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LA MALIGREDI di Gioacchino Criaco (recensione)

gennaio 30, 2019

LA MALIGREDI di Gioacchino Criaco (Feltrinelli)

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di Maria Zappia

È una terra ripetutamente violata quella che emerge dalla narrazione di Gioacchino Criaco nel romanzo Feltrinelli, dal titolo “La Maligredi”, seppur la trama, che segue i canoni ed il ritmo del romanzo di formazione, si presenta avvincente e di agevole comprensione.
Ad apparire per primo è Nichino, un dodicenne dal carattere acerbo e dal temperamento sensibile che pian piano, a forza di lezioni acquisite sia ad opera dei grandi, sia a seguito di sollecitazioni dei compagni di giochi, diviene uomo e scopre che l’universo all’interno del quale ha compiuto le prime esperienze di vita è connotato da un forte dualismo: istanze solidaristiche all’interno del nucleo familiare, spietatezza e sopraffazione all’esterno, nell’ambito sociale.
Così l’iniziale incanto della festa paesana e della giostra degli zingari, che determina entusiasmo e trasgressione, trascolora nei capitoli successivi al primo, in una perdita di innocenza e in un’adesione ai piccoli progetti illegali di un gruppetto di compagni, rendendo la trama variegata e interessante in un crescendo di tensione narrativa, come accade nei romanzi dei grandi autori sudamericani.
E tuttavia gli strappi alle regole, se da un lato rendono smaliziato il protagonista consentendogli di non soccombere rispetto alla vera delinquenza mafiosa che prospera in Calabria, luogo che fa da sfondo all’intera narrazione, dall’altro costituiscono l’unico modo per portare un po’ di benessere in casa, per sollevare dal bisogno la madre Lidia operaia a giornata in una piantagione di gelsomino poco distante da casa.
Il romanzo, proprio in relazione alla personalità di Nichino è un prequel di “Anime Nere”, la fortunata opera di esordio dello scrittore calabrese, in quanto chiarisce e definisce i punti abbozzati nella precedente trama portando alla luce le vicende di soggetti ai quali la società dell’epoca non ha posto adeguate scelte di vita. Anime smarrite nel limbo della malavita organizzata e non sodali della ‘ndrangheta per una sorta di determinismo contingente dettato dall’arretratezza dei luoghi e dall’indifferenza della politica, non per autonome scelte di opportunismo criminale.
Ovviamente il ragazzo, che tra i capitoli diviene Nicola, regge il bandolo della narrazione e avvince per la tenerezza con la quale a notte fonda, in una scena dal sapore fortemente neorealistico, guarda di sottecchi la madre che sale sul camion per andare al lavoro ma in realtà a giganteggiare tra le pagine è “Papula” l’autentico eroe del romanzo.
Quest’ultimo viene descritto dall’autore come un sessantottino, giubbotto di pelle e maglione rosso, ma più che essere un hippie, più che predicare pace e amore, predica lavoro per tutti, strade e uguaglianza
Noi non vogliamo togliere il pane a chi ce l’ha, vogliamo altro pane. Non combattiamo i nostri fratelli, lottiamo contro gnuri, politici, preti e malandrini. Contro chi si dice Stato e non lo è””.
Così attraverso questo personaggio, l’autore trasfigura nella finzione narrativa, una vicenda che ha rappresentato un unicum nella storia locale. Una rivolta sociale realmente avvenuta, soffocata nella violenza e ostacolata dai potentati locali che consente di comprendere in maniera imparziale le dinamiche criminali esistenti in Calabria rapportando ai singoli le giuste responsabilità. Difatti, se le istanze che intendevano manifestare Papula e i suoi fossero state prese in considerazione, se la borghesia terriera fosse stata più sensibile nei riguardi delle “gelsominaie” alle quali l’autore dedica pagine importanti, la storia dei luoghi sarebbe stata diversa, meno tragica. Invece, malavita e malgoverno, hanno inferto in tanti paesi del Sud profonde ferite.
L’amarezza che la narrazione suscita nel lettore, è tanta anche se i toni tragici sono stemperati sia dalle descrizioni accurate della natura ma soprattutto dai toni surreali che l’autore dedica agli spazi narrativi ambientati in Aspromonte. È in montagna, che il rapporto uomo – terra si inverte, il dolore e l’impotenza descritti in pianura lasciano spazio alla serenità, alla purezza di sentimenti e all’elevazione dello spirito di ciò che si narra in montagna. Proprio nel passaggio dal villaggio contaminato dove sono collocate le abitazioni dei protagonisti alla montagna accogliente e purificatrice come una madre saggia, si manifesta la piena maturazione dei personaggi e si manifesta anche il pensiero dell’autore riguardo la necessità di trovare soluzioni di sviluppo economico in armonia con la natura e la peculiarità dei luoghi.
Da sottolineare, in uno con i variegati personaggi, anche l’interessante lavoro di contaminazione linguistica che rende vivacissime talune pagine del romanzo. Non solo parole colloquiali, slang giovanilistico gergale, parole enfatiche, ma anche sapienti scorribande nel linguaggio grecanico, e dunque nella cultura della Grecia calabrese che per anni è stata dimenticata e che appartiene alla storia personale dell’autore nato proprio nei luoghi di ambientazione del libro.
Khora pimmi lu rrusti… Addhena mi lu castìa… e li Naradi mi nci mangianu li figghi,” sono tutti  richiami identitari che lo scrittore, cui non sfugge l’importanza della tradizione orale, manifesta al fine di portare alla luce le radici culturali del territorio di origine. Ovviamente alle parole, fanno da contraltare, in un tutt’uno, i caratteri ritrosi ed austeri, con tratti enigmatici, di coloro che tramandano le espressioni antiche.

