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IL MISTERO DELLA RELIQUIA DIMENTICATA di Stefano Santarsiere

ottobre 17, 2018

undefinedIL MISTERO DELLA RELIQUIA DIMENTICATA di Stefano Santarsiere (Newton Compton): incontro con l’autore

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Stefano Santarsiere è nato nel 1974, vive e lavora a Bologna. Ha diretto il cortometraggio Scaffale 27, aggiudicandosi il primo premio nel contest Complete Your Fiction 2012. Ha pubblicato i romanzi L’arte di Khem, Ultimi quaranta secondi della storia del mondo, e con la Newton Compton La mappa della città morta e I guardiani dell’isola perduta.

Il suo nuovo romanzo si intitola “Il mistero della reliquia dimenticata” (anche questo edito da Newton Compton). Abbiamo chiesto a Stefano Santarsiere di raccontarci qualcosa su questo nuovo libro…

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«Mi sono chiesto un paio di anni fa: cosa accadrebbe se John Milton incontrasse Raymond Chandler?
E nella mia testa una vocetta ha iniziato immediatamente a squittire, poi a crescere, fino a diventare un corno da caccia.
Non potevo saperlo ma era appena nato questo diavolo ciarliero e filosofo, oltre che fastosamente cinico, che risponde al nome di Lobello.
Il Mistero della reliquia dimenticata è il mio quinto romanzo, il terzo edito da Newton Compton Editori, ed è un unicum fra tutte le cose che ho scritto. Rispetto ai precedenti rappresenta una virata decisa verso il thriller.
L’attacco del romanzo porta il lettore dritto nel cuore della vicenda. Siamo in Val d’Agri, il cuore petrolifero della Basilicata. Assistiamo a un interrogatorio di polizia. A subirlo è il narratore stesso, un trentacinquenne che si chiama appunto Lucio Lobello. Veniamo a sapere che è stata assassinata una vecchia e che Lobello è il principale sospettato, perché si è fatto sorprendere in una chiesa sotto sequestro mentre scattava delle foto al dipinto di un santo, forse collegato al delitto (sapremo poi che cercava materiale da vendere a una giornalista).
Ma soprattutto scopriamo che Lobello è convinto di essere il Diavolo, Satana in persona, che vaga da millenni sulla Terra e fa del tutto per sfuggire al suo ruolo di Tentatore, perché semplicemente trova che non ne valga la pena.
Il romanzo torna indietro di alcuni giorni e ricostruisce la vicenda fino all’interrogatorio, e nella seconda e terza parte procede verso la conclusione. Assistiamo così a una narrazione sospesa fra l’attualità (la vicenda criminale, i delitti legati all’iconografia di un santo) e i riferimenti al passato millenario del narratore.
Ma egli, che è un ex programmatore di videopoker e un appassionato di Storia delle religioni, è anche uno spiantato dedito al Glenlivet e alle anfetamine. È dunque il classico narratore inaffidabile, spetta al lettore decidere se dare credito alle sue pretese ‘sataniche’. Ed ecco l’aspetto della scrittura che più mi ha coinvolto: dare corpo a questo doppio gioco, provare a rendere le letture del personaggio entrambe sostenibili e interessanti (mi appassionano le storie che hanno una prospettiva cangiante, a seconda dell’angolo in cui le guardi, come le figure a doppio riflesso applicate su quei vecchi righelli di quand’ero piccolo).
Nel frattempo la vicenda si sviluppa come un vero e proprio poliziesco e su questo c’è poco da interpretare: al protagonista tocca allontanare i sospetti che gravano sulla sua persona. E per farlo, non gli resta che scoprire il colpevole prima che la Polizia arrivi a lui».

Ringraziamo Stefano Santarsiere  per il suo intervento e pubblichiamo, di seguito, un estratto del romanzo.

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ESTRATTO da IL MISTERO DELLA RELIQUIA DIMENTICATA di Stefano Santarsiere (Newton Compton)

