Home > Recensioni > LA SCOPA DI DON ABBONDIO di Luciano Canfora (recensione)

LA SCOPA DI DON ABBONDIO di Luciano Canfora (recensione)

ottobre 31, 2018

LA SCOPA DI DON ABBONDIO di Luciano Canfora (Laterza)

di Gianni Bonina

Il moto, che è un fenomeno fisico, è anche un fondamento della storia, quantomeno dei modi di interpretarla. L’intuizione è di Luciano Canfora (autore di La scopa di don Abbondio, Laterza), che la ricava da Guerra e pace di Tolstoj. Il quale c’entra con Manzoni perché fa anch’egli storia scrivendo romanzi, ma ha soprattutto riguardo alla scopa che don Abbondio evoca come una provvidenza minore pensando al flagello della peste che “ha spazzato via certi soggetti” come don Rodrigo. Al pari del movimento che fa la scopa, il moto tolstojano è basculante, giacché avanza, arretra e poi avanza di nuovo. E movimento è detto il divenire storico, il cui moto, a differenza di quello fisico, non è rotatorio, semmai spiraleggiante o meglio ancora “sinuoso”, ovvero serpeggiante. Comunque mai rettilineo perché, contrariamente alla freccia del tempo, torna spesso e volentieri indietro.
Tale è appunto il moto storico concepito da Tolstoj che lo vede in senso olistico, frutto cioè dell’insieme delle volontà individuali (di massa più che di élite, per dire meglio: di persone e non di personaggi) che non hanno soluzione di continuità, diversamente da come riusciamo comunemente a comprendere la storia, quando la scomponiamo in unità compiute e autonome. Tuttavia anche Tolstoj, come nota Canfora, si addisse a raccontare la storia attraverso singole vicende, né riuscì a stabilirne il reale spirito. Come la natura, “non fa salto” né procede a brani scuciti, è vero, ma è tutt’altro che stabile come sarebbe un atomo pesante.
L’idea di Canfora della storia a coda di topo, tale da smentirne l’invalso senso di determinismo per accostarsi più al Leopardi schierato contro le “magnifiche sorti e progressive” che allo storicismo manzoniano dato dal “misto di storia e di invenzione”, si trova nella sua visione in contiguità anche con la felicità oltre che col moto: la felicità consacrata come diritto dell’uomo dalla Costituzione americana e imposta dagli enciclopedisti quale dovere che l’uomo deve soddisfare, ondivaga e instabile anch’essa, progressiva e regressiva, strettamente legata al destino individuale e dunque alla storia generale. “Carta straccia” chiama Canfora la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, donde come strame può essere vista anche la storia e per questa via il diritto-dovere alla felicità. E par di vederla la carta mentre viene stracciata: in modo violento, traumatico. Il teorema di Canfora postula infatti un moto ondoso che la storia subisce più che determinare e lo subisce in maniera “feroce”, come egli definisce “il gorgo” entro il quale si agita il “brutale rapporto schiavile”, quel moto ricorsivo per il quale la schiavitù vinta un tempo riappare sulla scena del mondo per via del capitale produttivo “sempre più dipendente da quello finanziario-parassitario-delinquenziale: cioè dall’onnipotente macchina del credito, vero padrone delle esistenze individuali”. L’esempio fra i più evidenti dell’attuale schiavismo proposto da Canfora è la delocalizzazione della produzione che comporta lo sfruttamento del lavoro.
Il moto violento della storia, riflesso della furia feroce della peste manzoniana e della febbrile scopa di don Abbondio valsa come turbinoso flagello, è l’esito che sortisce il moto continuo della storia stessa – non frantumabile, non scomponibile come vedeva fare invece Tolstoj – all’incrocio quindi di Manzoni e Tolstoj nel punto in cui il divenire umano appare fuori controllo, con l’innesco forse di un processo entropico che Canfora, irriducibile storico del dubbio e dell’indeterminatezza, antidogmatico par excellence, lascia solo supporre. La storia, nell’immagine dello studioso pugliese, è una vecchia talpa che scava tunnel diretti a esiti inattesi: “inediti”, scrive precisamente Canfora per segnalare come poco si sia scritto circa tali esiti e la loro natura ingovernabile. Il sogno di ogni governante di dirigere la storia si è sempre infranto contro il moto continuo della storia rivelandosi un’utopia. La più grande è stata quella comunista. L’ideale marxista-leninista di una società (prima europea e poi mondiale) fondata sull’eguaglianza è andato via via sfumando per colpa di coscienze, “impazienti” di vedere realizzata la rivoluzione, che hanno nelle more scelto la prospettiva riformista lungo la cui linea si sono infine ritrovati nella sfera socialdemocratica. Questo perché la rivoluzioni, ci dice Canfora, echeggiando un po’ Merleau-Ponty, valgono come movimenti – moti appunto – ma cedono come istituzioni, quando sono prese da una voglia di diseguaglianza che ne fa forme di assolutismo (il bonapartismo successivo alla Rivoluzione francese, il bolscevismo seguìto alla Rivoluzione russa) più severe di quelle che hanno abbattuto. Di qui lo spiraleggiamento della storia che i nuovi impazienti della sinistra perseguono nella ricerca di rinnovate utopie, senonché il risultato è un avvitamento.
Tale è il processo ecumenico che la Chiesa cattolica ha da tempo avviato nei confronti non solo delle altre confessioni cristiane ma, per Canfora, pure delle altre fedi religiose quali l’islamismo e il buddismo: entro una estensione un po’ forzata del termine “ecumenismo” per indicare, nella spinta a ricercare punti in comune, il regresso a una concezione del divino di tipo deistico-illuministico. Anche qui il moto violento e continuo della storia ha mostrato il suo tipico andamento sinuoso. Del quale abbiamo avuto altre prove significative: mentre infatti negli Usa divampava la Guerra di Secessione, scoppiata sulla questione della schiavitù, in Russia veniva abolita la servitù della gleba e in Inghilterra nasceva la Prima internazionale. Nella direzione del bene comune e del progresso, la foce della storia si confermava quindi a forma di delta anziché di estuario. Così è stato del resto per le guerre coloniali e poi per le due guerre mondiali: concepite per sottomettere nazioni del Terzo mondo e per spartire quelle del primo e del secondo, hanno segnato piuttosto “l’irruzione come soggetti attivi, non più come prede, nella storia mondiale, dei popoli oppressi”. Un rivolgimento inatteso dunque ed anche inedito, che tuttavia non ha insegnato molto, come gli altri fenomeni del moto violento della storia, se tutt’oggi assistiamo anche in Italia ad analoghe manifestazioni. Anch’esse violente e in parte chiamate da Canfora “fascistiche”, termine che costituisce l’evoluzione di quel “fascismo-aggettivo” che Vittorini opponeva al “fascismo-sostantivo” per dargli una connotazione in qualche modo positiva, sterilizzata nella sua contingenza storica e privata dell’intimo senso di sopraffazione: un fascismo “buono” com’è oggi quello per esempio americano, contrapposto al fascismo-regime che Canfora vede come storicizzato ma non per questo irrecidivante.
Fascistici sono i movimenti populisti e sovranisti al governo in Italia e all’opposizione in Francia, il cui pragmatismo ideologico è fondato, in un quadro di “contraddittorie retoriche”, sul chimerico programma di avvicinamento delle classi più povere a quelle più ricche, con l’additare ad entrambe – per accomunarle in un’unica istanza nazionale – le due grandi empuse che sono complementari una all’altra: l’euro come fattore di impoverimento delle classi deboli nonché motivo di avversione contro l’Europa e “la migrazione che esaspera quei medesimi ceti deboli penalizzati dalla moneta unica”. In questo modo la xenofobia agitata dalla Lega diventa mezzo di sostegno dell’euroscetticismo e nello stesso tempo scava il baratro tra sinistra e popolo, per cui si ha che la prima “(En marche in Francia, il Pd in Italia) si è assunta il ruolo di puntello dell’élite sedicente europeista; il parafascismo leghista e lepenista si propone come paladino del ‘popolo’, mescolando torti e ragioni”.
Il moto della storia ha rovesciato in sostanza le posizioni: esprimersi oggi contro le diseguaglianze sociali significa, secondo Canfora, strizzare l’occhio alla destra, che nei fatti si è sostituita alla sinistra nella difesa delle rivendicazioni popolari, divenute populiste per via dei loro giochi. Di qui ancora una volta la violenza del moto continuo della storia, che distorce i fatti nel loro sviluppo e pone anche una fondamentale questione esistenziale che diventa anche questione sociale: lo stato di infelicità dell’uomo in balia di moti che non può e non sa controllare.

