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LUNA BAROCCA di Santa Franco

novembre 6, 2018

LUNA BAROCCA di Santa Franco (Edizioni Arianna): incontro con l’autrice

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Santa Franco autrice dei libri Donne di zagara e Luna barocca. è nata a Tusa, un piccolo paese della Sicilia nebroidea, ha studiato e vive a Cefalù, insegna italiano presso l’Istituto Comprensivo “N. Botta” della Cittadina Normanna.

Si è sempre occupata di problematiche sociali e politiche, rivestendo incarichi istituzionali e ruoli di partito.
È stata spesso protagonista di incontri e dibattiti di natura culturale nelle sue diverse peculiarità letterarie, artistiche, antropologiche, sociologiche.

Da sempre impegnata a promuovere l’arte del narrare, è stata organizzatrice di iniziative culturali e protagonista di svariati incontri finalizzati alla valorizzazione della lingua siciliana e dei grandi autori ad essa connessi.

Abbiamo incontrato Santa Franco per chiederle di parlarci di “Luna Barocca”…

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«La nostra è una terra straordinariamente ricca di contraddizioni»,  ha raccontato Santa Franco a Letteratitudine, «una peculiarità questa che la rende per certi versi incomprensibile ma, nello stesso tempo, le attribuisce una valenza che la rende unica, un’unicità che spazia dall’espressione paesaggistica a quella artistica e culturale.
Una terra capace di dare un’immagine di sé assopita come le immense distese di dune immobili e monotone del latifondo desolato e cristallizzato, metafora di una sconfinata solitudine, ma nello stesso tempo una terra che dinamicamente offre un’ immagine nuova ed imprevedibile, si concede e si trasforma, fa crollare certezze sedimentate. La dinamicità del suo eterno divenire si materializza attraverso il paesaggio dell’Etna che sconvolge, esplode, dissacrando e sconfiggendo la rappresentazione che si era imposta in un immaginario collettivo sopraffatto dall’esistente, comunque soggiogato da due estremi limiti descrittivi.
I suoi colori, i rumori, l’inesorabile trasformazione che ridisegna e rimodella il paesaggio, nonché gli odori intensi che diventano imprevedibili perché si associano e si contaminano in un movimento eterno, hanno attratto, fin dalla notte dei tempi, dominazioni diverse, un crogiuolo di culture che ha contribuito fortemente alla formazione del popolo siciliano, un popolo che racchiude in sé identità diverse, paesaggi improvvisi, una insostenibile mutevolezza che spazia in un moto eterno e provvisorio insieme che non può essere spezzato da inutili tentativi di approfondimento di radici e ricomposizioni etniche.
La trattazione pittorica, letteraria, poetica si inserisce pienamente in questa rappresentazione immaginifica della Sicilia, un’isola limpida ma tormentata, verganiamente rassegnata ma pronta anche a far esplodere le proprie passioni, immobile ma mai completamente sopita, proprio come gli uomini e le donne che di essa ne sono la più rappresentativa espressione umana.
I personaggi di questo libro sono all’origine di tali epifanie del paesaggio siciliano, sono essi stessi figli o figlie di questa terra, custodi della sua luce, rappresentazione di una memoria antica.
Soprattutto figlie che si muovono incerte alla ricerca di un passato irrisolto che si presenta come nera filigrana intrecciata e densa, contorto intreccio di stucchi ed ori “sapientemente intessuti per sconvolgere e stupire” proiezione di esistenze di cui sfuggono i contorni e che si oppongono con resistenza quasi volessero sfuggire anch’esse per trattenersi dentro quelle dune immobili per mai concedersi all’inesorabile movimento della terra che tende, di contro, a franare per essere rimodellato come le sue coste e le sue montagne, mai completamente immutabili.
Ma ecco che il paesaggio si trasforma e tutto ciò che appariva incomprensibile e terrifico si apre e rivela le antiche “verità” contorte e nascoste come se avessero aspettato un evento inarrestabile e improvviso o semplicemente atteso che una mano, apparentemente incerta, avesse riscoperto la sua reale forza.
Il passato, annerito sotto la cenere, riconquista una luce negata, da angolato e fisso, ridiventa mobile e fluido. Si presta per essere svelato, quasi autonomamente reagente alla forte provocazione dell’immediata forza delle cose; e si impone impadronendosi delle vite, riconquistando i contorni di un paesaggio negato ed imprigionato da incomprensibili convenzioni.
L’impatto non appare più chiaroscurale, piuttosto i contorni si ridisegnano precisi, i colori non sono più sbiaditi o assenti ma si propongono accecanti, come risvegliati da un remoto oblio.
L’ordine delle cose, o della vita, si ricompone, non più rarefatto, si ripresenta come un’implicita vocazione all’autodominio, metafora anch’esso di un apparire soltanto apparentemente incontrovertibile.
La luna barocca è, dunque un “luogo dell’anima”, ma anche una “categoria” concettuale per comprendere l’essenza più profonda di una società.
L’architettura barocca si presta, proprio come un paesaggio complesso, alla narrazione di un popolo che non svela la propria bellezza con un moto istintivo di stupore, ha bisogno di un tempo lungo per essere apprezzato. Il racconto di se stesso non avviene attraverso una modalità semplice, è sempre circolare, va interpretato e compreso, si presenta irregolare, spesso contorto, mai scontato.
Nulla mi è parso più conforme per rappresentare queste costanti della nostra terra, nulla di più adatto di questo accostamento per esprimere l’humus in cui si sviluppano storie e dove si manifestano personaggi ed idee, nulla di più ricercato, come l’idea di una categoria culturale, per narrare vicende lontane che riappaiono e si coniugano, si ricongiungono inesorabilmente a fenomeni vicini, ricorrenti nella storia, proprio come un moto costante inarrestabile e forse lucidamente incomprensibile».

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La scheda del libro

Benedetta riceve un piccolo pacco, contiene una chiave che la fa ripiombare in un lontano e mai dimenticato passato, caratterizzato da una sorta di mistero attorno all’ improvviso allontanamento dal suo paese.
Ecco allora che la inseguono i ricordi, occupando sempre più spazi e luoghi di un presente che condivide con Mimì, una donna anch’essa con un passato fragile e doloroso.
Due storie di donne che si incontrano per caso e che intrecciano le loro solitudini, si ritrovano entrambe con il bisogno di esistere per qualcuno, di superare il confine di una pace inaccettabile perché falsamente irreale. Insieme scoprono il frastuono e l’armonia di una carezza, di un sentimento che supera i confini di un amore conosciuto. Si fermano per osservarlo, forse anche per odiarlo, ma con la convinzione di viverlo nonostante tutto. Prende così forma un delicato e struggente congegno narrativo che attraversa due esistenze diverse, in contesti culturali differenti, ma maturate in una Sicilia complessa, ancora troppo barocca persino nelle esistenze umane. Le due storie si snodano a cavallo tra gli anni ’40 e l’inizio degli anni ’60, un periodo storico in cui, seppure si intravedono i contorni sociologici di un nuovo processo evolutivo, se ne percepisce la difficoltà al loro divenire concreto, permangono, infatti, modelli, pregiudizi e riserve ancestrali che si frappongono al “nuovo”, fino a diventarne limite e vera e propria resistenza.
Benedetta e Mimì vivono in questa dimensione che le avvolge; le loro storie si contaminano con personaggi che appartengono ad un passato mai completamente rimosso e dimenticato, al quale si consegnano impotenti.

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 © Letteratitudine

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