Home > Recensioni > L’IDEA CHE UCCIDE di Antonio Di Grado (recensione)

L’IDEA CHE UCCIDE di Antonio Di Grado (recensione)

novembre 12, 2018

“L’IDEA CHE UCCIDE. I romanzieri dell’anarchia tra fascino e sgomento” di Antonio Di Grado (Nerosubianco)

Il libro sarà presentato a Catania, alla Mondadori Bookstore di Piazza Roma, 18, giovedì 22 novembre 2018, alle h. 18. Dialoga con l’autore il professore Fernando Gioviale

 * * *

“L’Idea che uccide”. Se l’anarchico è Antonio Di Grado…

di Daniela Sessa

Se l’anarchico è Antonio Di Grado, capita di imbattersi nel vocabolario del furore, di trovare nelle sue pagine la furibonda voglia di raccontare la letteratura, quella marchiata all’origine dalla lettera scarlatta del sospetto e delle bombe. La letteratura dell’A come anarchia. La letteratura anarchica è fedifraga, libertaria, straniera. Ancora “discorde, difforme, inspiegabile, irrecuperabile”, in un crescendo di senso che pare calvinianamente leggero (si ricordi il guizzo di Cavalcanti che si libera di messer Betto) ma porta con sé la grave pietas verso chi e di chi muore per un’idea. Inizia con uno spettro “L’idea che uccide (ed. Nerosubianco) e termina con il corpo sepolto, da Edgar Lee Masters, del suonatore Jones. O di Fabrizio De Andrè, tanto uguale è la sorte: scorgere la libertà in un vortice di polvere, finire rauco col flauto spezzato e senza rimpianti. Cantava così, o quasi, De Andrè che chiude di commozione l’ultimo libro di Antonio Di Grado a spostare quei morti di grandi idee e ancor più grandi foghe nell’epopea delle anime salve, del “mi sono spiato illudermi e fallire”.  Il nuovo saggio di Di Grado, che sembra completare gli ultimi suoi scritti sul pensiero anarchico in letteratura “Anarchia come romanzo e come fede” e “Vittorini a cavallo”, è un’asincrona esplorazione nella letteratura anarchica tra Ottocento e Novecento fatta con l’arma dell’epifania proustiana o con gli occhi di Fabrizio Del Dongo in mezzo alla battaglia di Waterloo, se il critico avverte che è meglio lasciar “liberi i testi di fluttuare nell’universo illimitato delle analogie”, perché la ricerca deve essere “affrancata dall’obbedienza a qualsivoglia dogma”. Una galassia letteraria di convergenze non parallele e istantanee, in cui all’inconsapevole ribellione dello straccio rosso di Charlot si lega la confortevole e smagata vestaglia dell’anarchico George Simenon; in cui si azzarda l’anarchia per George Orwell in difesa della Catalogna o per “l’impeto inerme di una dolente fraternità” di Giacomo Leopardi davanti alla furia del Vesuvio. Il capitolo dedicato a Leopardi – nello sfondo c’è l’amato Federico De Roberto – è forse il più interessante per comprendere il libro di Di Grado, la necessità di recuperare alla categoria letteraria il pensiero ribelle e puro, la fede nella libertà e non nella verità (di per sé inattingibile, afferma Leopardi e con lui Di Grado), il connubio azione (Kropotkin) e poesia (Leopardi). L’autore comprende tutta la vicenda della letteratura dell’anarchia, un innesto chimerico nel pensiero socialista, tra i due romanzi cosiddetti minori di De Roberto “L’Imperio” e “Spasimo” – scritti a poca distanza l’uno dall’altra e dopo il capolavoro “I Vicerè”, i due romanzi terribili sono legati dalla causalità movente più azione –  e Alberto Savinio.
Tra i geoclasti (gli odiatori derobertiani che farebbero il mondo a pezzi) e la negazione dello Stato come atto rivoluzionario del metafisico Savinio c’è un elenco disordinato di nomi, opere e idee schidionati nel “colore del tempo”. Il tempo trasforma la lotta contro lo Stato in ribellione intrisa di Vangelo e di una nuova utopia o di un sogno. Che è la parabola degli anarchici nati dall’ideologia (con tracce nichiliste) di Bakunin – spettro di personaggi quali Zakunin di De Roberto, Bazarov di Turgenev, Souvarine di Zola, Michaelis di Conrad armati di sacrificio e futuro – , diventati  caricature nel romanzo di Riccardo Bacchelli, poi confusisi nella folla dei subumani di Paolo Valera, votati a un’Idea portatrice di morte come nel romanzo di Antonio Agresti (che dà significativamente il titolo al libro di Di Grado) o rincorsi dai demoni russi. Non solo quelli di Dostoevskij. Ci sono quelli di Alfredo Oriani, che fa dire al protagonista del suo romanzo russo “Il nemico” che “l’assurdo è sempre stato il processo della storia”  o quelli cui si oppone Tolstoj col suo agnello sacrificale Svetlogub; c’è pure Nikolaj Berdijaév convinto che “Il Regno di Dio è l’anarchia”. Anarchici dunque disobbedienti, sacerdoti del no come Oblomov di Goncarov o Junius Maltby di