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IL GENERALE di Lorenzo Tondo (recensione)

dicembre 27, 2018

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (La nave di Teseo)

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di Gianni Bonina

Sciascia vedeva la giustizia come un “ingranaggio”: cadendoci si finisce dentro meccanismi di difficile regolazione. Un caso kafkiano, pressoché ignorato dalla stampa italiana, si sta avendo alla Corte d’assise di Palermo dove dall’anno scorso viene celebrato il processo a un eritreo ritenuto il re della tratta degli esseri umani nel Mediterraneo, arrestato il 24 maggio 2016 a Khartoum, capitale del Sudan. Si tratta di Medhanie Yehdego Mered, chiamato “il Generale”. A lui viene anche imputata la morte di 368 eritrei naufragati in acque italiane il 3 ottobre 2013 e di altre centinaia di migranti fatti imbarcare su barche destinate a colare a picco.
Ma dopo l’arresto “Il Guardian” di Londra diede notizia che la persona arrestata non era lo smuggler al quale le polizie europee stavano dando la caccia, trattandosi di un pastore eritreo identificato in Medhanie Tesfamariam Berhe, fuggito in Sudan per sottrarsi al servizio militare e non rischiare di morire nella guerra contro l’Etiopia. A dare la notizia uscita sul quotidiano inglese fu un giornalista palermitano, Lorenzo Tondo, lo stesso che per primo aveva reso noto sullo stesso giornale l’arresto del famigerato Mered, grazie ai rapporti pressoché di amicizia con il sostituto procuratore Calogero Ferrara, che dopo l’ecatombe di vite umane di tre anni prima, rispondendo anche a un impulso del governo, aveva dato vita a un pool di polizie europee da concentrare nella caccia al signore miliardario che controllava l’esodo dall’Africa in Europa, applicando nelle indagini gli stessi metodi da lui stesso adottati nella lotta alla mafia: intercettazioni telefoniche, ricerca di soffiate, adozione di un profilo del racket mutuato da quello verticistico di Cosa nostra. L’arresto di Mered fu annunciato con molta enfasi dalla magistratura italiana più celebrata e ammirata d’Italia, quella dove avevano militato Borsellino e Falcone, per modo che la scoperta che l’arrestato non era Mered avrebbe significato una solenne sconfessione.
Tondo si è trovato così nella stessa posizione di Ferrara: aveva dato per primo una notizia falsa (l’arresto di una persona innocente) come il sostituto procuratore aveva fatto arrestare la stessa persona additandola per colpevole. Ma il giornalista si è subito adoperato per smentire se stesso, mentre il magistrato è rimasto fermo sulle sue posizioni. Di qui la rottura. Tondo ha continuato a indagare per dare prova, insieme con l’avvocato difensore Michele Calantropo, che l’imputato alle sbarre era the wrong man, l’uomo sbagliato. Sottoposto egli stesso a indagini per favoreggiamento, Tondo ha allora scritto un instant book (Il generale, pp. 152, euro 17) affidandosi all’agente letterario Roberto Santachiara che in poche settimane è riuscito a farlo pubblicare dalla Nave di Teseo.
Nel libro Tondo ha tenuto aggiornata la vicenda fino allo scorso 3 ottobre, ma dopo quella data il processo ha tenuto ben altre dodici udienze nelle quali testimoni come la moglie e il fratello del vero Mered, sentiti in videoconferenza dalla Svezia e dall’Olanda, hanno dichiarato che l’uomo in manette non è Mered. Il processo tuttavia sta proseguendo e la Corte si è pronunciata affermando che, allo stato degli atti, non ci sono elementi perché possa essere dichiarato uno scambio di persona. Non è stata tuttavia ammessa la prova del Dna sulla madre del giovane in detenzione al Pagliarelli, dalla quale risultava il legame di consanguineità, mentre la difesa ha proceduto a una seconda prova genetica sottoponendo a esame la saliva della moglie e del figlio di Mered, prova che ha confermato la parentela ed escluso quindi un rapporto di sangue con l’altro Medhanie, quello tenuto da oltre due anni in carcere. La Procura palermitana ci va in verità cauta, non escludendo che le tante testimonianze in favore dell’imputato possano mascherare il tentativo di scagionarlo, essendo molto nota l’influenza che l’eritreo esercita sulle comunità di connazionali sparse nel mondo.
Tondo ha scritto un libro che è nello stesso tempo un’arringa difensiva e una requisitoria: si discolpa dall’accusa di essere stato poco obiettivo e accusa la Procura e la giustizia italiana di insistere in un processo che, se dovesse portare alla prova dello scambio di persona, segnerebbe il fallimento non solo di una indagine ma di un’intera operazione concepita per fronteggiare gli orrori della tratta di migranti e nella quale l’Italia si è messa a capo, fallimento che sarebbe anche del metodo adottato, quello di immaginare il racket sull’esempio della mafia.
Libro che, come ogni instant book, si consuma nel breve tempo di un nuovo sviluppo determinante, Il Generale rimane valido come ricostruzione dei fatti (rimasti poco noti in Italia), sia pure visti e interpretati da un punto di vista parziale e per una causa che è anche personale. A processo ancora in pieno svolgimento sarebbe stato forse più opportuno aspettare che fosse la Corte d’assise a stabilire la verità anziché deciderla privatamente, ma Tondo ha ritenuto di dover rispondere a un’urgenza che ha sentito non solo pro domo sua ma legata anche a un bisogno di testimoniare quella che ritiene la verità, così citando una frase di Giuseppe Fava che è diventata uno statuto: “In una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenta la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, esso si fa carico anche di vite umane”.
Giornalismo investigativo quello esercitato da Tondo, che dice di avere il pieno sostegno del suo giornale e che nel libro ringrazia i giornalisti stranieri per la collaborazione prestata al suo lavoro. Giornalismo che nel libro diventa però narrazione, avendo l’autore dipanato i fatti secondo un modello che giornalistico non è appartenendo più propriamente a quello del romanzo, ricco il libro com’è di dialoghi, descrizioni, digressioni e particolari che fanno supporre una latente verosimiglianza più che una fedele rappresentazione.
Ricco soprattutto di una tensione crescente che ne fa un thriller associato a una docu-fiction vicina ad esempi primigenei come Gomorra di Saviano, Il Generale è il classico libro page-turner che si legge d’un fiato e non solo per merito dei fatti narrati che ci sono vicinissimi ma anche per un meccanismo interno che mutua venature sciasciane nello scombinato disposto entro il quale la faccia della giustizia, che ammette solo l’evidenza, si erge di fronte, a muso duro, a quella dell’uomo che implica un senso di umanità. “La giustizia è un sacco vuoto – diceva Sciascia. – Bisogna metterci dentro l’uomo”. Ecco, questo ha provato a fare Tondo, finendo anche lui nel sacco.

