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M. IL FIGLIO DEL SECOLO di Antonio Scurati (recensione)

dicembre 11, 2018

M. IL FIGLIO DEL SECOLO di Antonio Scurati (Bompiani)

Azione e reazione: fisica e breve “controstoria” di un principio

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di Riccardo Piazza

Il coraggio di agire è spesso contrapposto alla ponderazione del discernimento. Quanto conosciamo le peculiarità proprie della meccanica politica d’Italia? Il secolo breve è aperto da un lunghissimo ponte cronologico che vede la nazione uscire esausta, unita seppur divisa e sfilacciata nelle sue trame sabaude, dalla dialettica, sovente sterile, del parlamentarismo trasformista. La Prima guerra mondiale sovverte gli equilibri delle radiose giornate di Maggio senza però esimerci dalla responsabilità della risposta più importante: quale il principio morale, prima ancora che etico, dell’azione all’interno di quei primi anni novecenteschi?
Il romanzo di Antonio Scurati, in più di ottocento pagine, eviscera con perizia i contorni della risposta. Al concetto di idea ed azione i Fasci di combattimento, naturale evoluzione di quelli siciliani combattuti e avversati da Francesco Crispi, resilienti nelle velleità agrarie, movimentiste, sindacali e contadine di un socialismo fattosi facile Salomè incantatrice, grazie ai pifferi magici di Marx, Engels, con tanto di zucchero a velo della dialettica hegeliana, nonché i partiti di massa, consacrano il loro nuovo santo Graal neorisorgimentale. In Italia, i recalcitranti piedi dell’amalgama sociale si addensano nelle forme dello scorticante dibattito pubblico tra interventisti e neutralisti. Valicare il guado andando al di là della ennesima spiraliforme sterile battaglia dicotomica offrendo il carico del sacrificio, la responsabilità dell’eccesso e del successo alla luce di Vittorio Veneto e del nostro 1918, decidendo di abbandonare un partito, una ideologia, d’avversare un giornale, quell’Avanti prima culla e madre, poi genitrice ripudiante, così reinventandosi terreno fertile del proprio divenire, del proprio esserci, del Dasein, con foga e bulimica voglia di agire. Ecco il vero obiettivo ontologico prima ancora che fenomenologico del Benito Mussolini narrato da Scurati.
«Fiuto il secolo, poi tendo il braccio, cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia».
Qualcuno ha definito il testo, così azzardandone anche il notevole successo editoriale, alla stregua di una nostalgica quanto ammiccante (paventandone come non bastasse una improbabile torsione storico-critica affine alle vicende governative odierne, il rischio del ritorno così ben circoscritto da Paolo Mieli in un recente intervento sul Corriere della sera) “Retrospettiva del fascismo”. Quest’ultima, riveduta e corretta dalla visione binoculare e documentale di chi si ritrovò, alla fine della fiera, nel 1945, dalla parte “sbagliata della storia”. Invero già valenti e aulenti maestri, da Pansa a De Felice, ritengo, ne abbiano, peraltro con dottrina e senno, riempito la matrice degli studi. Tuttavia, se al lettore non spiacerà, ci avverremo della facoltà di non rispondere di tutto ciò, proponendo una solida epoché di natura husserliana, quindi sospendendo il giudizio, per provare ad andare oltre.
Oltre, probabilmente, volendo analizzare in profondità le vicende umane, personali, gnoseologico-cognitive di un uomo che fu storia e figlio legittimo di questa, affascinanti gli intrecci della formazione pedagogica prima ancora che sentimentale di Mussolini e di Margherita Sarfatti, c’è la diagnosi di una identità voluta, cercata e non soltanto coercitivamente imposta con il ferro e con il marchio del fuoco inquisitorio sulla pelle del Paese. Oltre, mi è sembrato, Scurati abbia scorto con ausilio di fonti e scrittura policromatica, l’immanenza di una figura generatrice di senso. Un modesto figlio di un fabbro di Predappio comprese prima di ogni altro esegeta quanto agli italiani potesse piacere che il dogma del sacrificio li rappresentasse meglio di qualsiasi rivoluzione proletaria mai nata e sempre rimandata, di più; che li caratterizzasse tutti, maggioranza e opposizione, nei loro intimi quanto reconditi recessi dell’anima.
«Mi sono giustificato dinanzi alla storia ma devo ammetterlo: è la struggente cecità della vita riguardo a se stessa. Alla fine si torna all’inizio. Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io».

