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LO CHEF DEGLI CHEF di Mario Falcone: incontro con l’autore

settembre 10, 2018

LO CHEF DEGLI CHEF di Mario Falcone (Meridiano Zero): incontro con l’autore

Mario Falcone presenterà il romanzo “Lo chef degli chef” nell’ambito degli eventi del Festival Naxoslegge domenica 23 settembre, h. 18:30, al Lido di Naxos, Giardini Naxos (Me). Dialogheranno con l’autore: Cristina Marra e Maurizio Micari

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Mario Falcone, tra gli sceneggiatori più noti in Italia, ha firmato alcune delle fiction televisive di maggior successo e vinto numerosi premi nazionali e internazionali.
Da qualche anno organizza workshop di sceneggiatura e scrittura creativa ed è inoltre un apprezzato Writing Coach. In qualità di scrittore ha pubblicato i romanzi: “L’alba nera” – Fazi Editore 2008 (pubblicato in Francia da Edition la Table Ronde) e “Un’amara verità” – Atmosphere Libri – 2013 (romanzo vincitore del Grangiallo a Castelbrando 2013).
Il nuovo romanzo di Mario Falcone si intitola “Lo Chef degli Chef” ed è pubblicato da Meridiano Zero.

Abbiamo incontrato Mario Falcone e gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su questo suo nuovo romanzo…
(Alla fine del post proponiamo un ampio estratto del libro)

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«“Lo chef degli chef” vuole essere paradossalmente un atto d’amore verso un mondo che amo: quello del cibo», ha raccontato Mario Falcone a Letteratitudine.  «Il grido di un amante deluso nei confronti di un universo che, specie nell’ultimo decennio, coinciso con la comparsa dei talent culinari, a mio avviso rischia di snaturare completamente quella che è sempre stata la sua mission originaria (nutrimento del corpo, dell’anima, comparto produttivo, fiore all’occhiello del nostro Paese) per approdare in terreni sempre più incomprensibili al grande pubblico; ai palati che richiedono gusti semplici, genuini e ben riconoscibili come il mio, ad appannaggio di ristrette schiere di gourmet (o presunti tali) gastrofighetti, riccastri di ogni latitudine che la cucina più che affidarla alle papille gustative e ai sensi, la demandano agli occhi e alle parole con la complicità di chef, molti dei quali hanno barattato il loro posto dietro ai fornelli per quello di fronte a una telecamera o a una macchina da presa.

Il romanzo nasce dall’esigenza di “scuotere la coperta” di un ambiente sempre più autorefenziale dietro cui si cela un mondo di precari, stagisti, foodblogger  che scrivono sempre lo stesso articolo usando sempre le stesse parole (memoria, territorio, gioco, nonna, radici, stagionalità, percorso) per finire a chef che propongono piatti che non hanno ne capo né coda. Per compiere questa operazione ho scelto di affidarmi al genere thriller che, a mio avviso, più si confaceva con la storia che avevo in mente di scrivere. E così è nato “Asso”, l’aspirante chef  che poi si trasforma in serial killer che rapisce, interroga, uccide e cucina gli chef usando parti del loro stesso corpo.

Il romanzo è ambientato a Roma, una città sempre bella, accogliente, sensuale e unica, ma che da anni soffre di un male oscuro che ne sta irrimediabilmente segnando il suo lento declino. Ed è in questa Roma, spesso spettatrice passiva dello spettacolo messo ogni giorno in scena da chi ne calpesta le strade, che nasce e prende corpo il folle progetto di “Asso”.

A contrastare la sua criminale azione troviamo Michela Serrano, una giovane foodblogger, pianista mancata, figlia di un noto ristoratore ormai deceduto e compagna di Sandro Cecchin, il primo chef stellato che viene rapito da “Asso”, e due dei migliori investigatori della Polizia di Stato: il commissario Max Rosati e l’ispettore Giorgio Scuderi. A coordinare le indagini ci sarà Lorenzo Canfora, un magistrato sui generis, amante del cinema d’autore degli anni ’70.

Per quanto concerne lo sviluppo della narrazione mi sono avvalso dello schema classico dei gialli che prevede la creazione di false piste fino a giungere al colpo di scena finale e quindi all’individuazione del serial killer.

