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A BORDEAUX C’È UNA GRANDE PIAZZA APERTA di Hanne Ørstavik (recensione)

dicembre 3, 2018

A BORDEAUX C’È UNA GRANDE PIAZZA APERTA di Hanne Ørstavik (Ponte alle Grazie, 2018, 228 pp. Trad. it. di S. Culeddu)

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di Antonio Celano

Perché parlare di Hanne Ørstavik e del suo romanzo psicologico A Bordeaux c’è una grande piazza aperta (Ponte alle Grazie, 2018, 228 pp.)? In fondo – pur conosciutissima all’estero, tanto da esser stata tradotta in ventisei lingue e aver recentemente partecipato alla finale dei National Book Awards nella Shortlist della sezione «Translated Literature» – è una scrittrice norvegese tradotta per la prima volta in Italia, per giunta senza nemmeno essere una giallista.
Perché, allora? Recita la quarta di copertina, che il libro «è un romanzo d’amore, un romanzo sul desiderio di vicinanza e di sessualità e sullo smarrimento che avviene quando l’altro non si lascia incontrare». Forse un erotico? No, soprattutto qualora si voglia inserire il termine nel filone delle Cinquanta sfumature. Semmai un erotico in senso lato, pure questo aperto, dove la sessualità, anche una volta scesa nei suoi bassifondi, è sempre narrata con luminosa naturalezza. Niente morbosità, insomma; niente nevrotiche o sordide catabasi, niente cercate perdizioni maledette e dannunziane. Solo esperienza, viaggio nel cercare un uomo in un altrove muto, dove si pensa si possa coglierlo. Capirsi.
La trama è, per altro, volutamente esile. Ruth, un’artista interessata a installazioni dedicate all’interazione con i visitatori delle sue mostre, si innamora di Johannes, uno storico dell’arte imprestato a questioni teoriche. Il gesto di Ruth, almeno all’inizio, pare seguire una traccia sentimentale labile. Ma il contatto avviene e tra loro nasce una relazione lunga e piuttosto tortuosa, in cui l’incontro, inteso nel suo significato più profondo, sembra sempre rifrangersi, infrangersi e, soprattutto, differirsi. Il luogo del redde rationem si materializza, però, a Bordeaux, dove Ruth va a curare una sua installazione. Johannes dovrebbe raggiungerla il giorno successivo, ma è su questa spina, su questo filo, che la Ørstavik lascia camminare le riflessioni più profonde di Ruth sull’amore, l’incontro, l’interazione.
E dunque, perché trovo importante parlare del romanzo Hanne Ørstavik? A questo punto, io direi, con estrema sicurezza, che è per l’esperienza emotiva di grande intensità che può aprire in ogni lettore, e per la sua scrittura, capace tanto di scuotere, come ho già detto, quanto, su altri piani, di conciliare livelli stilistici e contenutistici.
È un fatto che del romanzo, della scrittura della Ørstavik, ci giunga prima lo stile. Una scrittura urgente che aderisce perfettamente a quella psicologica della protagonista, nel suo tentativo di spingersi, aprirsi al fuori, all’esterno. Un’urgenza stilistica che si nutre di reiterazioni, di anafore, di analessi concettuali che emergono lungo tutta la narrazione. Una scrittura, dunque, mossa, increspata. E sempre capace, nel preciso momento in cui la protagonista dice «Io», di sciogliersi subito in un «Noi», in un punto di vista più comprensivo e inclusivo.
imageOvviamente, nulla di costruito, di forzatamente sperimentale. Perché lo stile di Hanne Ørstavik è, invece, solo un risultato: la pelle ben aderente e tesa, cioè, su una carne emotiva sottostante, su una sensibilità della scrittura che da sotto preme e guizza con forza.
Parlo di carne emotiva perché, in A Bordeaux c’è una grande piazza aperta, è sempre per prima il corpo a muoversi negli spazi, ad attraversarli per cercare (o evitare) il contatto con l’altro. Perché, nell’attraversare, è il corpo che trasporta tutto ciò che siamo dentro: sensibilità, mente, memoria, anima, perfino gli equilibri e i cedimenti del corpo. La vera piazza aperta è il petto disarmato di ogni donna o uomo.
Non è dunque un caso che, nel rapporto erotico principale del libro, quello tra Ruth e Johannes, operi così visibilmente già dalle prime prime pagine il morbo della distanza: distanza non solo come lontananza fisica e in attesa di un suo qualche superamento – ma pure come separatezza, come impossibilità di ogni compenetrazione. Johannes è un inadeguato. È sì un uomo capace di occhi formidabili, competenti nel carpire il bello, ma incapace di appropriarsene interiormente, di gestirlo senza che sbrodoli fuori. Vive il suo rapporto con Ruth attraverso lo scatto di fotografie, per esempio quando passeggiano, come se avesse bisogno dell’uso di un mezzo coagulante una realtà altrimenti capace di potersi dissolvere da un momento all’altro. Oppure le invia foto di donne incontrate lì per lì in discoteca o nei locali strip e hot, perché il suo desiderio, al contrario di quello di Ruth, è di genere sessuale pornografico. E vuole stare con lei, ma non in lei.
Dunque, non siamo di fronte alla creazione di una situazione che consiste nell’equivoco di un’incomprensione a due iniziale o di fondo: di una che non vede l’altro che non dà. La vicenda, invece, è chiara nei suoi termini fin dall’inizio, sia pure intuitivamente. Ma Ruth proverà ugualmente ad aprirsi la strada verso Johannes per cercare di capire se dentro di lui possa toccare quella che è una tenerezza sotto la sua scorza. Perché così è l’amore. Ma poiché anche il distacco è già di per sé una forma di rapporto che modifica i termini iniziali della condizione esistenziale dei protagonisti – attraverso una forte presa di responsabilità (sia nel suo senso originario di «rispondere» che di «farsi carico di qualcosa») Ruth proverà a esperire, a specchio, le scelte estreme di Johannes: nel tentativo di capire se, in realtà, non sia lei la persona propriamente inadeguata, incapace di comprendere, di trovare la chiave per aprire «l’oggetto Johannes».
Al di là della conclusione, che lascio completamente a chi avrà voglia di leggere il libro, il bel libro di Hanne Ørstavik resta, a mio avviso, un romanzo a finale aperto. Non tanto perché una decisione alla fine non sarà presa, ma per la presenza di un delta costituito dalle storie dei personaggi (solo apparentemente) minori: Abel, la proprietaria di una galleria d’arte, che porta in giro la notte Ruth diventando una sorta di cartina di tornasole delle sue esperienze presenti e passate. E la figlia di Abel, Lily, e del suo ragazzo, Ralf, che proporranno via via alternative di incontro e di apertura che aiuteranno Ruth (ma credo di più il lettore) a trovare una sua risposta personale al «mistero» Johannes.

