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MADONNA COL CAPPOTTO DI PELLICCIA di Sabahattin Ali (un estratto)

gennaio 15, 2019

Pubblichiamo un estratto del romanzo MADONNA COL CAPPOTTO DI PELLICCIA di Sabahattin Ali (Fazi editore – traduzione di Barbara La Rosa Salim)

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Ma da quando avevo visto quel dipinto, tutto era cambiato. Sentivo di aver vissuto di più nelle ultime settimane che in tutti gli anni della mia vita messi insieme. Ogni giorno, ogni ora e persino i momenti in cui dormivo erano pieni. Non solo i miei arti stanchi avevano ricominciato a vivere, ma anche la mia anima e certi lati di me che, a mia insaputa, erano rimasti sepolti in un angolo recondito, tornavano a riaffiorare all’improvviso offrendomi delle prospettive preziose e attraenti. Maria Puder mi aveva insegnato che avevo un’anima. E pure io per la prima volta scoprivo che anche lei, tra le tante persone che avevo incontrato, ne aveva una. Ovviamente ogni essere umano ne è dotato, ma non tutti ne sono consapevoli. La maggior parte delle persone passano per questo mondo del tutto ignare di ciò. Un’anima si manifesta solo quando trova la sua gemella e non ha più bisogno di confrontarsi con gli altri, con l’altrui raziocinio e gli altrui calcoli… Solo allora cominciamo a vivere veramente – a vivere con la nostra anima. In quel momento tutti i dubbi e l’imbarazzo vengono accantonati, e le anime superano ogni ostacolo pur di lanciarsi l’una tra le braccia dell’altra. Tutta la mia timidezza era svanita. Desideravo solo aprire il mio cuore a questa donna nel bene e nel male, con tutte le mie debolezze e i miei punti di forza, volevo mostrarle il mio essere in tutta la sua nudità senza nasconderle nemmeno il più piccolo segreto. Avevo così tanto da dirle… Abbastanza da riempire una vita, poiché per ogni singolo giorno della mia esistenza ero rimasto in silenzio. Ogni volta che avevo tentato di esprimere un mio pensiero, avevo cambiato idea pensando: “Tanto che cambia se dico la mia?”. In passato, in modo del tutto irrazionale e basandomi esclusivamente su una sensazione irresistibile, mi dicevo: «Questa non mi capisce!», senza nemmeno avere delle prove concrete. Adesso, invece, per questa donna mi dicevo: «Ecco, questa sì che mi capisce!», sempre senza avere nessuna prova concreta, lasciandomi guidare dalla mia prima impressione…
Attraversando il lato sud del Tiergarten a passi lenti, arrivai fino al canale. Da sopra il ponte si vedeva la casa di Maria Puder. Erano solo le tre. Il sole rifulgeva sui vetri delle finestre: non riuscivo a discernere se ci fosse qualcuno dietro. Mi appoggiai al parapetto del ponte e rimasi lì a osservare l’acqua stagnante. Presto una pioggia leggera cominciò a cadere, smuovendo lo specchio d’acqua. In lontananza una grossa chiatta a motore scaricava frutta e verdura a una fila di mezzi in attesa lungo il molo. Foglie cadevano dagli alberi che costeggiavano il canale volteggiando nell’aria. Quanta bellezza in quel paesaggio oscuro e tetro! E com’era fresca quell’aria umida che respiravo! Vivere! In sintonia con la natura, avvertendone ogni fremito, anche il più impercettibile. Vivere! Mentre la vita scorre sui binari di una logica inesorabile. Vivere! Con una forza e intensità senza eguali, consapevole che ogni istante vale una vita intera… E, soprattutto, vivere sapendo che c’è una persona a cui poter raccontare tutto questo… Vivere nell’attesa di incontrarla!
Che cosa potrebbe essere più sublime di questo? Presto avremmo camminato insieme lungo quelle strade bagnate alla ricerca di un posto oscuro e tranquillo dove sederci. E i nostri occhi si sarebbe incrociati. Avevo così tanto da dirle – cose di cui non avevo mai parlato con nessuno, che non avevo mai ammesso nemmeno con me stesso. Per lo più mi venivano in mente all’improvviso, per poi vanificarsi un attimo dopo e lasciare spazio alle successive. Avrei voluto prenderle le mani tra le mie ancora una volta per scaldargliele accarezzandole le dita infreddolite dalle punte arrossate.
In pratica, le sarei stato vicino.
Erano quasi le tre e mezza. Mi domandai se fosse già sveglia. Avrei fatto bene ad andare sotto casa sua e attendere lì? Mi aveva detto che avrebbe guardato dalla finestra. Avrebbe intuito che la stavo aspettando lì? Aveva veramente intenzione di presentarsi all’appuntamento? Scacciai subito quel pensiero. Sentivo che a pensare così le avrei mancato di fiducia e le avrei fatto un torto, come se con un calcio distruggessi le fondamenta dell’edificio che io stesso avevo creato. Ma adesso mille possibilità mi assalivano, susseguendosi nella mia mente a grande velocità. Poteva essersi ammalata. Forse era sopraggiunto un impegno e se n’era dovuta andare. Doveva essere andata in questo modo. Non è naturale che una tale felicità si presenti così, su un piatto d’argento. Minuto dopo minuto la mia agitazione cresceva sempre di più, e i battiti del mio cuore si facevano incalzanti. Quello che mi era successo la sera prima era uno di quegli eventi che si verificano solo una volta nella vita. Non potevo aspettarmi che si ripetesse. Ero già alla ricerca di qualche modo per consolare me stesso, mi dicevo che forse non era un bene che la mia vita prendesse improvvisamente una piega tanto nuova e dal futuro tanto incerto. Non sarebbe stato più semplice tornare alla vecchia tranquillità di sempre, alla mia vecchia e noiosa routine?

