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ISOLA SONO DIVENTATA di Vivian Ley

febbraio 4, 2019

ISOLA SONO DIVENTATA di Vivian Ley (Nulladie Edizioni)

QUANDO LA POESIA È DONNA

di Gabriella Rossitto

 * * *

Aldo Nove sostiene che la poesia è donna, che lo è da sempre, nonostante i nomi che la storia ci tramanda siano più maschili che femminili (e quante donne dalla voce potente sono rimaste nell’ombra, mi chiedo). L’uomo ha paura del potere che le donne hanno di dare la vita, ma anche del potere di creare la vita con le parole.
E se è creazione di universi quello che si fa con le parole, allora si può avere paura di una donna che scrive.
Forse perché in una poesia che è donna vi è un respiro mistico che attiene al divino, al sacro.  Come precisa l’Autrice stessa, la poesia è rito e culto ancestrale, ci mette in contatto con la parte pura e atavica di noi. Ci consente inoltre di vedere con chiarezza l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, e se parla del quotidiano lo fa in maniera non convenzionale, da un punto di vista privilegiato e particolare.

In passato si paragonava l’ispirazione all’essere posseduti da un dio, “il primo verso è degli dei”, e il poeta soltanto era tramite per accedere a questa dimensione.
Perché il poeta è un essere speciale (si vedano i simbolisti, il concetto di poeta-veggente, il decadentismo), l’unico in grado di vedere ciò che nessuno vede, di sentire in maniera amplificata il rumore del mondo. Ci si mette in ascolto di sé, della natura, del cosmo; si colgono le voci già presenti nell’aria e ci vuole un cuore grande per assimilare in sé la magia e restituirla agli altri:

Seguimi perché ogni parola
Ti scalderà l’anima
Seguimi perché ogni respiro
Sarà l’immenso che tu desideri
Seguimi perché ogni volta
Che guarderai nei miei occhi saprai chi sei

Perciò il poeta è destinato a un compito altissimo, illuminare le ombre, tradurre il mondo per tutti. Credo che la poesia faccia ancora di più: trasfiguri la vita, le dia grazia e bellezza dove non c’è.
Per Franco Loi compito della poesia è rivelare l’essere, e il rapporto che l’essere ha con il mondo.
Dunque la parola è il mezzo che ci permette di entrare in relazione con la nostra interiorità, motivo per cui non può esistere una parola sciatta, buttata via: la poesia non è occasionale, non è tecnicismo, è piuttosto stupore.
La poesia è l’illuminazione di un istante, è libertà, è una forza dirompente e rivoluzionaria.
Tra le tematiche frequentate da Vivian Ley l’amore, la vita, la morte. E poi fortissima l’eco della nostalgia che percorre queste pagine come un riverbero.
Il canto dell’assenza si fa accorato e dolente, senza mai cedere al tono elegiaco:

Amo i morti
Che mi parlano
Ancora
Alle prime ore
Del mattino
 
Amo i morti
Che mi stanno
Accanto
Ogni volta che
Li chiamo
Per nome
 

Nessuno nasce isola. Siamo immersi in una rete complessa di relazioni -come in uno stellato sociogramma di Moreno- per l’intera esistenza, che lo vogliamo o no.
Ma c’è un momento in cui ci disancoriamo, ormeggi destinati a rompersi, radici interrotte, più o meno precocemente.

E pertanto molte sono le poesie dedicate al padre, reso con metafore ardite e spesso di non immediata lettura, di volta in volta giardino di melograni, distesa di papaveri, gigante possente che pure è destinato a cadere. L’inattesa precarietà lascia attoniti: pur sapendo che l’essere umano è fragile, ci ritroviamo a stupirci di fronte a questo mistero:
Nella terra
di mezzo
resto
 
Eccola, l’incredulità. Si è soli nel dolore, circondati dal silenzio.
Accanto, la madre-fortezza che, se contiene, è protezione e rifugio, ma al contrario può essere muro ostile e invalicabile.
Non vi è melanconia in questi versi, ma amore tradotto in musica. Un canto lieve, dove la parola danza in evoluzioni a volte gioiose, un inno all’amore che va oltre il tempo e lo spazio, che riconsegna e risana, che accompagna con struggimento e consapevolezza.
Amore purissimo per il carico di eredità che ci ha trasmesso, per le lezioni di vita che ora sono gesti e pensieri, valori, modi di essere, le nostre fondamenta.
Amore che non lascia spazio alla rabbia, che non consente all’assenza di diventare veleno.

