Home > Incontri con gli autori > TUTTE LE SUE GRANDEZZE di Marco Vespa

TUTTE LE SUE GRANDEZZE di Marco Vespa

gennaio 22, 2019

TUTTE LE SUE GRANDEZZE di Marco Vespa (Il Palindromo): incontro con l’autore

Marco Vespa vive a Catania e ha pubblicato i seguenti libri: “La maniera dell’eroe” (minimum fax, 2000) e “Nata in riva al mare” (Marsilio, 2007). Ha pubblicato anche racconti e corrispondenze di viaggio. Da pochi giorni è uscito il suo nuovo romanzo. Lo pubblica il Palindromo e si intitola “Tutte le sue grandezze“.

Abbiamo incontrato Marco Vespa per chiedergli di parlarci di questo suo nuovo libro…

* * *

«Il mio progetto per la scrittura di Tutte le sue grandezze», ha raccontato Marco Vespa a Letteratitudine «si è mosso dall’osservazione di due figure centrali del nostro mondo sempre colmo di desideri in tutte le forme: Carmen e Don Giovanni. Creature di drammatiche e gioiose opere che attraversano il tempo per riapparire aggiornate negli abiti e con una spinta emotiva che si ripete, una forza vitale e distruttiva vicina. Così Marica Paradiso, la meravigliata eroina del romanzo, avrebbe riproposto una donna sensitivamente spericolata che aspira all’amore e a una pacificata esistenza attraversata dalla seduzione, e diventa demoniaca quando vede sfuggirle questi aspetti del suo immaginario. Riccardo Portoleva avrebbe incarnato un compiaciuto gaudente, un burlador di belle maniere un po’ stanco di sé e che compulsivo ripete il ruolo che la nascita gli ha inculcato. Altre presenze, che moltiplicano i dettagli di Marica e Riccardo, vengono dalla etologia degli umani; dettagli tratti dall’osservazione del ripetersi di comportamenti in una molteplicità di soggetti che danno vita a individui romanzeschi compositi, più espressivi forse dei viventi, ma che nascono dall’invenzione. Il luogo è quello delle viscere, Catania, i poliedri di case e chiese, magnifici edifici, superfici urbane trascurate, il suo mare e l’approdo; il vulcano che la chiude in un immenso scenario, la distruzione che si ripropone nei secoli, le scosse e le eruzioni, le pendici di gran respiro. Il motto della città è quello nell’iscrizione sulla porta Garibaldi con la fenice ad ali spiegate, Melior de cinere surgo: dalle rovine ne verrà del bene, in sostanza. La Sicilia nella sua sorridente decadenza, straordinariamente silenziosa d’arte moderna, le poche tracce abbandonate al disfarsi o frutto di eroiche gesta di tutela, e allo stesso tempo luogo di genio e creazione. Questo il progetto del romanzo; poi le creature ideate, i ‘personaggi’, hanno fatto la loro strada e la scrittura li ha colti nell’intimità per come poteva.»

Ringraziamo Marco Vespa e proponiamo di seguito l’incipit del romanzo

* * *

Le prime pagine di TUTTE LE SUE GRANDEZZE di Marco Vespa (Il Palindromo)

