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RITORNO ALL’AMARINA di Giuseppe Lazzaro Danzuso

gennaio 15, 2019

RITORNO ALL’AMARINA di Giuseppe Lazzaro Danzuso (Lupetti): incontro con l’autore e un estratto del romanzo

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Giuseppe Lazzaro Danzuso, laureato in Scienze delle Comunicazioni e in Grafica, è nato nel 1958 a Catania, dove vive. È sposato e ha quattro figli. Giornalista professionista, ha lavorato in quotidiani, emittenti radiofoniche e televisive e agenzie di stampa. Ha pubblicato una ventina di volumi  tra saggi – in particolare sulla Sicilia e le sue tradizioni popolari e sulla nascita della tv privata – e raccolte di racconti.  Ha anche realizzato diversi documentari. “Ritorno all’Amarina”, edito da Fausto Lupetti, è il suo primo romanzo.

Ne discutiamo con l’autore…

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“Avevo scritto Ritorno all’Amarina diciassette anni fa per i miei due figli maggiori e i per due gemelli che stavano per nascere” ha raccontato Giuseppe Lazzaro Danzuso a Letteratitudine. “Era stato concepito per trasmettere alcune storie di famiglia. Per questo non mi convincevo a pubblicarlo, nonostante le insistenze degli amici ai quali l’avevo fatto leggere. Ma sbagliavo: narrando pezzi della mia vita dall’infanzia alla maturità avevo finito per descrivere l’incredibile avventura di una generazione partita da anni in cui gran parte delle tecnologie non era molto diversa da quelle dell’età della pietra, per giungere a utilizzare sistemi elettronici un tempo immaginati soltanto nei più audaci film di fantascienza. Al termine di questo viaggio mi sembrava giusto guardarsi indietro e riflettere su quel che era rimasto della nostra umanità e i nostri rapporti sociali. Partendo da due semplici considerazioni. La prima è che una Nazione è un insieme di città, che le città sono fatte da case abitate da persone. La seconda è che uomini e donne sono racconti viventi, i quali, dopo morti, possono esistere soltanto nella nostra memoria, nutriti dai nostri sentimenti e tramandati a figli e nipoti. Un’Italia unita da una buona maestra televisione era quella della mia infanzia e un incredibile numero di visualizzazioni hanno avuto, sulla pagina Facebook Ritorno all’Amarina, i brani del libro montati con le immagini dell’epoca girare da mio padre, cineamatore. Da ogni Regione hanno scritto per testimoniare d’essersi riconosciuti in quei piccoli riti sociali, capaci di scatenare una ridda di ricordi personali. Mi ha fatto molto piacere che Ritorno all’Amarina sia stato definito il romanzo di tutti e che sia stato utilizzato per lanciare un ponte tra noi baby boomers, figli di Carosello, e i millennials figli dei Social. E i ricordi hanno mosso ricordi: sono stati aperti vecchi album e mostrate fotografie di persone di famiglia raccontando le loro storie. Proprio in un vecchio album avevo trovato, emozionandomi, l’immagine poi scelta per la copertina: ritrae mio padre, giovanissimo, alla guida di una Balilla decappottabile, davanti alla vecchia casa dell’Amarina”.

Di seguito, un estratto del romanzo…  Cliccare qui per ascoltare il brano letto dall’Autore

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ESTRATTO da Giuseppe Lazzaro Danzuso: “Ritorno all’Amarina” (Fausto Lupetti, 2018)

 