 * * *

Luciano Canfora
La scopa di don Abbondio
pagg. 97, euro 12
Laterza, 2018

 * * *

La scheda del libro
Nel momento in cui forze politiche oscurantiste prendono il sopravvento in Italia e in larga parte d’Europa, giova interrogarsi sul ‘moto storico’. Il suo andamento può sprofondarci in deprimenti bassure o innalzarci verso affrettate illusioni. Tra il cupo fatalismo persuaso dell’eterno ritorno e il pervicace ottimismo degli assertori di inarrestabili ‘sorti progressive’, la lezione che ci viene dalla storia è che, dopo l’esaurirsi di una ‘rivoluzione’, maturano immancabilmente le condizioni per una nuova scossa: di quelle che a don Abbondio apparivano salutari colpi di scopa.
«Sul letto di morte Mao avrebbe detto una parola che riassume il suo pensiero: “Raccomandate ai giovani cinesi di ricordarsi di Yu Kung”. È il protagonista di una favola contadina. Narra di un vecchio contadino che voleva spianare una montagna a colpi di zappa, lui e i figli. A chi vedendolo all’opera gli disse che sciocchezze state facendo, il vecchio rispose: “Io morirò ma rimarranno i miei figli. Moriranno i miei figli, ma resteranno i miei nipoti e così le generazioni si susseguiranno all’infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte. A ogni colpo di zappa esse diventeranno più basse”. La logica di Mao si attaglia a quella del contadino. Le iniquità sociali sono alte e potenti, ma non è detto che non possano essere abbattute. E in effetti lo sono state anche se altre ingiustizie nel corso dei secoli, ed anche in quelli nostri, ne hanno occupato il posto. Ma anche queste cadranno sotto i colpi di zappa di una rivoluzione che per essere vera ha da essere permanente.» (Dal Diario di Pietro Nenni)

 * * *

Luciano Canfora è professore emerito dell’Università di Bari. Dirige i “Quaderni di storia” e collabora con il “Corriere della Sera”. Tra le sue pubblicazioni per i nostri tipi, più volte ristampate e molte delle quali tradotte nelle principali lingue: Storia della letteratura greca; Libro e libertà; Giulio Cesare. Il dittatore democratico; Prima lezione di storia greca; La democrazia. Storia di un’ideologia; L’occhio di Zeus; La prima marcia su Roma; La natura del potere; Il mondo di Atene; “È l’Europa che ce lo chiede!”. Falso!; Intervista sul potere (a cura di A. Carioti); La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone; Augusto figlio di Dio; Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio; La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

Annunci