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QUANT’È VERO DIO di Sergio Givone (recensione)

dicembre 5, 2018

QUANT’È VERO DIO. Perché non possiamo fare a meno della religione” di Sergio Givone (Solferino)

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di Gianni Bonina

Dall’indomani dell’ultima guerra mondiale ad oggi si è assistito a un progressivo rovesciamento dell’approccio mostrato alla religione da parte degli intellettuali e delle masse popolari: i primi, che pure avevano riconosciuto al trascendente una funzione necessaria al perseguimento del bene comune, hanno finito per ritenerla non più che una “agenzia morale” e una esperienza esclusivamente privata; i secondi, aperti a un futuro ottimistico dopo gli orrori della guerra e pronti a vagheggiare vantaggi concreti al posto di promesse consolatorie, ne hanno invece riscoperto lo spirito irenico e soterico fino ad assumere le forme più variegate di misticismo.
Questo processo ha riguardato unicamente l’Occidente e dunque il cristianesimo, che dato per storicizzato dalle ideologie materialistiche quali il marxismo e il neo-illuminismo insieme con ogni altra confessione di fede (il “Dio è morto nicciano” come annuncio a ogni divinità monoteista e politeista) si è invece rigenerato al disinganno di quelle ideologie ed oggi scopre che la stessa scienza – la fisica quantistica in particolare, alle prese con le incognite del caso e della probabilità – si interroga al suo cospetto su temi che riguardano la metafisica. La ricerca della verità è tornata perciò di competenza anche della religione, sicché la domanda di oggi non è più cosa legittimi la fede, tanto per assegnarle un ruolo comunque subalterno, ma cosa la fede legittimi. E quel che essa legittima è per Sergio Givone (autore del libro uscito da Solferino Quant’è vero Dio) addirittura il divenire politico, manovra che le permette di riconquistare la sua piena centralità nella vita degli uomini e nelle loro attività.
Riprendendo Jürgen Habermas, il filosofo italiano riconosce infatti come oggi più di ieri le dinamiche sociali siano improntate a un modello religioso frutto di un processo storico che si è valso dello spirito della secolarizzazione: anche senza volerlo, i valori della società occidentale appaiono espressione di una coscienza religiosa collettiva che agisce nell’ottica di una traduzione della fede in un canone etico. Sembra qui riecheggiare la teoria di Wilhelm Reich (non richiamata però da Givone) sull’insignificanza della questione cristologica, se Cristo cioè sia mai esistito o meno, giacché “la sua tragedia sarebbe sempre ciò che effettivamente rappresenta; ogni sua manifestazione sarebbe vera anche se si trattasse solo del sogno di un singolo individuo perché essa si verifica ogni giorno nella vita quotidiana”. Per Habermas come per Givone il processo di secolarizzazione ha fatto dunque della religione cristiana un fattore di sviluppo sociale, di perseguimento del bene comune. E ciò contro la diversa opinione del canadese Charles Taylor che afferma la deducibilità dei valori fondativi della società moderna non dal “secolarismo” ma dal “principio di ragione autosufficiente” che ispira l’uomo in quanto tale, opzione che riporta allora i rapporti di forza al pensiero illuminista.
Ma Givone propende per la tesi di Habermas ricordando come la ragione autosufficiente adottata da alcuni sistemi politici non legittimati dalla religione abbia inesorabilmente portato, rendendosi autonomi, al terrorismo e al totalitarismo. In taglio cade qui la questione del fondamentalismo islamico fucina di terroristi, risolta da Givone nell’assunto che il terrorismo non è figlio della religione perché è il prodotto di una fede che non c’è più. E non c’è più nel senso che è stata violata mentre in Occidente si è avuto un fenomeno di desacralizzazione che ha legato la società al principio di laicità anziché di legittimazione. E’ infatti il sacro il mezzo che divide il bene e il male, l’imperativo posto al di fuori persino della potestà divina a tutela di ciò che è giusto o sbagliato, quanto cioè è permesso e quanto invece è inviolabile. Bene e male sarebbero altrimenti delle concezioni relativistiche mentre è lo stigma del sacro a definire i campi della legge e della giustizia che si legittimano e giustificano a vicenda – fatti salvi due interrogativi non risposti da Givone: se la desacralizzazione come violazione di un credo immanente abbia operato allo stesso modo nelle due religioni monoteiste e se il sacro non dipenda piuttosto da determinazioni più terrene e contingenti che divine e universali. Certamente è tuttavia da chiedersi se una società desacralizzata e secolarizzata come la nostra sia a questo punto indotta inevitabilmente a traguardare fini utilitaristici, lasciando che il bene comune venga ottenuto senza alcuna intercessione trascendente.