Per descrivere i personaggi ma anche per il linguaggio usato e per la tessitura della trama e delle sottotrame, mi sono permesso di cercare l’ispirazione in quel pozzo delle meraviglie che è il cinema dei fratelli Ethan e Joel Coen, di cui sono un ammiratore della prima ora. Spero mi perdoneranno».

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Estratto del romanzo “Lo chef degli chef “ romanzo di Mario Falcone (Meridiano Zero 2018)

6.

Due corpi nudi e sudati, si muovevano nella penombra, disegnando figure astratte sui muri bianchi di una stanza da letto. Lei era prona, la testa affondata tra un paio di cuscini, gemeva di piacere e pensava all’attimo in cui la panna viene incorporata delicatamente alla crema pasticcera al fine di ottenere un’ottima Chantilly; lui, le mani tenute saldamente sui fianchi torniti della donna, si muoveva dentro di lei, ora lentamente, ora freneticamente, affinché il piacere della compagna durasse il più possibile e intanto si ripassava in mente la battuta chiave del suo film preferito: -Al mio segnale scatenate l’inferno.-
La stanza era percorsa dalle note struggenti del bandoneòn di Astor Piazzolla che eseguiva una versione strumentale di “Volver”[1]; per terra, vicino a indumenti intimi gettati alla rinfusa, un paio di contenitori di cartone di un take away cinese, due bottiglie di “Becks” vuote e un posacenere con una canna fumata a metà, erano lì a testimoniare che c’era stato un “prima”.
D’un tratto, il display di uno smartphone posto sopra a uno dei due comodini s’illuminò sulla figura intera di Massimo Decimo Meridio. Quando l’emulo del grande generale romano vide che colui che lo stava chiamando a quell’ora era l’ispettore Giorgio Scuderi, interruppe a malincuore il suo assalto contro le tribù barbare germaniche, e afferrò il cellulare: -Che c’è ispettore?-, chiese visibilmente scocciato.
Scuderi gli rivelò il motivo della chiamata.
Il commissario Max Rosati lo lasciò parlare, poi chiese: -E noi che cazzo ci possiamo fare, magari sarà andato a trans, magari è scappato con l’amante… se per tutti i mariti e i fidanzati che non rientrano di notte dovessimo ogni volta mobilitarci per cercarli staremmo freschi.-
-Come vuole, però sappia che Cecchin è lo chef che tra qualche giorno dovrebbe cucinare al Quirinale per la Cancelliera Merkel che, come certamente saprà, arriva a Roma proprio dopodomani in visita ufficiale.-
Max scattò: -Cazzo, è perché non me l’ha detto subito?-
-Glielo sto dicendo ora.-
-Va bene ispettore, tra mezz’ora ci vediamo in ufficio.-
Max Rosati, un bell’uomo sulla quarantina con un fisico che però avrebbe avuto un urgente bisogno di una revisione soprattutto nel girovita, si lasciò andare sul letto, poi si rivolse alla sua compagna che intanto gli aveva passato una sigaretta accesa: -Cristo, Alba, mi dispiace, proprio sul più bello, ma ti prometto che ci rifaremo con gli interessi.-
-Dov’eri arrivato?- chiese lei.
-A quando Massimo Decimo Meridio lascia l’accampamento preceduto dal suo cane, per raggiungere i suoi uomini nascosti nella foresta e tu?-
-Ah, io avevo appena aggiunto la panna alla crema pasticcera e con una paletta di gomma stavo cominciando ad incorporarla per farle prendere aria con quel lento movimento dal basso verso l’alto che solo a pensarci ogni volta mi fa “squirtare” come la fontana di piazza Navona.-
-Ok, basta… basta… Ora devo proprio andare,- disse Max passandosi la mano sul viso che non si radeva da tre giorni.
-Prima però mangiamo qualcosa che sto svenendo dalla fame,- disse Alba alzandosi dal letto. Era una bella donna; un perfetto incrocio tra una milf e una cougar di età indefinita ma che, a una prima veloce stima, veleggiava più verso i cinquanta che i quaranta.
-Vedo cos’ho in frigo,- rispose Max uscendo dalla stanza.
Già, il frigo. Quando Max gettò un’occhiata dentro, da quello che c’era, o meglio che non c’era, sarebbe stato facile per chiunque intuire che in fatto di cibo il poliziotto era una specie di disadattato – proprio come la madre di Michela – che si nutriva solo di panini, tramezzini o cibi precotti.
-E tu che hai da guardare?-
Ninfa, la gatta maculata d’incerta provenienza raccolta qualche anno prima per strada, gli attraversò le gambe nude prorompendo in un prolungato ed esplicativo “miao”.
-Ho capito, ho capito,- rispose Max che in un battibaleno gli aprì una scatoletta di tonnetto e gamberetti, gli cambiò l’acqua e diede una rimescolata ai croccantini.
Sistemata Ninfa, Max concentrò nuovamente la propria attenzione sul vuoto esistenziale del suo frigo.
-Allora, hai trovato nulla?- urlò dall’altra stanza Alba.