Ma esiste anche l’amore che finisce, che muore per altri motivi, dal quale ci si risveglia come dopo un’ubriacatura: il dopo di ogni amore è quasi sempre commemorazione, o è invettiva:

Senza di te
Maledizione è il mio nome per
Averti avuto e mai posseduto

è disillusione e disincanto:
… sono certa
Che non hai avuto
Neppure un attimo
D’amore per me

è sigla finale all’abbandono:

Ma tu mi hai voltato le spalle
Lasciandomi nell’abbraccio
Infinito della notte scura.

Si potrebbe pensare a questo punto che non c’è salvezza. E invece arriva a soccorrerci il potere della memoria, che evoca i mondi perduti. E conforta poterli ricostruire, riviverli con i sensi come fossero ancora il presente:

C’era l’odore delle fragole
C’era il sapore della polpa di ciliegie
C’era il vento tra i capelli
C’era il sole caldo sulla pelle
C’era la tua mano nella mia.

La lontananza si riduce, il distacco si fa rimpianto e i ricordi sono luoghi da ripercorrere, ci sfiorano il viso come fronde d’albero che sussurrano i loro segreti, e poi sono bolle di sapone che si disperdono in gocce, esattamente come i sogni al mattino se non si è lesti ad acciuffarli. Sono inganni della mente / mentre tutto scompare.
La vera morte è unicamente l’oblio, si è vivi finché c’è il ricordo, e non muore mai ciò che ricordiamo.
Nella sfera onirica anzi si rinnova l’incontro, il tempo della restituzione e del  risarcimento. Nel sogno, infatti, tutto torna al suo posto, nel puzzle che sembrava insolubile anche i pezzi smarriti trovano collocazione:

Poi non ti ho più rivista
Poi non ti ho più incontrata
Poi non ti ho più ascoltata;
Se non in sogno e negli attimi sparsi
In cui ci sei stata senza esserci più.

E solamente nel sogno abbiamo la possibilità di rivivere quell’abbraccio mancato, specchiandoci in occhi così simili ai nostri; è una dimensione che, al di là della nostra consapevolezza, ricrea un ordine, risana ciò che è spezzato per sempre.
Poi la poesia fa il resto, traduce in parole le visioni pescate nel profondo. Per tale motivo la poesia ci “rivela l’essere”, ci mette in comunicazione con l’inconscio, con la parte in ombra di noi, ci permette di accedere al “mondo perduto” :

Le porte di casa mia
Non ci sono più
 
Sono rimaste le chiavi
Nella serratura
 
Che scricchiola
Ogni volta
Che forzo per entrare
Dentro un mondo
Che non esiste più.

Il linguaggio di Vivian è simbolico, evocativo: cascate fluenti di parole inanellate non per stupire ma per suscitare emozioni, non mero esercizio -anche se spesso il gioco linguistico si fa evidente- ma fondamentalmente ritmo, musicalità, immagini accompagnate dal suono; e il suono delle parole ha un preciso colore, una cifra riconoscibile e personale, è la voce di Vivian, fuori da ogni coro, da ogni compiacimento.

“La musica prima di ogni altra cosa”, ci ricorda Verlaine:
La musica, ancora e sempre!
Il tuo verso sia la cosa che va via,
che si sente fuggire da un’anima in cammino
verso altri cieli e altri amori.