Richiamando Giambattista Vico, Givone esclude che ciò sia possibile per le stesse ragioni per cui una società è nella sua sfera pubblica istituzionalmente ispirata dalla religione che la legittima. Dice infatti Vico che l’uomo è tale perché trascende il reale e si riconduce non alla natura deterministica ma ai racconti mitici, alle favole, alla religione appunto. Esperisce dunque un’istanza di libertà, condizione questa dalla quale è necessario partire per affrontare il problema del male nel mondo e il tema della teodicea – la giustizia divina – che costituiscono il pabulum del saggio di Givone. Se Dio è libero perché onnipotente e se ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, lo ha reso anche libero mettendolo perciò di fronte sia al bene che al male, nel presupposto che la libertà viene prima sia del bene che del male ma che non ci sarebbe in mancanza di essi.
La teoria è di Nikolaj Berdjaev, che Givone spiega in questi termini: “Porre la libertà significa porre il bene e il male, così come togliere la libertà significa togliere il bene e il male. Non solo: l’uomo non conosce il bene se non in rap­porto al male. Ossia come superamento del male, come vittoria sul male. Il bene allo stato puro, iner­ziale, non esiste. Porre il bene è anche, sia pure sol­tanto per esclusione, porre il male”. Dio sceglie dunque il bene, ma nello stesso momento non può che dare anche il male, che è il sovvertimento dell’ordine naturale ma che non può non esistere. Berdjaev arriva per questa via alla paradossale conclusione che “Dio appunto perciò esiste, perché esiste il male e il dolore nel mondo: l’e­sistenza del male è una prova dell’esistenza di Dio”. Sennonché per Luigi Pareyson, assertore convinto del primato della libertà, non si deve dire che c’è il bene perché c’è intanto il male quanto che c’è il male perché il bene è liberamente voluto da Dio, il cui sì al bene è appunto un atto di libertà al quale ricondurre sia l’uno che l’altro. Una libertà che opera nel mondo come su un teatro, che è tragico perché l’essenza della religione è proprio il tragico giusto il fatto che il cristianesimo è una religione della morte e non della vita dal momento che inscena la passione di Cristo come condivisione del destino umano nei modi, secondo Pareyson, di una “grandiosa e spettacolare trovata”, di un “colpo di teatro” frutto dell’amore divino.
L’amore divino è dal canto suo oggetto tuttavia di “lacerazione assoluta”, a dirla con Hegel, avendo Dio detto sì alla morte e accettato dunque di non poterla vincere, così come ha accettato di non potere eliminare il male. Il tragico nasce da tale lacerazione interna all’amore divino (uguale alla “contrapposizione assoluta” tra l’Amore che è proprio del cristianesimo e la Legge che è propria dell’ebraismo) e spiega la sofferenza umana. Che è data dall’amore, tale che noi amiamo solo quanti sappiamo mortali, per cui è da ritenere che non ci sarebbe l’amore senza la morte. “Forse – scrive Givone – l’amore nasce nel momento in cui scorgiamo nel viso dell’altro l’ombra della morte che accompagna entrambi”.
Libro ricchissimo di spunti di riflessione, di nuovi orizzonti aperti sui temi da sempre più dibattuti dal pensiero occidentale, sorprendente nel lavoro di raccordo compiuto tra autori che vanno da Kant a Dostoevskij a Carl Schmitt a Sergio Quinzio a Peter Sloterdijk a John Rawls nonché nelle proposte offerte alla speculazione teologica e filosofica, Quant’è vero Dio si raccomanda come uno dei pochi interventi che negli ultimi anni sono venuti dal mondo intellettuale a favore e a difesa della religione, sostenuta non sul piano dogmatico della fede ma su quello della ragione e della coscienza. Crociano nell’analogico enunciato che fonda il “perché non possiamo fare a meno della religione”, il saggio di Givone (forse il più acuto e lucido filosofo italiano del nostro tempo) è un manifesto laico che nulla ha della retorica apologetica e del fervorino clericale, né si presta – come il titolo potrebbe pur far pensare – quale prova ontologica dell’esistenza di Dio, semmai si offre nello spirito di una nuova patristica alla spiegazione del divino sotto la luce della filosofia, ma con sguardo moderno, smagato, rivolto essenzialmente – ed ecco il migliore risultato – a porre la religione come presenza, ancora oggi e soprattutto oggi, necessaria alla società attuale, sospesa com’è tra una tentazione sempre più forte alla secolarizzazione e un richiamo altrettanto potente alla sfera trascendente.