Steinbeck, creature di pacificata indolenza, antecedenti alla civiltà insignificante degli uomini di fumo del ‘900 e resistenti solo negli svogliati di Vitaliano Brancati, scrittore la cui presenza nel libro affiora con lo stesso pudore di Leonardo Sciascia: l’uno in ascolto del silenzio dissenziente dell’Ottocento, l’altro, il racalmutese, smascheratore delle imposture del Potere. E Di Grado fa pubblica ammenda per non aver compreso subito che, negli anni del terrorismo, Sciascia aveva preso le distanze dallo Stato in quanto tale e oltre quel terribile momento della storia d’Italia. Nella rassegna errante di Di Grado due percorsi si offrono: il primo esemplare, il secondo suggestivo. Il primo si focalizza tra la Baracca Rossa di Giuseppe Ungaretti ed Enrico Pea e la comune di Elio Vittorini, il secondo coincide con Leda Rafanelli. Due percorsi a un incrocio: il fascismo e Mussolini (di cui Di Grado non cita la frequentazione con i circoli anarchici prima della direzione dell’ “Avanti!”, dei quali poi deturpò nel funesto colore della camicia il nero della loro bandiera: “ma il vento / il vento che piega i cipressi / perché non solleva, Gesù Maria / la vecchia bandiera dell’Anarchia!”  verseggiava un Leo Longanesi affascinato dagli anarchici). In quella baracca di Alessandria d’Egitto muove “l’indocile poesia” di Ungaretti, che fu anarchico ma diede anche “il culo a Mussolini” come scrive Maurizio Maggiani. Nella storia del poeta della parola pura ci sono un’altra purezza e un destino fratello. La purezza del gesto libertario negli anni dell’adolescenza riverberatosi nella trincea, luogo di morte e di pietà, di fratellanza e di strazio: lì realizzerà il suo destino di poeta. Fu Giuda, insieme a Ungaretti, il fratello della Baracca Rossa  Enrico Pea, che abiurò la rivoluzione in nome del teatro e di Dio, ma prima aveva dato all’arrotino di Vittorini il coltello da affilare. Tanti furono i Giuda nell’Italia caotica del primo Novecento che fecero “un lungo viaggio attraverso il fascismo”: i più noti, Pirandello e Vittorini. Capaci i due scrittori siciliani di coniugare fascismo e anarchia, di consumare, Pirandello in “La nuova colonia” e Vittorini in “Le donne di Messina” e nel “Sempione”, il ritorno alla chimera egualitaria chiamata comune o riunione.  Una nobile e anacronistica utopia che Di Grado non si rassegna a liquidare, quando annota che nelle edizioni del “Sempione” precedenti il 1964 Vittorini aveva scritto pagine di speranza e annunciato nuovi simboli.  Non fu Giuda Leda Rafanelli, piuttosto una di quelle donne che Di Grado definisce “magnifiche vestali della rivoluzione”, talvolta più rivoluzionarie dei loro compagni, cardini di storie anche quando sono finzioni come Nanà di Zola o Lulù di Wedekind o Ida di Oriani, donne che con la loro vitale lotta dei sessi riscattano il mostruoso cupio dissolvi di Chiara Uzeda di De Roberto. Fedele alla sua ricerca di analogie che confermano la presenza dell’Idea, Di Grado non fa cenno alla relazione, magari solo epistolare, tra l’anarchica femminista e il futuro duce per concentrarsi sul romanzo dimenticato “L’oasi”. Romanzo anticolonialista e pubblicato in pieno regime fascista, in cui Rafanelli, che si convertì al sufismo, immaginò una comune di donne capaci di muovere una feroce critica all’Occidente in nome di un “nomadismo della mente e del cuore”. Leda Rafanelli anticipa il “sogno di una cosa” dell’ultimo Vittorini? Resta la suggestione, come resta la curiosità di leggere “Ritratto in piedi” di Gianna Manzini, omaggio all’anarchia “impeto e struggimento insieme”.  A proposito di impeto. Il saggio di Di Grado ha il rigore degli studi e della dedizione critica dell’autore. Per il resto è tutto un impeto. Di stile, perché la scrittura di Di Grado è vagabonda e affascinante, lussureggiante mentre “scruta nella mischia” dei testi e degli autori. Si fa veemente quando cattura il gentiluomo De Roberto, l’autore verista preferito a Verga.  Così a commentare “L’idea che uccide” di Antonio Di Grado basterebbe questo invito di De Roberto (che commenta Leopardi) “Tutti i nostri giudizi sono parziali, appassionati, monchi. Ma chi si spaventasse di questa necessità dovrebbe continuamente tacere”.  Basterebbe, senonché l’immagine che meglio si addice a questa ricerca, pregevole e ribelle, è quella dell’anarchico più simpatico. Quel burattino di Collodi, che dal naso in poi si prese beffa di ogni convenzione, diventando “monumento semovente a un’italianissima anarchia”. Per aggiungere un suggerimento o un auspicio, che sia Di Grado a fare il “commento infinito” a Pinocchio.