Esco in terrazza.
Sono le nove di sera.
Le ventuno, come dicono qua.
Ancora tre ore e finisce il millennio.
Per non sbagliare, qualcuno già sta sparando joch’i focu[1], a Roma.
Si prevede che stasera ce la vedremo una bella muschittaria.
Roma davanti ci ho, vestita di luce come una Madonna.
Alzo gli occhi verso il cielo, ma stiddi ‘un ci n’è[2].
Forse qualcheduna, anzi.
Ma, tra luci delle case e bummi, a lustru e ‘o scuru[3], poco si vede.
E puru [4]i Castelli erano uno dei posti preferiti degli astronomi.
Ci sono osservatori a Monte Porzio e a Rocca di Papa. E nel palazzo del Papa a Castel Gandolfo c’è una specola. Quando non c’era tutto questo lustru, il cielo di notte doveva essere una meraviglia.
Io le stelle vere me le ricordo, all’Amarina, quando la luce elettrica non c’era e di sera, per andare da una casa all’altra, le lanterne a petrolio o a spirito si portavano.
Il firmamento una cosa da togliere il fiato era. E ancora, se ci penso, mi viene una cosa nella gola di quant’era bello starselo a taliari[5].
Uno si sentiva nicu nicu[6], ma riusciva a capire che faceva la sua parte, in quell’immensità di luci, piccole piccole pur‘iddi [7] e bellissime.
A Catania non si vedeva niente, a ‘Ddarnù poco, all’Amarina, senza luce elettrica, tutta un’altra cosa era. Quando uscivi dalla casa sulla ràsula[8], facevi tre passi e la luci di picuraru [9]del gas o del lume a petrolio manco più si vedevano.
Allora alzavi gli occhi al nero fitto fitto del cielo e ti veniva da piangere dalla contentezza: jeu, quann’eru nicu e ‘i ziani mi parravunu di Paradisu, comu ‘ddu cielu chinu chinu di stiddi mi lu ‘mmaginava[10].
Caminavi, caminavi e a un certo punto più niente c’era: ‘u scuru pittava casi e muretti a siccari, àrvuli e muntagni, cristiani e armali. Pareva puru ca ti traseva d’intra, ‘u scuru, ti tinceva. E ‘ntantu l’ariddi cantavunu a rèpitu longu[11]: criiiiii, criiiiii, criiiiii, criiiiii, criiiiii, criiiiii.
La nonna e le ziane non volevano che io uscissi da solo a guardarmi le stelle: «Mòviti fermu![12]» mi intimavano, non appena, dopo cena, cominciavo a scalpitare. Allora ‘u z’u Pitrinu faceva un sospiro, si metteva la bunaca[13] di fustagno e, tra i rimbrotti delle donne, mi veniva a pigliare per la mano: «Amunìnni niputeddu![14]».
Fuori c’era sempre una bella friscanzana che lo zio ammazzava subito subito sparandoci qualche bestemmia delle sue.
«Pitrinu!» Lo rimproverava la z’a Maridda.
Lui, senza dire niente, si alzava il bavero della bunaca e si chiudeva la porta alle spalle. Poi mi ammoniva: «Camina a tempu».
Procedere lentamente, in quelle notti nerissime, posando con cautela un piede dietro l’altro, era indispensabile.
Ci dirigevamo verso la ràsula che ancora un poco di lustru c’era.
‘U scuru calava fittu comu pigghia’umu ‘a calata per il castagneto.
Là mi coglieva un poco di paura.
Ma c’era la mano forte dello z’u Pitrinu, che quando mi sentiva stringere faceva uno strano rumore con la gola, come per schiarirsela. E io lo capivo che era un modo di dirmi che fino a quando lui era là nessuno mai niente di male mi poteva fare.
E mi serenavo.
Camminavamo in silenzio al ritmo del rèpitu longu dei grilli e io contavo i passi:

«Criiiiii, e unu n’avemu
criiiiii, e sunu dui
criiiiii, e addivintanu tri
criiiiii, e quattru ora su’
criiiiii, e ccu’ cincu ‘un ni firmamu
criiiiii, ancora a sei, semu…».