-Sì, sì, di fame non ti faccio morire,- rispose Max che, per non mentire del tutto, estrasse dal freezer una pizza surgelata ormai fuori produzione – un vero pezzo vintage – e la infilò nel forno a microonde calcolando il tempo che gli sarebbe occorso per vestirsi pronto per uscire.
Il tempo stimato da Max, coincise al secondo. Non appena infilò la “Beretta” bifilare 9×21 nella fondina attaccata alla cintura dei pantaloni, il cornicione della “Margherita” era talmente cotto che ancora un secondo e avrebbe cominciato a parlare napoletano. Una manciata di minuti dopo, acquietata la fame della sua donna, Max uscì da casa con un triangolo di pizza ustionante in bocca e il rimpianto di essere stato interrotto sul più bello.
Piazza Risorgimento a quell’ora era deserta. Niente frotte di stranieri sudati che si recavano dal Santo Padre, niente chioschi ambulanti “spenna turisti”, niente infradito e immondizia, niente clacson e traffico. Solo silenzio.
-Dovrebbe essere sempre così,- pensò. Infatti, solo nella pace e nella quiete Roma ritrovava bellezza e splendore. Max, però, che non aveva tempo per i sentimentalismi, affrettò il passo e raggiunse la sua auto: una Citroen Ds 20 Pallas grigia e nera del ’72, acquistata un anno prima da un amico che la teneva in garage da almeno un trentennio, e partì. Lui lo sapeva che con le normative vigenti non avrebbe potuto circolare per le strade di Roma con quel pezzo da museo sotto il sedere ma se ne fotteva.
-Mi venissero a dire qualcosa. Il “Ferro da stiro” non si tocca.-
Quando dieci minuti dopo entrò nel suo ufficio al Commissariato della Polizia di Stato di Monteverde, Michela e Vittorio Serrano lo stavano già aspettando seduti sul divanetto Ikea che Max aveva portato da casa per sostituire quello di pelle marrone che, dopo decenni di onorato servizio, – si sussurrava che girasse per i commissariati fin dai tempi del ministro Scelba – era finito in una delle discariche che circondavano la capitale.
Esauriti i convenevoli in una manciata di secondi, l’ispettore Scuderi, colui che aveva raccolto la denuncia, espose i fatti al suo superiore così come gli erano stati raccontati da Vittorio Serrano. In realtà non c’era molto da dire, tranne che uno dei più noti chef italiani, una vera stella ormai con un posto tutto suo nel firmamento gastronomico nostrano, aveva pensato bene di sparire senza lasciare alcuna traccia.
Max lo lasciò parlare senza interromperlo, poi si rivolse a Michela e disse: – Mi dica qualcosa in più del vostro litigio.-
-Voleva togliere dalla carta “l’hamburger di piccione alla liquirizia ed erbe amare”.-
-È grave?- chiese Max cercando con lo sguardo il conforto di Scuderi.
-Molti clienti vengono al ristorante solo per quello.-
-Capisco,- disse Max.
-Sento che gli è successo qualcosa, – ribatté Michela, – non è la prima volta che ho delle discussioni con il mio compagno. Siamo una coppia normale, come tante altre, a volte ci capita anche di non essere d’accordo.-
-Certo, succede,- commentò Max.
-Lei è sposato?- chiese Michela.
-Ora no, ma lo sono stato, perciò capisco cosa vuole dire,- rispose Max che guardò Scuderi e chiese, -lei che ne pensa ispettore?-
Giorgio Scuderi allargò le mani come se avesse dovuto invocare il Dio dell’ispirazione: – Francamente non so cosa dire, dottore… ma anche io come i signori Serrano credo che uno non sparisca solo perché ha avuto una discussione con la compagna. Non ci scordiamo che il signor Cecchin è un professionista affermato, un volto televisivo molto noto.-
-Sta pensando per caso a uno di quei rapimenti lampo a scopo d’estorsione?- chiese Max.
-Perché no, tutto è possibile,- confermò Scuderi.
-Rapimento, quale rapimento!- chiese Vittorio allarmato.
-È solo un’ipotesi, un’idea espressa ad alta voce,- rispose Scuderi.
-Se non è scappato con una “bonazza” ai Caraibi e negli ospedali di lui non c’è traccia, allora l’ipotesi del rapimento lampo non è assolutamente peregrina, magari chi l’ha preso vista la notorietà del signor Cecchin, è convinto che sia ricco o che voi possiate pagare un riscatto,- disse Max.
-Il ristorante lavora, è vero, ma con le spese vive e le tasse non navighiamo di certo nell’oro,- ribatté Vittorio.
-Sandro pretende che le materie prime siano di primissima scelta, questo sa cosa vuol dire?- chiese Michela al commissario.
-Credo di capire, ma immagino che anche i prezzi da voi praticati siano all’altezza delle spese, no? – rispose Max come a dire, – “anche se mangio pizza datata anni ’80 mica dormo sull’albero”.-
-Ovvio,- disse Michela – ma nessuno di noi finora si è arricchito, se è questo che vuole sapere.-
-Se veramente qualcuno l’ha preso per chiedere un riscatto magari avrà pensato il contrario, – ribatté Max – niente di più facile che prima sia venuto a mangiare al ristorante per vedere l’andamento della baracca, il tipo di clientela, i prezzi praticati, insomma farsi un quadro completo della situazione e poi agire di conseguenza.-
