati.
La ricerca delle radici, guidata da un rigore metodologico, è appunto la ricerca di una “identità” che è necessariamente una cosa diversa, perchè profondamente spirituale.
San Nicolò rappresenta le nostre “Radici”, perché parla anche agli uomini del nostro tempo, invitandoli a scandagliare i meandri della propria anima e a sfuggire le pulsioni biochimiche che li attanagliano.  Il concetto che abbiamo voluto, con questo testo, riscoprire e approfondire è quello di “Radici”, in senso individuale e comunitario, che accomunano tutti gli esseri umani, in quanto dotati di un’anima.

F: Un testo su San Nicolò che si colloca ben al di là delle varie posizioni campanilistiche. Quale è l’obiettivo che vi siete posti?
M: Le posizioni campanilistiche sono già state superate da molto tempo, sia da parte della comunità di Adrano, che da quella di Alcara Li Fusi.
La maggior parte degli studiosi che hanno contribuito alla stesura del libro non sono né adraniti, né alcaresi, a esclusione di alcuni interessanti contributi di autori provenienti dalle due comunità di appartenza del santo.
Il campanilismo è roba d’altri tempi e non serve mai ad esaltare una figura, quale ad esempio quella di un santo, ma solo a rivendicare il campanile più alto, che risulta essere sempre quello della propria città. Nella prospettiva di uno storico sarebbe il colmo se si lavorasse in un’ottica di “campanile”…
Lo sforzo dello storico è quello di tentare, in nome del rigore metodologico, di superare i presupposti ideologici e di appartenenza, che possono viziare la narrazione.
A volte non si riesce appieno a conseguire tale obiettivo, ma è nel suo ruolo tentare di farlo.
Il dato oggettivo è che San Nicolò non può essere decontestualizzato. È figlio del suo tempo, della sua cultura che era quella greca di Sicilia, quella dell’età normanna, nonché quella che aveva ricevuto dalla famiglia paterna e che non ha mai smarrito.
Sarebbe potuto diventare un presbitero, frequentando il seminario a Catania e avere una vita sicuramente più “comoda”. Ma, con coraggio, non ha rinunciato a seguire la sua vocazione, secondo gli indirizzi della sua cultura di appartenenza, in un’area qual è quella dei Nebrodi, in cui vi era la maggiore concentrazione di centri spirituali basiliani. Per tale ragione e in egual misura San Nicolò può essere considerato profondamente etneo, ma anche e innegabilmente nebroideo.

F: Un libro storico che aiuta ad inquadrare il contesto nel quale si è formata la personalità del santo eremita. Che cosa vi auspicate con la diffusione di questo libro?
M: Innanzitutto che il libro sia diffuso. In un’epoca di rifiuto della cultura come quella in cui viviamo, scommetere sui libri è sempre un atto di coraggio e per questo dobbiamo ringraziare Alfio Grasso, il nostro editore. Sia il mio lavoro, sia quello di Marco Leonardi, è stato mirato a far intendere che San Nicolò, santo mistico ed eremita, non è un fiore nel deserto, ma è il prodotto di una civiltà spiritualmente ricca, profonda e ancora poco conosciuta. La santità è poi l’espressione di una propensione all’assoluto e alla trascendenza, senza rinnegare la natura umana e l’amore per il mondo. Abbiamo voluto evidenziare questi aspetti, facendone emergere l’assoluta compatibilità.
Se si riuscisse a veicolare questo messaggio credo che il nostro sforzo (e di tutti coloro che hanno offerto il proprio contributo alla pubblicazione) verrebbe appagato. Poi naturalmente vi è il più sublime dei piaceri per chi si occupa di storia: il piacere della ricerca! Buona lettura.

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Matteo Bua è nato a Catania nel 1966, ha conseguito la Laurea in Filosofia presso l’Università di Catania e insegna Discipline Letterarie presso l’ITS “P. Branchina” di Adrano. Ha diretto il periodico “Nuovapolis” ed è stato presidente dell’Associazione omonima. Ha svolto attività politica nella città di Adrano. Ricopre l’incarico di consulente a titolo gratuito per le attività culturali presso il Comune di Adrano. Nello svolgimento di questo incarico ha, fra le varie attività svolte, organizzato tre edizioni del Mese della Cultura.

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