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Antonio Scurati
M. Il figlio del secolo
pp. 839 – Bompiani, Milano 2018

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La scheda del libro

È un romanzo, sì, ma un romanzo in cui d’inventato non c’è nulla. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso è storicamente documentato o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. È la storia dell’Italia tra il 1919 e il 1925, dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento al delitto Matteotti, la storia di un Paese che si consegna alla dittatura, la storia di un uomo (M, il figlio del secolo) che rinasce molte volte dalle proprie ceneri. La storia della Storia che ci ha resi quello che siamo.

Lui è come una bestia: sente il tempo che viene. Lo fiuta. E quel che fiuta è un’Italia sfinita, stanca della casta politica, della democrazia in agonia, dei moderati inetti e complici. Allora lui si mette a capo degli irregolari, dei delinquenti, degli incendiari e anche dei “puri”, i più fessi e i più feroci. Lui, invece, in un rapporto di Pubblica Sicurezza del 1919 è descritto come “intelligente, di forte costituzione, benché sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale”. Lui è Benito Mussolini, ex leader socialista cacciato dal partito, agitatore politico indefesso, direttore di un piccolo giornale di opposizione. Sarebbe un personaggio da romanzo se non fosse l’uomo che più d’ogni altro ha marchiato a sangue il corpo dell’Italia. La saggistica ha dissezionato ogni aspetto della sua vita. Nessuno però aveva mai trattato la parabola di Mussolini e del fascismo come se si trattasse di un romanzo. Un romanzo – e questo è il punto cruciale – in cui d’inventato non c’è nulla. Non è inventato nulla del dramma di cui qui si compie il primo atto fatale, tra il 1919 e il 1925: nulla di ciò che Mussolini dice o pensa, nulla dei protagonisti – D’Annunzio, Margherita Sarfatti, un Matteotti stupefacente per il coraggio come per le ossessioni che lo divorano – né della pletora di squadristi, Arditi, socialisti, anarchici che sembrerebbero partoriti da uno sceneggiatore in stato di sovreccitazione creativa. Il risultato è un romanzo documentario impressionante non soltanto per la sterminata quantità di fonti a cui l’autore attinge, ma soprattutto per l’effetto che produce. Fatti dei quali credevamo di sapere tutto, una volta illuminati dal talento del romanziere, producono una storia che suona inaudita e un’opera senza precedenti nella letteratura italiana. Raccontando il fascismo come un romanzo, per la prima volta dall’interno e senza nessun filtro politico o ideologico, Scurati svela una realtà rimossa da decenni e di fatto rifonda il nostro antifascismo.

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Nato a Napoli nel 1969, Antonio Scurati è docente di Letterature contemporanee presso la IULM di Milano, dove dirige il Master in Arti del Racconto. Per anni ha coordinato il Gruppo di Ricerca sui Linguaggi della Guerra e della Violenza dell’Università di Bergamo. È anche editorialista de “La Stampa” e autore di numerosi saggi, tra i quali ricordiamo La letteratura dell’inesperienza (Bompiani, 2006). Ha esordito nel 2002 con Il rumore sordo della battaglia (premio Kihlgren, premio Fregene, premio Chianciano). Nel 2005, con Il sopravvissuto, ha vinto la XLIII edizione del premio Campiello e nel 2008, con Una storia romantica, il Mondello. Della sua vasta produzione, tradotta in molti paesi, ricordiamo Il bambino che sognava la fine del mondo (2009), La seconda mezzanotte (2011), Il padre infedele (2013) e Il tempo migliore della nostra vita (vincitore sia del premio Viareggio sia, di nuovo, del premio Selezione Campiello).

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