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IL SIGNOR KRECK di Juan Octavio Prenz (un estratto)

gennaio 24, 2019

Pubblichiamo un estratto del romanzo IL SIGNOR KRECK di Juan Octavio Prenz (La nave di Teseo – traduzione di Betina Lilián Prenz)

Un romanzo kafkiano di un uomo che scompare tra le maglie di uno Stato che tratta i suoi cittadini come beni di proprietà. Una storia illuminante sulla libertà e sui limiti di questo discutibile concetto chiamato “sicurezza”.

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Juan Octavio Prenz ha vinto il Premio Internazionale Nonino 2019: la premiazione si svolgerà presso le Distillerie Nonino a Ronchi di Percoto, sabato 26 Gennaio 2019 alle ore 11.00. Consegna il premio Claudio Magris.

La nave di Teseo ha pubblicato lo scorso anno Solo gli alberi hanno radici. Dal 24 gennaio saranno in libreria la raccolta di versi Figure di Prua e il romanzo Il signor Kreck (qui di seguito maggiori dettagli)

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La motivazione della giuria del Premio Nonino:
“Scrittore di assoluta originalità e felicemente appartato, Prenz unisce in un’opera inconfondibile la fantasia epica della grande letteratura latinoamericana e l’ombra misteriosa in cui si dissimulano i personaggi della grande letteratura mitteleuropea. Argentino di origine istro-croata, Prenz è un sommesso e appassionato cantore dell’errabonda, dolorosa, sanguigna e picaresca odissea che disperde gli uomini nel labirinto dell’esistenza umana, li fa vagabondare nel mare della vita strappandoli ad ogni irrigidita identità ma senza sradicare dal loro cuore una comune fedeltà di destini, affetti, bizzarrie, il gioco a carte nell’osteria e la resistenza alla violenza, al potere tirannico. Nelle poesie di Polene le immagini femminili che dopo aver attraversato gli oceani in prua ai velieri si smangiano nell’acqua della baia, diventano storie d’amore, di solitudine, di beffa e di lotta. Il romanzo grottesco Favola di Innocenzo Onesto, il decapitato è una parabola dell’inumanità incombente sulla sorte di ognuno. Un capolavoro come Il signor Kreck intreccia la sanguinosa dittatura militare argentina – che ha spinto pure Prenz all’esilio – e il destino di un uomo che cerca di sparire nell’ombra anonima, in una narrazione che ha molte voci, molti punti di vista. In un altro stupendo epos, Solo gli alberi hanno radici, il fluire di migranti diventa una coralità di vicende umanissime, tragiche, cialtronesche, scapestrate, sempre fedeli a se stesse, un affresco di migrazioni, di legami affettivi, di trasgressioni nel mare di quella che Saba chiamava la calda vita.”

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Le prime pagine de IL SIGNOR KRECK di Juan Octavio Prenz (La nave di Teseo – traduzione di Betina Lilián Prenz)

