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PIANTO DI PIETRA. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti (un estratto)

novembre 12, 2018

Pubblichiamo un estratto del volume “PIANTO DI PIETRA. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti” a cura di Lucio Fabi e Nicola Bultrini (Iacobelli – Prefazione di Andrea Zanzotto)

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Giuseppe Ungaretti, Enrico Conti, Carlo Salsa, Giuseppe Reina: quattro giovani uomini sotto i trent’anni tra i tanti – migliaia e migliaia – scagliati nello stesso inferno. Ognuno di essi ha visto cose oggi difficilmente immaginabili, ha elaborato la propria esperienza secondo quanto gli dicevano il cuore, i sensi, la mente. Uno è diventato poeta grandissimo in trincea, l’altro è morto lontano da casa e dalla famiglia a cui voleva ritornare, gli ultimi due, scrittori di professione, hanno messo sulla carta la loro esperienza, offrendo un quadro espressionista della guerra in trincea sotto il San Michele.
Nei primi due interminabili mesi al fronte Ungaretti, pur non partecipando ad alcuna azione bellica, ma soltanto assolvendo strettamente compiti di vigilanza e rafforzamento delle trincee conquistate sotto il San Michele nell’autunno precedente, ha modo di aggirarsi nei gironi infernali del Carso di guerra.
In alto, sotto le cime del monte, le trincee avanzate, buche individuali in cui le vedette vigilavano immobili per tutta la giornata, tentando qualche movimento soltanto di notte. Qualche decina di metri più sotto, la trincea di prima linea, di solito l’ultima trincea austriaca conquistata e rivoltata, cioè rinforzata dalla parte più esposta con pietre, sacchi di terra e resti di cadaveri che era impossibile rimuovere, presidiata in forze da soldati occupati a controllare costantemente il tratto antistante alla trincea avversaria. Qualche centinaio di metri più indietro, in parte defilata dal fuoco avversario, correva la trincea di massima resistenza, la trincea principale che, in caso di attacco nemico, doveva arrestare l’avanzata avversaria. Era profonda, scavata nel terreno pietroso e friabile e rinforzata con sacchi di terra e traverse di ferro e di legno tratte dalla ferrovia che correva poco lontano. Dietro questa linea, che sotto il San Michele si appoggiava alle quote 170 e 141 per poi piegare lungo le pendici del Bosco Cappuccio, di fronte al villaggio distrutto di San Martino, fino a saldarsi con l’attiguo tratto della celebre Trincea delle Frasche, stavano i ricoveri parzialmente interrati delle truppe di riserva e, poco più indietro, al riparo della linea ferroviaria Sagrado-Gorizia e tra le case distrutte del villaggio di Sdraussina, erano installati i comandi, i servizi sanitari, i magazzini avanzati che rifornivano i militari delle prime linee. Circa 10.000 militari di diverse divisioni e brigate occupavano a turno questo settore del fronte, alternandosi nelle diverse linee trincerate.
L’intero sistema era collegato con camminamenti più o meno profondi che utilizzavano anche le pieghe del San Michele – i cosiddetti valloncelli al riparo dei quali Ungaretti scrive alcune delle sue poesie – per avvicinarsi il più possibile alla cresta del monte, saldamente tenuto da quattro reggimenti ungheresi, che mantenevano a turno circa mille uomini a difesa delle loro trincee avanzate e un numero circa doppio di riserva nei ricoveri in caverna del rovescio del monte. Sono questi i nemici che Ungaretti intende combattere e vincere, forzando il suo stesso corpo, «riottoso a combattere» come scrive a Papini10. Vivono le stesse condizioni dei soldati italiani, scontano anch’essi in trincea la pena impartita dai loro capi:

Quattro reggimenti ungheresi: di Budapest, Debrecen, Grosswardein e Stuhlweissenburg tengono il San Michele […] nelle trincee rimanendovi otto giorni e otto notti ciascuno, senza dormire, senza spogliarsi, ogni notte in battaglia. Poi passavano quattro giorni e quattro notti sul dorso del Monte San Michele, nelle cosiddette postazioni delle riserve, dove potevano dormire di giorno mentre di notte dovevano fare il pesante lavoro di scavare nella pietra.