-Del resto, – aggiunse Scuderi, – se la cosa vi può consolare, sempre che si tratti di un rapimento, proprio per la modalità dell’azione criminale, di solito il riscatto chiesto non ha niente a che vedere con quelli che i rapitori chiedevano nella stagione d’oro dei sequestri. Ora chi prende con la forza qualcuno vuole monetizzare nell’arco di poche ore.-
-Pochi, maledetti e subito?- ipotizzò Vittorio.
-Esatto, ha centrato il punto,- rispose Max.
-Cioè, in base alla vostra esperienza quanto potrebbero chiederci?- domandò Michela.
-Dai cinquanta ai centomila euro,- fu l’asciutta risposta di Max.
Michela e il fratello si guardarono negli occhi e ognuno di loro per conto proprio si fece due rapidi calcoli. Sì, se la cifra fosse stata quella, riportare a casa Sandro non sarebbe stato un problema.
Firmati i verbali di denuncia, l’indagine sulla misteriosa scomparsa dello chef Sandro Cecchin prese ufficialmente avvio. Almeno nella fase iniziale, prima di coinvolgere eventualmente altri reparti della polizia, Max, se ci fosse riuscito, voleva verificare la natura della sparizione e poi, eventualmente, agire di conseguenza.
Come primo passo formale, Max informò subito la Procura che individuò nel P.M. Lorenzo Canfora, il magistrato che avrebbe seguito il caso.
Un’ora dopo, Canfora era già nell’ufficio di Max: – Questo Cecchin lo conosco di nome, mia moglie è una sua fan, lo segue in tutti i talent show in cui è presente come giudice e nei programmi in cui cucina.-
-Io è la prima volta che lo sento nominare,- rispose Max.
-Forse perché non ha mai visto: “Chef a prima vista”.-
-No, dottore, confesso che mi manca. Di Tv ne vedo poca.-
-Eh, lo so, beato lei Rosati sempre in mezzo alle donne, che se ne fa della Tv.-
Max rispose con un sorriso e un gesto delle braccia come a voler dire “cosa vuoi farci, c’è chi può”, ma poi osservando in tralice il magistrato non si capacitò come mai quell’uomo ancora giovane e tutto sommato prestante si fosse consegnato mani e piedi alla casa, alla moglie e, appunto, alla Tv.
Appurato che tra le mani avevano una sparizione importante, Max, Canfora e Scuderi delinearono una strategia che consentisse all’indagine di partire prima possibile. Innanzitutto si sarebbe cercato negli ambienti malavitosi che praticavano l’odioso reato del sequestro di persona, tanto i nomi e gli indirizzi di quei galantuomini li conoscevano bene, poi contestualmente avrebbero rivoltato come un calzino la vita di Sandro Cecchin per capire se nelle pieghe della sua dorata e celebre esistenza ci celasse il motivo della scomparsa. Messa in moto la macchina investigativa, Canfora salutò i due investigatori e si apprestò a tornare nel suo ufficio con preghiera di essere tenuto costantemente aggiornato: – Sennò, mia moglie mi dà il pilotto. Se riusciamo a trovare Cecchin sano e salvo credo che finalmente accetterà di venire con me in Provenza.-
-Lavoreremo anche per questo,- rispose Max mentre il magistrato lasciava la sua stanza.
-Che ne pensa?- chiese a quel punto Scuderi.
-Penso che con sua  moglie in campo, il nostro amico non ci darà tregua.-
-Dev’essere un tipo,- azzardò Scuderi.
-Diciamo che è una “scassa palle” di niente e per una volta tanto chiamiamo le cose con il loro nome. Piuttosto dica a Sartori di andare in libreria a vedere se trova una biografia di questo Cecchin. Se è uno chef di grido come dicono si sarà sbrodolato sulla carta come i suoi colleghi altrettanto famosi.-
Max venne accontentato: “La mia vita tra i fornelli” non era solo la biografia di Cecchin, ma il volume conteneva anche una ventina di ricette che per i fan dello chef rappresentavano un vero e proprio regalo.
Il poliziotto sfogliò incuriosito il libro costato cinquanta euro e pagato di tasca propria. Arrivato alla vasta galleria fotografica contenente lo still life dei piatti che accompagnavano le ricette, guardò Scuderi e commentò: – Ma chi cazzo si mangia ‘sta roba?-
-Non lo so, magari è buona come dicono,- azzardò l’ispettore.
-Può essere, ma qui in foto tutto sembra, tranne che roba commestibile.-
-Sì, in effetti, – rispose Scuderi che però tornò subito a bomba, –da dove cominciamo, facciamo una visita ai fratelli Begrishi, poi ci occupiamo degli zingari?-
-Sì, ma prima andiamo al bar, vedere tutte queste foto per me incomprensibili m’ha fatto venire voglia di una sana “sleppa” di pizza con la mortadella.-
Scuderi sorrise. Max Rosati a volte era come un bambino ma era un fior di poliziotto e lui che lo conosceva e ci lavorava insieme da anni lo stimava e gli perdonava anche le sue infantili intemperanze.