 
Di passi ventisette ce ne volevano, dei miei, pi’ junciri alla ràsula [15]del castagneto, nello scuro più fitto.
Arrivavamo e lo zio mi metteva le mani sopra le spalle, da dietro.
Poi tutti e due alzavamo gli occhi al cielo e tiravamo un sospiro profondo.
Era un momento in cui la friscanzana e l’ùmitu diventavunu jelu ‘nt’a carina e l’ariddi ‘un cantavunu chiù, pi’ lu sca’ntu e lu tramutu[16].
Era pirchí ‘i stiddi si muvevunu[17].
Questa cosa me l’aveva raccontata come un segreto grande Carmelu ‘u babbu, facendomi giurare che a nessuno mai lo dicevo.
Mi spiegava, Carmelu, che in certe notti nell’estate, in campagna, le stelle se ne scendevano dal cielo e venivano a parlare con i cristiani dei murticeddi loro sopra la luna. E siccome a lui all’Amarina non ce lo facevano venire, Carmelu mi chiese se ce lo potevo domandare io, a li stidduzzi scinnuti ‘n terra[18], se, sopra la luna, qualcheduno aveva trovato il cognome suo.
A me questa cosa delle stelle che scendevano in terra dal cielo un poco una malaminchiata[19] mi pareva, ma a Carmelu niente ci dissi, ché bene gli volevo.
E la prima volta che con lo z’u Pitrinu avevamo visto ‘i stidduzzi scinnuti ‘n terra io un poco di sca’ntu e tramutu lo avevo avuto. Così ci aveva cuntatu allo zio quella cosa di Carmelu.
Lui, lo zio, aveva fatto uno sgrusciu[20] con la gola come per dire che erano tutte minchiate. E poi mi aveva spiegato che quelle non erano stelle vere: luciculu erano.
Io mi ero ‘mprissiunatu ancora chiù assai e allora lui mi aveva fatto avvicinare a un’erba dove c’era una stidduzza ferma. E avevo visto che per davvero era una speci di musca con una luce infilata nel didietro.
«Lucciole le chiamano puru, in italiano» mi aveva comunicato lo z’u Pitrinu, con la voce di professorone che faceva quando si visitava i malateddi.
All’indomani notte ci eravamo portati una brunìa[21] di vetro col cummogghiu[22] e di luciculu ne avevamo presi tanti. Quando allo zio ci dissi che forse la pila che ci avevano si stava scaricando, perché alcuni luciculu facevano add’uma e ‘stuta[23], lui tanto si ammazzò dalle risate che per terra stava cascando.
Quando rientrammo a casa, la nonna, le ziane e la z’a Maridda si erano messe a ciuciuliari[24] vedendo quegli armaleddi[25] che parevano lampadine elettriche nichi nichi.
Ma quando lo z’u Pitrinu ci spiegò a tutti che potevano fare lustru perché ci avevano una sostanza, di dietro, che si chiamava luciferina, nonna, ziane e z’a Maridda si misero a farsi il segno della croce a rèpitu:«patrifiggiuespiritusantuevattinnidiccadiavununi![26]».
Carmela chiama per andare a cena.
Faccio finta di non aver sentito.
Penso a Pirandello:
«Una notte di giugno caddi
come una lucciola
sotto un gran pino solitario
in una campagna d’olivi saraceni
affacciata agli orli
d’un altipiano di argille azzurre
sul mare africano».

(Riproduzione riservata)

© Lupetti

 

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La scheda del libro

Nell’ultimo Capodanno del millennio, tra i fuochi d’artificio di una Roma in cui sconta un piccolo esilio, il protagonista a intraprende un viaggio nella propria umanità e nei ricordi, dirompenti e vividi, espressi in un dialetto antitecnologico, affascinante e arcaico. Il libro dà voce a una generazione che sente disperatamente il bisogno di tornare al passato per dare un ordine all’esistenza, ma guarda anche al futuro, parlando a figli e nipoti. Chi leggerà Ritorno all’Amarina potrà stupirsi di come giochi e filastrocche fanciulleschi fossero simili in regioni d’Italia tra loro lontanissime. O riconoscere in un pover’uomo etneo l’ideale fratello del bottaio descritto in una poesia del furlano Pasolini. O constatare come il volo degli aquiloni, o il frinire dei grilli, o il miracolo delle lucciole suscitassero allora, nei bambini d’ogni parte della Penisola, le medesime, intense, emozioni.

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[1] Giochi pirotecnici

[2] Stelle non ce ne sono

[3] Alla luce e al buio

[4] Eppure

[5] Guardare

[6] Piccolo piccolo

[7] Anche loro

[8] Spiazzo verde

[9] Luce da pecoraio, luce fioca, fievole

[10] Quand’ero bambino e le prozie mi parlavano del Paradiso, quel cielo pieno di stelle mi veniva in mente

[11] E intanto i grilli cantavano senza fermarsi

[12] Resta immobile

[13] Giaccone

[14] Andiamo nipotino

[15] Per raggiungere lo spiazzo

[16] Era il momento in cui fresco e umido diventavano gelo sulla schiena e i grilli non cantavano più per lo spavento

[17] Era perché le stelle si muovevano

[18] Stelline discese in terra

[19] Sciocchezza

[20] Rumore

[21] Burnìa, recipiente

[22] Coperchio

[23] Accendi e spegni

[24] Chiacchierare sussurrando

[25] Animaletti

[26] Padre, Figlio e Spirito Santo e vattene di qua diavolone!

 

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© Letteratitudine

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