Dal punto di vista degli austro-ungarici, il San Michele era un monte assediato per tre dei quattro lati dal nemico, che bisognava assolutamente tenere per evitare la caduta del fronte carsico e di Gorizia. Nei momenti critici i reparti ungheresi venivano integrati da altre unità: nel corso di una delle tante battaglie dell’estate del 1915 uno di questi militari, un trentino di lingua italiana, lascia scritto nel suo diario:

Tutta la notte l’artilieria continua a sbarrare, e là le granate facevano triplo effetto perche dove scoppiava una granata, portava un carro di sassi per aria. La mattina abbiamo visto in che posizione: a destra di noi si vedeva giu la citta di Gorizia ma non avevamo il tempo di guardare tanto attorno perche erra un continuo bombardamento, se non erra le granate che ci molestano erra le pietre, difatti ogni granata che scoppiava, e scoppiata distante anche 20-30 metri lontana da noi, dopo pochi minuti che erra scoppiata arrivava attorno e sopra blocchi di sasso.

(Riproduzione riservata)

© Iacobelli editore

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La scheda del libro

Il volume ricostruisce, con dettaglio quasi quotidiano, l’esperienza di Giuseppe Ungaretti, soldato nella Prima Guerra Mondiale. Nessuna biografia del poeta si era mai addentrata tanto nel grumo oscuro e fitto della sua esperienza bellica. Qui, finalmente, un attentissimo e inedito lavoro di ricerca permette di offrire una pressoché completa narrazione della vita del poeta, nel periodo fondamentale per la sua formazione umana e letteraria. Scopriamo allora che Ungaretti per più di tre anni ha fatto la guerra di trincea, sempre in prima linea, sempre da soldato semplice, prendendo parte a numerosi assalti, vivendo e subendo le cose atroci della prima guerra moderna. Conosciamo quindi la fragilità dell’uomo, il desiderio di annullarsi per recuperare le forze, ormai esaurite nei combattimenti. Ripercorriamo la genesi delle singole poesie di Ungaretti, che prendono forma da un vissuto reale, dal dato puramente biografico. Il volume offre infine la guida per un itinerario storico letterario, tra i luoghi di Ungaretti, proprio su quello che era il fronte del Carso.

Prefazione di Andrea Zanzotto.

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Lucio Fabi

Lucio Fabi, storico e consulente museale. Ha pubblicato svariati libri sugli aspetti sociali e iconografici del primo conflitto mondiale, nei suoi aspetti scientifici e divulgativi. Si occupa della valorizzazione storica del territorio e ha collaborato all’allestimento di vari musei della Grande Guerra in Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Svolge attività espositiva in Italia e all’estero. Principali pubblicazioni: Gente di trincea. La Grande Guerra sul Carso e sull’Isonzo, Mursia, Milano 1994; La prima guerra mondiale. Storia fotografica della società italiana, Editori Riuniti, Roma 1998; I Musei della Grande Guerra, Museo della Guerra, Rovereto 2000; Doppio sguardo sulla Grande Guerra, libro+dvd, La Cineteca del Friuli, Gemona 2006; Le strade della memoria. Itinerario storico e sentimentale sui luoghi della Grande Guerra, Persico, Cremona 2008; Il bravo soldato mulo. Storie di uomini e animali nella Grande Guerra, Mursia, Milano 2012; Soldati d’Italia. Esperienze, storie, memorie, visioni della Grande Guerra, Mursia, Milano 2014.

 

Nicola Bultrini

Nicola Bultrini, è nato nel 1965 a Civitanova Marche, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le raccolte di versi La specie dominante (Aragno 2014), La coda dell’occhio (Marietti 2011), I fatti salienti (Nordpress 2017), Occidente della sera (nell’VIII Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea – Marcos y Marcos 2004). Scrive per il quotidiano Il Tempo e collabora con altre testate (tra cui la rivista “Poesia”). È presente nell’antologia Sulla scia dei piovaschi – poeti italiani tra due millenni (Archinto 2015). Come studioso della Prima Guerra Mondiale ha pubblicato vari saggi, tra cui La grande guerra nel cinema (Nordpress 2008), Gli ultimi – i sopravvissuti ancora in vita raccontano la grande guerra (Nordpress 2005), L’ultimo fante, la Grande Guerra sul carso nelle memorie di Carlo Orelli (Nordpress, 2004).

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