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Il Generale - Lorenzo Tondo - copertinaLa scheda del libro

Il giovane Medhanie Berhe viene arrestato mentre beve un caffè con degli amici in un bar di Khartoum, in Sudan, nel maggio del 2016. Rischia vent’anni di carcere. Secondo i magistrati, dietro il suo sguardo spaventato si nasconde uno dei più sanguinari trafficanti di esseri umani della storia: Medhanie Yehdego Mered, soprannominato “il Generale”.
La procura di Palermo indaga su di lui in seguito alla tragedia dell’ottobre 2013, che è costata la vita a 368 eritrei al largo di Lampedusa. Ma il colpevole è davvero il ragazzo fermato?
Un’indagine, capitanata dal “Guardian”, solleva dubbi su questo arresto, concluso forse troppo frettolosamente. Lorenzo Tondo, protagonista e narratore di quell’inchiesta, produce una sfilza di prove che rischiano di restare ignorate: foto del trafficante in libertà, intercettazioni, chat private, documenti top secret e testimonianze di ex criminali. Persino due test del DNA. Soprattutto, Berhe non assomiglia affatto al Generale.
Nella trama avvincente di una storia in cui tutto è reale – tra servizi segreti, trafficanti e polizie di mezzo mondo – si insinua così un dubbio sconvolgente. E se Mered fosse ancora a piede libero e quel ragazzo con i capelli arruffati, scaraventato dall’Africa nella cella di un carcere siciliano, fosse vittima di un clamoroso scambio di persona?

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Lorenzo Tondo (Sciacca, 1982) è giornalista e corrispondente del “Guardian” per il quale si occupa di Sud Europa e di temi legati alla crisi migratoria. In passato ha collaborato con “The New York Times” e “Time”. Dal 2010 al 2015 ha lavorato nella redazione di “la Repubblica” a Palermo, dove ha ottenuto numerosi riconoscimenti per le sue inchieste. Nel 2015 si è aggiudicato il premio nazionale di giornalismo Giuseppe Fava Giovani e nel 2016 il premio internazionale Maria Grazia Cutuli come giornalista siciliano emergente. Il Generale è il suo primo libro.

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