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[Hanne Ørstavik, A Bordeaux c’è una grande piazza aperta (Ponte alle Grazie, 2018, 228 pp. Trad. it.: Det finnes en stor åpen plass i Bordeaux, Forlaget Oktober 2013)]

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La scheda del libro

MI VUOI INCONTRARE
Così incomincia questo romanzo, il primo a essere tradotto in italiano di Hanne Ørstavik, una delle voci più importanti della narrativa nordica contemporanea. È possibile incontrarsi? Incontrare l’altro, incontrare sé stessi, essere vicini, essere vivi, insieme? Con una prosa concreta ma sensuale, lirica e allo stesso tempo austera ed essenziale, Ørstavik indaga nelle pieghe più profonde e osc ure del desiderio, del corpo, della carne e dell’anima. Osserva con precisione appassionata ma implacabile i movimenti che ci fanno avvicinare agli altri e che ce ne allontanano, nel grande spazio aperto dell’esistenza.
Un romanzo nuovo e luminoso, sull’amore, il desiderio, la nostalgia e il dolore.

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Hanne Ørstavik è nata a Tana, nel nord della Norvegia nel 1969.Il suo primo romanzo è del 1994, e ha dato l’inizio a una carriera di scrittrice e intellettuale tra le più interessanti del panorama norvegese ed europeo. Da allora ha pubblicato tredici romanzi, ha vinto numerosi premi ed è stata tradotta in ventisei lingue.

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