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La scheda del libro

Post-religiosi, atei, materialisti: nell’infinita gamma degli atteggiamenti dell’Occidente secolarizzato verso la religione sembra manchi solo quello più semplice: credere. È ormai una scelta marginale, in via d’estinzione? Niente affatto, tanto è vero che il bisogno di Dio sembra tornare alla ribalta ovunque nel mondo, in modi anche drammatici. Perché? È opinione comune che la religione sia stata inventata dagli uomini per autoconsolarsi della propria condizione mortale. Ma se le cose stanno così, come mai tutte le religioni hanno sempre offerto ai fedeli e ai non-fedeli scenari inquietanti, dal giudizio finale al paradiso e all’inferno? Il fatto è che la religione, nel momento in cui risponde alla domanda sul senso della vita, riguarda la nostra libertà, perché della libertà è l’ultima difesa e non la soppressione. Ecco perché il ritorno a Dio è necessario al fine di contrastare il totalitarismo in tutte le sue forme. Se è vero che la religione non può essere tenuta fuori dalla sfera pubblica, riflettere sulla sua opportunità significa riflettere sulla giustizia, che è ciò da cui si dispiega, secondo la lezione del pensiero antico da Parmenide in poi, l’ordinamento stesso del mondo e del nostro stare insieme come umani. Uno dei nostri maggiori filosofi si interroga e ci interroga sulla necessità della religione prima ancora che sul bisogno di essa, avendo il coraggio di prendere le distanze da figure mai come ora oggetto di discussione e al centro del dibattito: Nietzsche e Heidegger. E lo fa da laico, consapevole che laico non è chi rivendica la propria indifferenza nei confronti della religione ma al contrario chi la prende sul serio, riconoscendo che i contenuti essenziali con cui è chiamato a fare i conti, le ragioni per cui si vive, vengono proprio da lì. Un percorso incalzante e profondo che fa appello alle conclusioni di poeti e scrittori non meno che a quelle dei filosofi – Hölderlin e Dostoevskij su tutti –, intreccia alla religione il discorso sul sacro e mette in guardia dai pericoli del relativismo e dell’etica utilitaristica. Al cuore, una domanda cruciale: davvero possiamo fare a meno della verità sull’uomo e sul mondo che solo la religione è in grado di comunicare?

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Sergio Givone è nato in provincia di Vercelli nel 1944 e risiede a Firenze.
Filosofo e romanziere, è professore emerito all’Università di Firenze, dove per anni è stato ordinario di Estetica presso la facoltà di Lettere e Filosofia. I suoi studi riguardano in particolare l’estetica e il pensiero tragico.
Tra i suoi libri, Storia del nulla (Laterza 1995), Non c’è più tempo (Einaudi 2008), Metafisica della peste (Einaudi 2012) e Luce d’addio. Dialoghi dell’amore ferito (Olschki 2016).

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