Un linguaggio sostenuto dalla sensibilità, che non sia ammiccamento al lettore ma ricerca, ricerca essenzialmente della bellezza, non è involucro futile e vacuo.
Ritroviamo, nella silloge, varie figure retoriche: dall’anafora insistita che costruisce il climax, alle assonanze e consonanze. Si veda la crescita di senso per accumulazione che culmina nel finale:

Sei tu in me nonostante la vita
Sei tu in me nonostante i pensieri
Sei tu in me nonostante tutto
 
o ancora :

Sei nell’aria
Sei nel mio corpo
Sei nei miei ricordi
Sei nella strada che calpesto
Sei nelle menzogne
Sei nei sorrisi
Sei nei capelli
Sei nella pelle
Sei nei vestiti
Sei in me
 
Similitudini e metafore, enjambement e non ultime le rime, anche interne, le ripetizioni che si rafforzano e trasformano in refrain dentro strutture simili alla ballata e alla canzone.
Particolare importanza è data al silenzio -non vi è partitura che non abbia necessità di pause- che rigenera l’anima e aiuta a non smarrire il senso delle cose importanti. La vita può essere vissuta o guardata da lontano, senza coinvolgimento, oppure si può avanzare nonostante tutto in una sfida che è già vittoria:

Perché avanzare
È già superare
La cima

La poesia di Vivian privilegia il corpo e i sensi, è carnale e materica. Al dominio del corpo, alle sue leggi persino l’anima è costretta a piegarsi:

Mentre il corpo
Comanda severo
L’anima obbedisce
E si piega
Rimanendo presente,
In silenzio segue il suo ritmo
In attesa che il cerchio si compia.

E, ancora più potente, la forza catartica, taumaturgica della parola:

Oggi sono di carta
Perché essere parola
Ha più forza
Dell’essere uomo
 
Questa forse è la vera salvezza, l’eterna redenzione. Se la poesia non riuscirà a salvare il mondo, di sicuro salverà noi, piccoli uomini, sarà zattera e approdo, e ci farà migliori.
Quando la poesia è afflato universale, quando attinge all’anima del mondo, allora dà voce all’essere, gli dà corpo con la parola, e concretezza con la voce.
Giovanni Giudici ha scritto che, al pari di uno spartito, anche il testo poetico richiede un’esecuzione il cui strumento è la voce umana: sia pure una voce del silenzio, una voce interiore, educata a tener conto di tutte le sue note e a evidenziarne il valore e i valori.

Nell’arte e nella poesia vi è per Heidegger la “messa in opera della verità” e la stessa cosa afferma Vivan Ley quando ritiene la verità condizione necessaria per la poesia, una verità che non viene imposta ma condivisa.
Il poeta è nudo, disarmato, ci consegna la sua verità e questa risuona dentro di noi quando miracolosamente sfiora l’universale.
Credo infatti che il lettore interpreti e prenda per sé ciò che può, che sa, la poesia lo ingravida solo se è predisposto, aperto, attento. Occorre sentire, dice Guareschi, non comprendere.
L’universalità della poesia non è nella sua immediata leggibilità, ma nella capacità, che solo la vera poesia possiede, di scavare nel profondo di ognuno di noi, in modi inaspettati e differenti.  La poesia è cura, avvolge il fruitore e lo conduce dolcemente altrove, lo rapisce, lo incanta.

Per Vivian, poesia è una parola alta proprio perché possiede la straordinaria capacità, come dicevamo, di aprire le porte di mondi e universi che altrimenti rimarrebbero per sempre oscuri, utilizzando come strumento il linguaggio.

La poesia pretende dedizione, è assoluta e severa. Non si diventa poeti, non si impara la poesia, poeti si nasce, lo si è così, semplicemente, sostiene Vivian.
E dice ancora:
La poesia è severità innalzata all’ennesima potenza, i poeti saranno pure dei folli, ma sono tutti folli intransigenti. E senza poesia non c’è niente che abbia valore.

 

* * *

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