Capitolo primo

Due vecchiette – gemelle, indovinò il signor Kreck – lo accolsero una mattina di quel mite ottobre del ’77, dopo averlo studiato dalla testa ai piedi attraverso la spia della porta. “Di questi tempi, meglio non affittare,” avevano sentito dire, “il mondo è in subbuglio e a niente servono le precauzioni, perché non sai mai chi diavolo può capitarti.” Da sei mesi il piccolo appartamento, la cui rendita serviva alle due sorelle per arrotondare una magra pensione, era vuoto. Inoltre, l’esperienza con gli ultimi inquilini – un’allegra giovane coppia, la cui idea dell’ordine e della pulizia era risultata quantomeno “un po’ strana”, secondo il cauto e docile linguaggio delle gemelle – non costituiva certo il migliore degli antecedenti, motivo per il quale occorreva spingere agli estremi ogni precauzione. Una brutta esperienza con l’agenzia immobiliare (“si approfittavano di noi; ci caricavano persino di spese inesistenti”) aveva fatto sì che desistessero da ogni mediazione. Pubblicare un annuncio sul giornale, come avevano fatto l’ultima volta, non era ormai raccomandabile – visto l’antecedente della giovane coppia – e le due sorelle ritennero più prudente spargere la voce tra i loro conoscenti, pochi a dire il vero, ma “gente come non se ne trova più”. Due giorni alla settimana, il martedì e il venerdì mattina, le gemelle andavano da Gonnet, dove vivevano nella vecchia casa ereditata, all’appartamento di La Plata, per montare la guardia in attesa dei nuovi interessati. In sei mesi si erano presentati alcuni professionisti, tutti con l’intenzione di usare l’appartamento come ufficio, soluzione che le gemelle – gelose dell’ordine imposto dal padre, il noto ornitologo Francisco Salgueiro – avevano rifi utato sin dall’inizio. La spia inquadrava ora un signore curato, dall’impeccabile vestito grigio, camicia bianca e “cravatta di stagione”, come disse Felisa nel delicato tentativo di attenuarne il colore troppo acceso, “anche se non esagerato”, per quell’incipiente caldo di ottobre. Non vi erano dubbi che il signore venisse per l’appartamento.
Erano già quindici giorni che un paio di amici, la signora Suárez e il dottor Porfi dio, le avevano avvertite dell’imminente visita, imminenza che si sarebbe poi protratta indefinitamente, di un architetto – “sembra che voglia rimodellare il Paseo del Bosque” – un po’ avanti negli anni, di apparenza discreta e alla ricerca di un appartamento tranquillo e “molto luminoso”, dove poter elaborare in pace i suoi progetti, quali “cambiare il volto allo zoo e rendere più greco il teatro all’aria aperta, senza dimenticare l’illuminazione completa della piccola grotta, diventata ora un antro di perdizione”, secondo il duro parere di Felisa, “per giunta, dinanzi al busto dell’insigne poeta López Merino”.
“A giudicare dall’abbigliamento,” sussurrò a Eufemia, “sembra un signore affi dabile; sarà sicuramente l’architetto.”
Non nascondevano la loro curiosità per il personaggio. In anni ormai lontani il padre, l’erudito ornitologo Francisco Salgueiro, aveva lanciato l’idea di preservare dagli spropositi moderni quello spazio verde “così splendido e romantico”, secondo il dire di Felisa. Gli aprirono piene di speranza e curiosità, non senza prima delineare un sorriso complice di buon auspicio.
“Vengo per l’appartamento,” disse il nuovo arrivato.
“Lei dunque deve sapere, la stavamo aspettando… Viene sicuramente da parte di…” Felisa fu sul punto di interromperla, “forse della signora Suárez o del dottor Porfidio?” proseguì Eufemia.
“Non esattamente, anche se entrambi i cognomi mi sono familiari,” risposta che, com’era da immaginare, fece precipitare nello sconforto più profondo l’animo felice e carico di promesse delle gemelle. “In realtà, l’ho saputo quasi per caso, se è vero che il caso esiste, e mi scusino le signore per la digressione, da uno dei miei clienti; sono un assicuratore,” dichiarazione che attenuò, in parte, lo stupore delle due sorelle. Gli sembrò opportuno mostrare il suo biglietto da visita. E anticipando la possibile domanda, continuò: “Nel mio lavoro incontro decine, che dico, centinaia di persone, e in questo momento non saprei dire chi mi abbia passato l’informazione, ma posso assicurare, questo sì, che tutti i clienti della nostra compagnia sono persone perbene, con antecedenti rigorosamente controllati.”