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Proprio l’ultima cosa che dovrei fare. Infilarmi in questa chiesa.
E non per la fesseria del diavolo e l’acqua santa. Nessuna icona ha il potere di respingermi e direi che a nessuna interessa tenermi a distanza. Il punto è che i miei precedenti non hanno bisogno di aggravanti. Ma la schiavitù dei sensi è un giogo implacabile (non ricordo quale genio l’ha detto ma non c’è niente di più vero).
Michele e compagni, bontà loro, mi chiamano corruttore di anime, tuttavia è facile mantenersi virtuosi quando non si è conosciuto altro che la castità. In realtà sono soltanto un indulgente. Comprendo e agevolo chi si abbandona ai peccati della carne perché conosco la potenza del desiderio.
Comprendo me stesso perché desidero la Castaldo, ad esempio. Non mi importa dei sigilli alla chiesa, sono disposto a scassinare la finestra della sagrestia, come lei mi ha chiesto, entrare e scattare le foto al dipinto. Posso anche staccarlo dal muro e trascinarlo fuori se Rosalba mi concede le sue grazie, oppure una falsa testimonianza nel telegiornale della sera.
Oltre che sul funerale della vecchia, conto sul favore del buio. In questa stagione è notte già alle sei del pomeriggio e nei vicoli circola poca gente. Mi sento in forma, niente roba in corpo, solo una canna consumata un’ora fa; e naturalmente i soliti omaggi al mio amico Glenlivet, prossimo a esaurirsi nella sua ampolla.
Eccomi dunque in azione. Mani in tasca e cappuccio della felpa furtivamente calato percorro i vicoli fino alla chiesa. L’autunno mira alle parti esposte come le mascelle di un cane lupo e così affretto il passo. Come se nella chiesa mi attendesse un camino acceso. Passo davanti al portale e butto un occhio al foglio fissato con il nastro adesivo sul legno scuro. Leggo velocemente: “Non oltrepassare. Edificio sottoposto a sequestro penale” e un mucchio di altre idiozie elencate sotto. I gradoni di marmo riflettono la luce gialla del lampione ai vapori di mercurio. Accelero e mi infilo nella piazzetta laterale con il pinnacolo di cemento al centro, sormontato da una croce. Di fianco alla chiesa c’è una costruzione a un solo piano adibita a garage. Una vecchia Seat è perennemente parcheggiata nell’angolo, appartiene a un debosciato che vive nella casa di fronte e non si degna mai di chiuderla nel box.
Ho usato la macchina come appoggio per arrampicarmi sul tetto del garage, un piano leggermente inclinato di bitume invaso dai licheni. La finestra della sagrestia è due metri più avanti. Estraggo il cacciavite dalla tasca posteriore dei jeans, la finestra ha un telaio sottile e marcio come cartone bagnato, ed è priva di avvolgibile. È curioso che la chiesa non sia stata oggetto di altri furti. Chi voleva fregarsi la reliquia si è affaticato a forzare l’ingresso laterale della casa canonica e scassinare la serratura della porta che la collega alla chiesa: un affare molto più complicato in confronto all’opportunità offerta da questa finestra.
Nel punto in cui mi trovo non è possibile scorgermi dalla piazzetta. L’unico pericolo è il terrazzino a una decina di metri sulla destra, con la balaustra arrugginita che affaccia proprio sul tetto; ma la portafinestra è chiusa e i vetri sono appannati. Impiego un minuto a forzare la finestra, spalanco le ante che cigolano sulle cerniere: è uno strappo nel silenzio uggioso che grava sopra i comignoli. Mi guardo intorno. Mi è sembrato di udire un cozzare di tacchi sul porfido, ma la piazza è deserta.
Ignorando l’improvvisa sensazione di aver trascurato qualcosa, sistemo il cacciavite nella tasca e infilo le gambe nell’apertura; nell’oscurità misuro la distanza dal pavimento, all’incirca due metri e mezzo. Mi spingo in avanti. Occupo i dieci centimetri di davanzale e striscio ancora sui glutei, fino a lasciar penzolare le gambe sopra il tavolino addossato alla parete. In pochi secondi la gravità, o il sangue che precipita verso i piedi rendendoli più pesanti, mi fa scivolare sul tavolino: e quello si ribalta con un fracasso che risuona come fuoco di artiglieria. Mi ritrovo sul pavimento insieme al cestino della questua, un Vangelo e una stola da diacono. Il tempo di capire se respiro ancora e fra le dita mi scopro un cingolo di corda, afferrato durante la caduta nel tentativo di aggrapparmi a qualcosa.
Mi rimetto in piedi, le gambe che tremano e il cuore che rimbomba come un tamburo rituale sotto il plenilunio africano. Non capisco se ha prevalso l’impazienza o la goffaggine, nel dubbio riappendo il cingolo al chiodo e sollevo il dannato tavolino.