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Di seguito, alcuni estratti del romanzo LA MALIGREDI di Gioacchino Criaco (Feltrinelli)

(…) Ma con lui non era importante comprendere, bastava seguirlo; in fondo non m’interessava avere la coscienza, come diceva spesso Papula, avevo scoperto che l’azione era la cosa più eccitante che c’è, che mi faceva davvero battere a mille il cuore, mi scioglieva il cervello, più della dolcissima rossa che mi aveva iniziato all’amore a Messina, dalla signora Pisano. Sì, l’azione era il fatto più magnifico che c’è, più del toro di san Bastiano e di don Santoro Motta. “Noi ce l’abbiamo una fabbrica grande, più grande di molte che stanno al Nord o in Germania: l’Aspromonte,” proclamò, con la voce che rimbombava anche se non aveva il microfono. Facemmo la faccia della meraviglia, e avevamo ormai capito che a lui piaceva questa espressione perché le cose che ci diceva, anche se erano molto pratiche, lui le raccontava, non le spiegava, le trasformava in cuntu come le vecchie delle rughe, solo che le favole di gnura Cata a papa servivano a farci trascorrere le lunghe sere invernali, ci passavano ciò che era già successo. Le favole di Papula invece si immaginavano il futuro, costruivano per noi un mondo in cui portarci anche il nostro passato, solo quello che secondo lui era stato il migliore. L’Aspromonte per Papula era il passato migliore che avevamo avuto, perché nonostante i tiranni, i padroni che avevano cambiato di nome col trascorrere dei secoli, le malattie, le catastrofi, il sudore e la fame, era stato l’unico a proteggerci. Eravamo qui perché lui ci aveva covato come una chioccia – anzi lei, perché Papula sosteneva che era una femmina, una grande madre che aveva concepito il popolo dei monti, che lo aveva riscaldato con l’alito caldo del suo sposo, il Libeccio, il vento che aveva portato il respiro del deserto e la sua linfa, che aveva riempito di latte le verine della montagna per sfamarci. Africo che nonostante i tanti nemici era ancora qua a gridare la sua esistenza. E se l’Aspromonte ci aveva nutrito per tanti mila anni avrebbe potuto continuare a farlo per molti mila anni ancora. “L’Aspromonte sarà la nostra fabbrica.”(…);

[…]