[1] Tango scritto nel 1934 da Alfredo Le Pera per il grande Carlos Gardel.

(Riproduzione riservata)

© Meridiano Zero

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La scheda del libro

I libri di cucina affollano gli scaffali delle librerie e sono tra i più venduti degli ultimi anni; non c’è orario in cui non passi in tv un contest, un talent o un quiz basato sull’arte della gastronomia; i più noti chef italiani prestano il volto a pubblicità di ogni genere, da prodotti alimentari di dubbia qualità (patatine, pollami, paste, e chi più ne ha più ne metta) a complementi di arredo domestici. Ma cosa succederebbe se un folle, per fama o nel nome di un insano ideale risanatore, decidesse di mettere fine a tutto questo? È quello che immagina Mario Falcone in “Lo Chef degli chef”, un romanzo che non potrebbe avere un tema più attuale di quello della cucina e che presenta tutti gli ingredienti del thriller classico: la figura di un serial killer lucido e geniale, l’indagine della polizia che porta alla risoluzione del caso, una lista di personaggi ben congeniati, uno stile asciutto e incalzante, il colpo di scena finale. Completa l’opera una conoscenza approfondita del genere cinematografico, con incursioni mirate nelle scene e nel linguaggio della black comedy tanto cara, ad esempio, ai fratelli Ethan e Joel Coen. Un libro, quindi, che anche grazie al finale aperto si rende adatto a un eventuale sequel…

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