Il cortile immobile nella notte di giugno. Aiole, siepi di alloro, alberelli arrotondati dalle forbici, pochi i rami fuori posto, due palme alte verso il cielo e un ritaglio di luna. Attorno finestre chiuse, persiane buie, prospetti grandiosi, la scalinata del palazzo illuminata da lampioni fiochi.
Un gatto bianco con la coda nera attraversa il cortile, si ferma, si guarda intorno, va a destra e a sinistra, ha il pelo dritto. Comincia l’abbaiare di un cane, diventa insistente, altri cani che abbaiano distanti. L’orologio di una chiesa batte due colpi. Si alza un vento improvviso, avvolge le piante. Il gatto corre e si arrampica su una palma, si nasconde tra i rami, lascia fuori solo la coda nera. Il tonfo di qualcosa che sbatte, del vetro si rompe. Dal tetto volano via degli uccelli. C’è come un boato sotterraneo, e tutto trema da sotto i piedi. È il terremoto, una scossa. Le luci dei lampioni fanno per spegnersi e si riaccendono, il cielo diventa più nero. Si aprono finestre, si affacciano delle teste, ripetono: «Terremoto».
Viene accesa l’illuminazione dei «grandi eventi» e i putti barocchi si risvegliano. Sotto la luce dei fari prendono forma facce di pietra, amorini statuari svolazzano. Ad un terrazzo appare un uomo in pigiama, guarda il cortile, i tetti lontani e quelli vicini; esamina a bocca aperta il profilo della montagna. È alto, ben fatto, i capelli biondi che accarezza con una mano, il naso e le labbra quasi femminili. Accanto ha un cane grigio, magro, un levriero. Rientra in casa e torna indossando la vestaglia, mocassini di velluto, il cane sempre al fianco.
Nel cortile cominciano ad arrivare gli inquilini del palazzo. Escono da porte e portoncini, dalla scala di destra e di sinistra, vestiti in fretta, parlano di continuo; il desiderio di mettersi in salvo, di allontanarsi da muri e soffitti: dovesse esserci quel terremoto terribile che butta giù tutto in metà dell’isola, e non il solito borbottio della montagna che non fa danni. Primo tra tutti il proprietario del palazzo, Guglielmo Calasparra, piccolo, tondo, tostato di colorito, tante venuzze che gli si arrampicano sul naso, sorride e impaurito guarda in su, se hanno retto alla scossa cornicioni e comignoli. Lo segue Adriana, la sorella, assorta, elegante in ogni occasione. Salutano entrambi l’uomo in vestaglia.
«Come va, Riccardo? Sentito che scossone?…».
Riccardo fa sì con la testa, allarga le braccia, come per dire: «Siamo sotto questo cielo». E c’è un altro tremore, leggero, ancora la terra da sotto che sussulta. Silenzio, freddo. Ripigliano le voci, si accaldano, più rapide. Riccardo torna in casa; il cane annusa l’aria: qualcosa di straordinario deve averlo colpito, rimane sul terrazzo, si dilunga, assorto in un profumo assoluto, il naso gli palpita. L’uomo in vestaglia torna col passaporto e una pergamena in mano, si allunga su una sedia a sdraio, apre il passaporto alla pagina della foto, si riconosce e si sorride come davanti a uno specchio. Apre la pergamena e appare uno stemma, azzurrino, con un leone d’oro e una banderuola: Portoleva, scritto sotto in svolazzi di calligrafia. Mette il passaporto e la pergamena sul cuore e chiude gli occhi, in attesa della scossa distruttiva: così venga trovato sotto le eventuali macerie il suo corpo; e accenna un piccolo segno di croce.
Dal cortile sempre più vivo un brusio di parole. È arrivata adesso una coppia con due bambini. Lei bruna, tanti riccioli raccolti, occhialini, porta la custodia di un violino. Lui di pochi capelli, tutti i muscoli curati, la mascella da palestra, stringe il computer portatile, e spiega ai bambini quello che accade, che ogni tanto la terra può tremare, «ma non è niente di grave», la voce persuasiva, impaurita.
Dall’altro lato arrivano un uomo e una donna un po’ incerti sulle gambe, tutti e due vestiti di lino, di colore sabbia lui, di blu lei, entrambi la camicia bianca abbottonata al collo, vicini ai novant’anni; sorridono e parlano tra loro, molto simili, esili, si somigliano, lui le dà il braccio, lei lo sorregge con la mano, e gli dice che ogni po’ di tempo è la stessa storia, quella della scossetta di terremoto che li fa correre in cortile di giorno e di notte, che lei dispera di partecipare alla grande distruzione che deve avvenire. L’uomo a braccetto la incoraggia, le dice di essere fiduciosa, che il terremoto buono prima o poi capita, non resterà delusa, sorride sfiorandosi un baffo: «E adesso vedrai che Guglielmo dirà “tutti alla palma”».