(…) “I camion ripartirono vuoti e nel giro di una settimana i sorrisi scomparvero dalle facce dei malandrini e le arzatine di spalle degli gnuri si tramutarono in curve della schiena. Le visite nelle case delle operaie si intensificarono, ma senza raccogliere frutti. Come noi, tanti ragazzi alla scuola non ci pensavano più, giravamo dietro a Papula, ripetevamo le sue parole e raccoglievamo da chi aveva qualcosa aiuti per chi era rimasto senza nulla. Nel paese, il bar di Rocco diventò un magazzino dove si ammassavano pasta e salsa che poi le scioperanti passavano a ritirare. E, in segreto, con Filippo e Antonio ci inventavamo donazioni: dai cinque milioni che stavano nascosti nella cassapanca del corredo delle sorelle di Antonio prendevamo carte da diecimila e poi da cinquanta e le facevamo diventare carne, salumi, formaggi. Al pane ci pensava il forno di Papula: a chi aveva sostanze gli veniva a costare di più e faceva diventare gratis quello delle operaie. Papula fece murare dai fratelli, nel centro della piazza, un palo a cui appese una bandiera rossa, molti lo imitarono e alzarono bandiere sui balconi, sopra i tetti. Rosso, e rosso e nero erano i colori della rivoluzione…”

[…]

“Sulla bocca di Papula la parola si fa padrona e ti porta su e giù fra dimensioni diverse, e poi ti molla per farti padrone a tua volta e dirigere il gioco secondo la tua fantasia, e scoprire i pesi che ognuno si porta sulle spalle fino a capire dove sta il nemico, a volte dentro, poi fuori e infine accanto, che tutto in fondo è un’andata e un ritorno, e la parola incendia la paglia che tutti abbiamo dentro un fuoco che diventa solo nostro”.

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La scheda del libro

C’è stato un Sessantotto aspromontano, in pochi lo conoscono: Criaco ce lo racconta nel romanzo avventuroso di un ragazzo che sogna di cambiare il Sud.

La maligredi - Gioacchino Criaco - copertinaEsiste una generazione di calabresi cresciuta fra cunti, miracoli di santi e dèi. A quei tempi il furto era vergogna, il sopruso arroganza e nelle rughe di Africo insegnavano a non frequentare i peggiori. E la mafia, che c’era stata, che c’era, vedeva restringersi rancorosa il proprio spazio. A quei tempi cresce Nicola, e con lui gli amici Filippo e Antonio, compagni di avventure. Ragazzini che vanno a scuola, o, meglio, che marinandola si avvicinano alla piccola criminalità. Ma l’arrivo improvviso di Papula, un ragazzo più grande, che lavora in Germania e torna in paese parlando di rivoluzione, solleva un vento nuovo per tutto l’Aspromonte e fa sognare gli uomini, le donne e i ragazzini. E allora a San Luca prende a pulsare la protesta operaia e Platì diviene la patria del cooperativismo contadino. È il Sessantotto aspromontano – in pochi lo conoscono, ma c’è stato. Fa nascere la speranza di fondare un mondo nuovo, di ottenere diritti: i poveri scoprono di aver bocca e idee; le donne trovano il coraggio di scioperare contro gli gnuri; i figli si rivoltano contro i padri, i fratelli contro i fratelli. E poi tutti, insieme, contro i compari. Lo Stato, invece, si mette dalla parte del potere locale, dei malandrini, di coloro che, per mantenere i propri privilegi, sono pronti ad azzannare al collo i migliori. È così che nell’Aspromonte arriva la maligredi, ossia la brama del lupo quando entra in un recinto e, invece di mangiarsi la pecora che gli serve per sfamarsi, le scanna tutte. E, quando arriva, racconta Criaco, «la maligredi spacca i paesi, le famiglie, fa dei fratelli tanti Caini, è peggio del terremoto e le case che atterra non c’è mastro buono che sa ricostruirle».

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Gioacchino Criaco è nato ad Africo. Ha esordito nel 2008 con il romanzo Anime nere, da cui è stato tratto il film omonimo diretto da Francesco Munzi, vincitore di nove David di Donatello, di tre Nastri d’argento e del premio Sergio Amidei. Ha in seguito pubblicato i romanzi Zefira (2009), American Taste (2011) e, per Feltrinelli, Il saltozoppo (2015) e La maligredi (2018).

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