Le sorelle osservarono con attenzione il biglietto, “Kreck, un cognome straniero… ma, in realtà, qui siamo tutti stranieri”, si scambiarono un altro sguardo da senza dubbio è una persona perbene – la misurata cordialità dell’uomo sembrò loro una garanzia – e giudicarono che non fosse il momento di scomodare il visitatore con domande indiscrete. Inoltre, non necessariamente doveva capitare un architetto e meno ancora un architetto disposto a rimodellare il Paseo del Bosque.
“L’appartamento è piccolo,” disse Felisa, entrando nel merito, “ma è molto luminoso e ha una buona disposizione, come lei stesso vedrà. Dalla morte di nostro padre – avrà sentito parlare del professor Francisco Salgueiro, ornitologo di fama internazionale – è sempre stato in affi tto, eccetto in questi ultimi sei mesi, e possiamo assicurarle che non c’è stato inquilino che non ne abbia tessuto le lodi. È fresco in estate e caldo in inverno.
Voglio dirle, anche, che qui non sono successe, né succedono, cose strane; mi riferisco a quelle che si leggono ogni giorno sui giornali. Di rumori e chiassi notturni, neanche l’ombra. Conosciamo le persone che abitano in questo edifi cio, tutta gente di buona reputazione e per la maggior parte benestante. Mi sembra che anche lei appartenga a questo genere di persone.”
Kreck sorrise. “Si tratta di un posto sicuro, molto controllato e, di questi tempi, non è poco,” concluse Felisa con uno sguardo da “lei mi capirà”.
Kreck ritenne conveniente assentire. “Anch’io sono preoccupato per questi nostri tempi; le sue parole mi rassicurano e sono sempre più convinto di essere capitato nel posto giusto.”
“Qui c’è sorveglianza ventiquattro ore su ventiquattro,” proseguì Felisa, “durante il giorno, un portinaio, il signor Bunde, uomo di nostra fi ducia (come lo fu anche di nostro padre, che trascorse qui tante ore felici), e di notte, un poliziotto che si è guadagnato, anche lui, il rispetto degli inquilini. Come lei stesso vedrà, in questo edifi cio, ogni persona sconosciuta, prima di entrare, deve registrarsi e lasciare un documento.”
“Non hai ancora detto al signore,” intervenne Eufemia, “che lo affi ttiamo ammobiliato, e questa è una condizione, perché non vogliamo togliere da qui niente che sia appartenuto a nostro padre, che riposi in pace; tutto è rimasto come lui l’ha lasciato. E se volesse mantenere la disposizione dei mobili, gliene saremo grate. I libri che vedrà, dove ci sono tanti uccellini scoperti proprio da lui, li ha scritti in questo posto, ormai sacro per noi.”
“Le piacciono gli uccellini?” domandò Felisa, “li troverà anche nei quadri del soggiorno. Nostro padre ci ha rivelato dei misteri incredibili su queste creature; per lui erano meglio degli esseri umani.”
Anche qui, a Kreck sembrò opportuno ricordare la lettura di un paio di volumi di Guillermo Enrique Hudson, dove questi parla, con molto amore e cognizione di causa, degli uccelli del Río de la Plata.
“Si vede che il signore se ne intende. Nostro padre ci diceva che William Henry Hudson, questo il suo vero nome, era uno dei migliori scrittori argentini.”
La prima intenzione del signor Kreck – gli capitava lo stesso ogni volta che entrava in un negozio – fu di dire, senz’altro: “Lo prendo.” Ma si rese conto che avrebbe suscitato dei sospetti se prima non avesse adempiuto al rito dell’occasione: visitare gli spazi, guardando a destra e a sinistra; dire: “Va bene, si avvicina a quello che sto cercando”; “È veramente molto luminoso”; azzardare qualche piccola obiezione come: “Si affaccia su una strada molto traffi cata… e loro sanno, i rumori…”; tutto questo, naturalmente, prima di fare un elogio postumo del signor Salgueiro, che avrebbe tanto voluto conoscere di persona.