Nel cortile settecentesco altri inquilini di palazzo Calasparra. Si affretta Caio La Gaia, accademico di lettere; inquieto l’occhio, barbetta grigia, nero di giacca, camicia, calzoni per assecondare i gusti della laureanda che al secondo piano, vista mare, è rimasta nel suo letto tra ansia e malumore: non va in cortile per non creare disagio al professore. Caio La Gaia incrocia il collega Michele Allegra di una cattedra rivale, e si scambiano i soliti saluti, senza guardarsi: «Ciao testa di Mi», fa Caio a Michele che ricambia: «Ciao, testa di Ca», e vanno avanti a testa alta, quasi appaiati, come due cavallucci che devono tirare lo stesso carro.
«Tutti alla palma, tutti alla palma», ripete agl’inquilini che incontra Guglielmo Calasparra a bassa e media voce, di radunarsi lì, a qualcuno alla finestra quasi lo urla. Fa segno di venire giù a Riccardo dopo averlo chiamato a gran voce; quando, piano piano si apre il portone grande del palazzo e i fari di una macchina ci abbagliano.
Una Mini nera entra nel cortile, dopo avere aspettato i tempi lunghi di apertura del congegno automatico. Prima è un po’ incerta, poi manovra per il parcheggio accanto a una Audi blu ministeriale. Va avanti, fa una disinvolta marcia indietro, frena, ma la tradisce la ghiaia, le gomme slittano e la Mini accarezza l’Audi, finisce per darle uno schiaffo al parafango. Rumore di lamiere che si urtano. La Mini è ferma, si spegne il motore, si apre lo sportello del guidatore e viene fuori una donna che sbuffa. «Maledetta», la ghiaia, le scappa di bocca. E dà un calcio ai sassetti, come per un passo di ballo. È chiara di pelle, le labbra colorate, qualcosa di forte nel viso delicato, grandi sopracciglia, gli occhi allungati, bruni e gialli. Sistema i capelli neri sulle spalle con gesti circolari, li raccoglie, li avvolge, li porta indietro. Il vestito gonfio e corto, rosso cangiante, le braccia nude, due palloncini le maniche. Si muove su alte scarpe con la suola di corda, fa un giro attorno alla sua macchina, esamina i danni, li liscia con la mano, dà una guardata all’altra macchina. Scoperte ha lunghe gambe, tornite e un po’ storte.
Guglielmo Calasparra, che ha assistito alla manovra della Mini, attraversa il cortile a passo allegro con già mezzo sorriso e dice alla guidatrice: «Buona sera. Bene arrivata». Le ripete un po’ di volte che la ghiaia per terra fa di questi scherzi, di non preoccuparsi, non è niente di grave, poca roba, dal rumore chi sa cosa si sarebbe detto. E guarda in alto, verso Riccardo, che li sta guardando a braccia conserte dalla ringhiera del terrazzo, gli fa col braccio un gesto da condottiero, «vieni». Va avanti a parlare con la donna della Mini, le dice cose gentili che hanno a che fare col piacere di averla come inquilina lì a palazzo, che l’ha intravista giorni prima traslocare, i suoi mobili che arrivavano; tra cui una coppia di cassettoni Impero proprio come piacciono a lui: «Con le colonnine, le gambe curve e lo zoccolo di cervo». Che spera lei non si sia spaventata, che non c’è da avere paura, ma meglio non correre pericoli, e restare un po’ fuori casa, caso mai la terra decidesse ancora di tremare, «dovessero esserci di quelle piccole scosse che chiamano di assestamento».
«Ma, quando?… Io non mi sono accorta». Dice la donna e aggiunge una risata, si impappina, chiede a Guglielmo Calasparra che le racconti bene, perché lei non ha sentito niente.

(Riproduzione riservata)

© Il Palindromo

 * * *

La scheda del libro

Un antico palazzo che guarda il mare, il vulcano alle spalle sull’isola segnata dalla bellezza e il sorriso della decadenza. Catania che si distrae dalla sua storia. Una piccola comunità è tra le mura di Palazzo Calasparra, al sicuro dalla memoria e dalle scosse che la terra invia. Arriva una nuova inquilina: è affascinante, inquieta, desiderosa di normalità. Viene accolta con leggerezza, fatta partecipe dei tentativi di eccitare la notte. Un altro inquilino osserva e accarezza il tempo che va via. E il tremendo si mostra.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Annunci