 * * *

La scheda del libro

Lo spettro dell’anarchia turba, tra Otto e Novecento, il borghese europeo e tanto più gli scrittori, indecisi tra fascinazione e avversione. L’idea che uccide esplora, lungo una rete di percorsi intrecciati, una varietà di trame e personaggi romanzeschi nei quali riversarono la loro ambivalente curiosità per il mondo anarchico scrittori come De Roberto e Oriani, Valera e De Amicis, Cena e Bacchelli, Turgenev e Dostoevskij, Zola e Bourget, Tolstoj e Léon Bloy, Conrad e Orwell, Pea e Vittorini, assieme a numerosi altri (di cui alcuni poco noti come Leda Rafanelli, o ignoti come Antonio Agresti), fino a Savinio e Sciascia, a Gianna Manzini e a Maurizio Maggiani. Emerge dalle loro pagine una ricca galleria di figure e situazioni, dalle quali ogni scrittore – anche quando appare intimorito – è segretamente stregato, affascinato dal miraggio di un paradiso in terra o di una catastrofe giustiziera, di un evangelo laico o di una praticabile utopia.

 * * *

Antonio Di Grado è professore ordinario di Letteratura italiana nell’università di Catania e direttore letterario della Fondazione Leonardo Sciascia. Ha vagabondato nei secoli della storia letteraria, pubblicando numerosi saggi e volumi: ultimi, Un cruciverba italo-franco-belga: Sciascia-Bernanos-Simenon (2014), Anarchia come romanzo e come fede (2015), Vittorini a cavallo (2016). Di lui Claude Ambroise scrisse, nel terzo volume delle Opere di Sciascia edite da Bompiani: «Di Grado riprende una tradizione di critici scrittori. Egli riassorbe nella scrittura il suo rapporto con il testo, con la tradizione letteraria, con la critica, ripercorrendoli liberamente in vari sensi. Si tratta di un discorso di autentica critica, fatto per essere letto nella sua autonomia e integrità di “testo”; e tuttavia di testo che costantemente rimanda a un’opera».

 * * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

Annunci