Poi mi viene in mente la fotocamera di Rosalba. Mi sbottono la giacca e la afferro nella tasca interna. Accendo e l’obiettivo fuoriesce con un sibilo, sembra intatto nonostante la caduta. Non capisco mai a chi devo la buona sorte. A Dio, no di certo. Allora ringrazio la dea Tiche, l’ellenica dispensatrice di fortuna. Anche uno come me deve essere grato a qualcosa. La porta che conduce alla chiesa è spalancata. È tutto buio, come se l’Altissimo avesse già smobilitato. L’aria delle navate sembra garza bagnata sulla faccia. Barcollando fra tetri pensieri sono finito sul leggio del messale rischiando di farlo precipitare. Dalla tasca sinistra tiro fuori la torcia; la luce sembra perdersi nell’oscurità. Poi il disco di luce incontra il marmo del transetto e l’ambiente prende forma davanti a me. Appare l’abside, con l’arco dipinto di chiaro, e il crocifisso dorato con gruppi di tre candele su ciascun lato. Ogni cosa è al suo posto, immota, spenta, semplici oggetti abbandonati nell’oscurità. Unico segno di disordine il conopeo lasciato di fianco al tabernacolo e non sopra di esso, a coprirlo. Punto la torcia verso l’alto: la grande croce pende sopra la mia testa come un memento; del crudo splendore della passione rimane ben poco in questo lunedì senza liturgie. Il reliquiario di san Rocco è sotto l’altare a mensa; la rotula, affondata in una sorta di conchiglia di raso, ha l’aspetto di pane raffermo. Tracce di polvere per le impronte digitali sull’impiantito alla base del reliquiario accrescono la mia ansia: guardo l’orologio e mi concedo tre minuti a partire da questo istante.
Il dipinto dovrebbe trovarsi in una cappella di destra, a metà della navata laterale, ed è lì che mi dirigo, con la suola delle mie vecchie scarpe che scricchiola sul marmo. Adesso ho il pensiero di Fredo che mi assilla. Il santarello che don Vito ha fatto nascere in lui ringhierebbe come un alano sapendomi qui: profanazione nella profanazione. Il dipinto è più scuro della cappella che lo ospita. La luce della torcia accarezza una superficie di tonalità ruvide che oscillano tra il porpora del tabarro e delle nubi sospinte da tre cherubini e il verdognolo ascetico della faccia di Rocco, passando per l’inquietante argento della veste. Ricordavo bene le mani spalancate al divino. Ricordavo anche il cane, accucciato sulla destra in adorante osservazione del santo volto. Non ricordavo la coscia sinistra scoperta e la piaga sanguinante che spicca sulla carne. Il buon Rocco si era preso la peste a Piacenza, mentre assisteva i malati. Non ne morì perché un riccone di nome Gottardo lo fece curare direttamente nella grotta dove si era rifugiato. Ne sentii parlare durante il concilio di Costanza, che ne proclamò la canonizzazione.
Mentre la sensazione di aver tralasciato un particolare aumenta, decido di passare all’azione. Poggio la torcia sul marmo e accendo la fotocamera. Punto, scatto. Il flash erompe sul dipinto ferendomi le pupille. Guardo il display, l’immagine è fuori fuoco, bruciata dal lampo. Sono capace di ammaestrare videopoker e roulette elettroniche, ma se c’è da utilizzare uno straccio di creatività vengono fuori tutte le mie carenze.
Ritento, allontanandomi di qualche passo. La luce accende il disegno ma non lo brucia, la foto è accettabile anche per Rosalba. Altri passi all’indietro, incontro lo spigolo di una panca, scatto e controllo lo schermo. C’è tutto: angeli, aureola, faccia smunta, vestiti da pellegrino, croce sul cuore e anche il cane. Il riassunto illustrato di altari e delitto.
Scatto altre foto usando lo zoom e cogliendo i particolari del disegno. La testa dell’animale, la pagnotta davanti alle zampe. I cherubini. La cima del bastone. La conchiglia. E poi esplode la chiesa. Ho la reazione di quando mi trovavo sotto il bombardamento di Guernica: mi fletto, la testa nascosta tra le mani, e mi lancio sotto i banchi della prima fila. In fondo alla navata centrale si è spalancato il portale. Me ne accorgo sbirciando da sotto l’avambraccio. Una voce attacca a urlare: «Fermo lì! Polizia!».
Ecco quel che ho trascurato. La stazione mobile parcheggiata giorno e notte davanti al municipio, e almeno un paio di agenti in giro.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro

Mentre un’epidemia di antrace flagella gli allevamenti della Val d’Agri, il cuore petrolifero della Basilicata, qualcuno fa apparire dei misteriosi altari nelle campagne, opera forse della stessa mano che ha tentato di sottrarre una preziosa reliquia da una chiesa locale. Quando, su un altare, tra croci e candele viene deposto il cadavere di una vecchia, gli eventi prendono una piega inattesa. Le accuse ricadono su Lucio Lobello, trentenne ludopatico e tossicodipendente che nasconde un segreto inconfessabile: quello di essere il diavolo, il principe delle tenebre in persona, che da millenni erra per il mondo sotto mentite spoglie sfuggendo a un gruppo di arcangeli che vorrebbe ricacciarlo negli inferi. O almeno così crede lui. Ma per scampare a una condanna per omicidio, stavolta Lobello dovrà allearsi proprio con uno dei suoi inveterati avversari: un prete…

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