“Per quanto riguarda il rumore, non deve preoccuparsi,” fu l’immediata risposta di Felisa, “le fi nestre sono doppie e poi siamo al sesto piano.”
In fondo, Kreck avrebbe già voluto essere in strada, per trovarsi ormai, cosa a cui anelava sempre, nell’attimo successivo.
“Voglio vederlo meglio,” disse, “anche se la mia prima impressione è più che positiva.”
“Certo,” sorrise Eufemia, “capisco la sua apprensione.”
Gli mostrarono un piccolo ingresso, una cucina, un piccolo soggiorno – pieno di oggetti irreconciliabili, avrebbe ricordato Kreck, tra cui anche un paio di quadri con alcune specie scoperte dall’erudito Salgueiro – una stanza, lo sgabuzzino e il bagno: “Mi piacciono così, pitturati di bianco; odio quelli scandalosi rosa o viola, propri piuttosto, e mi scusino la parola, di un bordello.”
“Quanto ai colori forti, noi tolleriamo soltanto quelli degli uccellini, così pittoreschi e misteriosi…”
“È quello che mi serve,” disse Kreck respirando sollevato, dopo aver visitato, senza soffermarsi troppo, le stanze.
“Per quanto riguarda il prezzo, e voglia scusarmi per l’indiscrezione,” disse Felisa, avvinta ormai dall’aspetto decente dell’uomo, “corrisponde all’equivalente di trecento dollari al mese.”
“È per via dell’infl azione,” aggiunse Eufemia, “lei sa bene che la nostra valuta è messa piuttosto male e che ora bisogna calcolare tutto in dollari. Naturalmente, il signore…, mi scusi, ma la memoria mi gioca dei brutti scherzi, a chi devo l’onore?”
“Kreck, Rodolfo Kreck, con c e k finale.”
“Ah, sì, ora ricordo. Le dicevo, signor Kreck, che naturalmente lei può anche pagare in pesos, al cambio del giorno.”
Frettoloso di concludere l’affare quanto prima, Kreck accettò il prezzo e le condizioni di pagamento.
“Le signore vivono lontano da qui? Voglio dire, dove dovrei pagare ogni mensilità?”
“Oggigiorno, signor Kreck, si fa tutto tramite la banca; nel nostro caso si tratta della Banca Municipale, dove le faranno pagare una piccola commissione, ma il servizio è perfetto,” disse Felisa.
“Immagino che, col suo lavoro, lei abbia spesso a che fare con le banche…” aggiunse Eufemia.
“Sì, certo… Mi scusino, ma le signore sono spagnole? Lo domando per via dell’accento.”
“Galiziane,” risposero all’unisono.
Gli parve opportuno guadagnarsi una piccola simpatia.
“Anch’io ho un po’ di sangue galiziano, per parte di una nonna.”
Non ebbe il tempo di pentirsi della simpatica e innocua bugia che le signore già lo tempestavano di un mare di domande su quella nonna galiziana inesistente. A Kreck sembrò prudente interrompere bruscamente l’argomento. La seduzione è cattiva consigliera, pensò.
“Si tratta di una questione dolorosa,” disse e chiese scusa per il suo silenzio.
“Abbiamo qui un modello di contratto,” proruppe Felisa, “ne sarà sorpreso, perché oggi i proprietari preferiscono evitare i contratti per non pagare le tasse. Noi no; nostro padre ci ha insegnato a rispettare la legge. Non crede che in questo paese le cose andrebbero meglio se tutti facessero come noi? Come da prassi corrente, il signore dovrà lasciare in cauzione il valore corrispondente a due mesi di affitto.” Il signor Kreck non oppose obiezioni. Si limitò a riempire le caselle vuote e firmò. Estrasse dalla giacca il libretto degli assegni, ne compilò uno per i due mesi di cauzione e ne aggiunse, come prova di buona volontà, un altro per il mese che sarebbe iniziato in pochi giorni.
“Le signore preferiscono che lo occupi dal primo del mese?” domandò.
“Da oggi stesso, se lo desidera,” rispose Eufemia, “ecco le chiavi.”
Kreck non riusciva a credere che tutto fosse stato così facile. Incline sempre a riflettere – spesso in maniera esagerata – sul passo più prudente da fare, preferì annunciare che sarebbe ritornato un paio di giorni dopo.
Per fortuna, tutto si è concluso bene, pensò una volta in strada, dopo essersi congedato dalle signore Salgueiro, sicuro di trovarsi ormai nell’attimo successivo, mentre afferrava con forza le chiavi.