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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La scheda del libro

Ci sono incontri casuali in grado di segnare un’intera esistenza. E ci sono storie che restano segrete per una vita intera ma poi, una volta raccontate, fanno il giro del mondo. Quando ad Ankara, negli anni Trenta, un giovane conosce sul posto di lavoro Raif Effendi, viso onesto e sguardo assente, è subito colpito dalla sua mediocrità. Man mano che i due entrano in confidenza, questa prima impressione non fa altro che ricevere conferme: schernito ed evitato da tutti sul lavoro, Raif viene maltrattato persino dai suoi familiari. Quale può essere la ragione di vita di una persona simile? Quale, se c’è, il segreto dietro una vita apparentemente inutile? Il taccuino di Effendi, consegnato in punto di morte al collega, contiene le risposte, raccontando una storia tutta nuova: dieci anni prima, un giovane e timido Raif Effendi lascia la provincia turca per imparare un mestiere a Berlino. Visitando un museo, rimane folgorato dal dipinto di una donna che indossa un cappotto di pelliccia, e ne è così affascinato che per diversi giorni torna a contemplare il quadro. Finché una notte incrocia una donna per strada: la stessa donna del dipinto. Maria. Un incontro che gli sconvolgerà la vita.
Intenso, profondo e toccante, Madonna col cappotto di pelliccia è un romanzo indimenticabile che, inizialmente passato inosservato, grazie al passaparola oggi è un bestseller. Pubblicata per la prima volta nel 1942, la storia di Raif e Maria è una storia d’amore senza tempo che continua a commuovere uomini e donne di ogni età. A dimostrazione che la bellezza e la verità, come la letteratura, durano per sempre.

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Sabahattin Ali, autore di romanzi, raccolte di racconti, poesie e articoli a sfondo politico, è stato uno dei massimi esponenti della letteratura turca del Novecento. Comunista convinto, nei primi anni della Repubblica di Turchia fu incarcerato più volte. Morì a 41 anni, ucciso al confine con la Bulgaria mentre cercava di attraversarlo per fuggire in Europa. Quando si sparse la notizia, un quotidiano nazionale pubblicò una foto degli effetti personali di Ali: la sua ventiquattrore, i suoi occhiali e il binocolo, una fotografia di sua moglie e una copia di Eugenio Onegin. Questi oggetti non furono mai restituiti alla famiglia.

 

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© Letteratitudine

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