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IL GIORNO IN CUI LORENZO MORÌ di Paolo Marati

gennaio 7, 2019

IL GIORNO IN CUI LORENZO MORÌ di Paolo Marati (Ponte Sisto): incontro con l’autore

Paolo Marati, romano, è giornalista pubblicista e docente d’Italiano e di Latino presso il liceo classico Torquato Tasso di Roma. Ha pubblicato la raccolta di racconti L’assassino sedeva a tavola con noi (Aletti, 2007) e i romanzi L’intrusione delle onde anomale (Barbera, 2014, finalista al Premio letterario Chianti) e Gli indecenti (Melville, 2017). Per le edizioni Ponte Sisto ha pubblicato il suo nuovo romanzo intitolato Il giorno in cui Lorenzo morì.

Abbiamo chiesto a Paolo Marati di parlarcene…

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“Spoilerare: Brutto anglismo che negli ultimi anni ha invaso il campo della ricezione letteraria”, ha detto Paolo Marati a Letteratitudine . “Non si deve mai anticipare nulla. Come se tutti i romanzi fossero dei gialli, come se il piacere della lettura fosse da rintracciare nella rivelazione improvvisa di un fatto imprevisto. A me piace andare controcorrente – forse in maniera troppo caparbia, lo riconosco – e per questo ho deciso di adoperare un titolo-spoiler con un senso narrativo compiuto. Ma nel contempo ho tentato di creare un rapporto dialogico con il lettore perché, in ogni caso, in tutte le narrazioni, sia scritte che orali, è insito il punto di vista di chi legge o di chi ascolta. Sarebbe stato un atto solipsistico, e anche noioso, non suscitare costantemente l’interesse generale. Ed ecco che ho inserito, all’interno del macro-spoiler, una serie svariata non di veri e propri colpi di scena, ma d’imprevisti, di rivelazioni inattese, di personaggi che si dimostrano l’opposto di quello che sembrano. Credo che il lettore talvolta rimarrà di stucco. Lo vedo già puntare l’indice verso di me, agitarlo e rimproverarmi divertito: «Paolino, Paolino, ma finora mi hai preso in giro? ».

Ma andiamo oltre. Passiamo alle tre domande ricorrenti – e fatali – che sbucano a ogni uscita di un romanzo. Preveniamole tramite un’autointervista. Rispondiamo sinteticamente una volta per tutte (chiedo scusa per il plurale di modestia).

Prima domanda: «Da cosa nasce questo libro? ».

Risposta: «Credo nasca dal desiderio di cogliere le sfumature contemporanee della solitudine urbana dovuta a un’assenza totale di empatia. Oppure potrebbe scaturire da un’attenta osservazione sullo sfaldamento dei legami sentimentali in una società in frantumi che trova, nelle ossessioni della Roma attuale, una sorta di specchio deformato. Ma potrebbe anche essere la conseguenza di una non accettazione radicale delle casuali regole universali che sovrastano qualsiasi forma di vita. Al lettore la scelta. Tanto più che io non ricordo bene». Sarebbe lusinghiero che fosse presa per buona la terza, così spudoratamente leopardiana.

Seconda domanda: «Si possono trovare dei riscontri autobiografici nella narrazione o nei personaggi? ».

Risposta: «No, io non pesco mai nel mio vissuto, sarebbe un’operazione facile e narcisistica. O meglio, così avrei risposto fino a pochi giorni fa. Poi Isabella mi ha fatto notare che, in un atto narrativo, è impossibile prescindere dalla propria esperienza esistenziale, e chi crede di essersi escluso, semplicemente non se n’è accorto. Tale ragionamento mi ha scosso. Ho ripensato al romanzo e mi sono detto: “Paolino, Paolino, ma finora ti sei preso in giro?” ».

Terza domanda: «Perché hai scritto questo libro? ».

Risposta: «Perché desideravo mettermi alla prova dando vita a dei personaggi eterogenei, sia dal punto anagrafico che sociale». Spiegazione deludente e sorniona, lo so, ma non vorrei inventare dei motivi più spettacolari.

A questo punto, una volta espletato il dovere di precisare l’origine e le motivazioni del libro, e anche il rapporto tra me e i personaggi e le situazioni, dovrei passare alla trama. Lo spazio concessomi, però, non lo permette. Posso soltanto accennare che Lorenzo muore. Ma già il titolo mi ha prevenuto”.

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La scheda del libro

In una grigia domenica di metà settembre, Lorenzo muore. Tra la sottile oppressione di una Roma indifferente e le ambigue atmosfere di passaggio tra l’estate e l’autunno, si snoda il dramma di una vittima ingenua ma non innocente, di un ragazzo indifeso di fronte alle brutalità che si celano nei rapporti umani, di un giovane sprovveduto di fronte all’irrazionale egoismo che conduce a una solitudine senza prospettive. La sua vicenda s’intreccia con quella, altrettanto tragica, di Pippi, un attempato clochard oppresso da innominabili istinti sessuali, e con quella più crepuscolare di Manu, un ventenne affascinante ma tormentato dal desiderio morboso di evadere dalla gabbia del dover essere borghese. Nonostante l’inquietudine dei personaggi, costantemente in bilico tra purezza e dannazione, la scrittura procede rapida senza mai cedere al sentimentalismo e raggiunge, nelle ultime pagine, punte d’intensa liricità. Le scene si susseguono veloci e creano una sensazione di attesa continua. Il materiale narrativo, a volte scabroso, si rivela sempre di facile decifrabilità. L’autore, cosciente della relatività di ogni giudizio, si rifiuta sia di condannare che di compatire e lascia al lettore il compito di valutare personaggi e situazioni. D’altra parte, come afferma verso la fine del romanzo un’anziana salentina, «nui sapimu quiddu ca simu ma nun sapimu quiddu ca putimu essere».

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