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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La scheda de IL SIGNOR KRECK

Buenos Aires, Argentina, metà degli anni settanta. Durante la dittatura militare si parla già a bassa voce dei desaparecidos, tutti si guardano attorno, osservano i vicini di casa di nascosto, ma domina ancora l’impressione confusa che chi ha problemi con le autorità abbia davvero fatto qualcosa.
Il signor Kreck, l’agente assicurativo più ordinato, prevedibile e noioso del quartiere di La Ensenada, sembra il meno indicato per entrare in conflitto con chiunque. Marito e padre esemplare, impiegato modello, buon vicino e uomo amabile, Rodolfo Kreck non ha nulla da nascondere, tranne le chiavi di un appartamento affittato in segreto che tiene nel cassetto della sua scrivania e di cui né moglie né amici sono a conoscenza. Quali segreti nasconde in quella casa? La domanda è sufficiente a trasformare Kreck in un sospettato, arrestato e imprigionato dalla polizia che intende scoprire la verità.
Il capolavoro di Juan Octavio Prenz è il romanzo kafkiano di un uomo che scompare tra le maglie di uno Stato che tratta i suoi cittadini come beni di proprietà. Una storia illuminante sulla libertà e sui limiti di questo discutibile concetto chiamato “sicurezza”. Nessun assassino è tale fintantoché non commette il crimine.

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JUAN OCTAVIO PRENZ – FIGURE DI PRUA
trad. di Betina Lilián Prenz, pp. 144, 17 euro

Se almeno potessi, oggi, recarmi lì ogni sera per rimettere, con il mio sbiadito ricordo, le cose al loro posto.A Ensenada de Barragán, fra Buenos Aires e La Plata, c’era, sino agli anni Cinquanta, un cimitero di barche e di polene. Forse Juan Octavio Prenz è diventato poeta guardando, nella sua infanzia, quei volti femminili misteriosi e fatali, corrosi dal tempo e dal maltempo, quegli occhi attoniti e spalancati su catastrofi indecifrabili, quelle figure che sulla prua si erano protese in avanti, verso il mare aperto, e marcivano a poco a poco nell’acqua stagnante della baia e nella pioggia, difendendo ostinatamente e vanamente dalla morte la loro forma, il loro nome, le storie aspre e favolose legate alla loro figura, alla barca che le aveva portate sui mari, ai destini dei loro equipaggi.

«Figure di prua è una raccolta di liriche permeate di una poesia malinconica, appassionata e grottesca.»
Claudio Magris

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JUAN OCTAVIO PRENZ è nato a Ensenada (La Plata, Argentina) nel 1932. È stato professore di Lingua e letteratura spagnola presso le Università di Buenos Aires e La Plata; nel 1975 ha dovuto abbandonare l’Argentina per motivi politici trasferendosi prima a Belgrado e Lubiana, poi dal 1979 a Trieste, dove ha insegnato Lingua e letteratura spagnola
 e latinoamericana. Ha pubblicato diversi saggi sulla narrativa spagnola e ispanoamericana e ha curato e tradotto opere dei più noti autori della poesia slovena e serba. È autore
di romanzi e di otto libri di poesie, tradotti in varie lingue.
Presso La nave di Teseo ha pubblicato Solo gli alberi hanno radici (2017), Figure di prua (2019) e Il signor Kreck (2019).

 

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