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FOSCHIA di Anna Luisa Pignatelli

febbraio 6, 2019

FOSCHIA di Anna Luisa Pignatelli (Fazi): incontro con l’autrice

Anna Luisa PignatelliAnna Luisa Pignatelli è Toscana di nascita, ha trascorso molti anni fuori dall’Italia, fra cui diversi a Dar es Salaam, Seul e Guatemala City. È molto conosciuta e apprezzata in Francia, dove, nel 2010, ha vinto il Prix des lecteurs du Var con la traduzione della raccolta Nero toscano. Con Ruggine (Fazi Editore, 2016), molto apprezzato da critica e pubblico, ha vinto il Premio Lugnano 2016. Il nuovo romanzo di Anna Luisa Pignatelli si intitola Foschia ed è stato appena pubblicato da Fazi.

Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci qualcosa su questo suo nuovo libro…

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«Vorrei parlare di Marta, la protagonista di Foschia e dei luoghi in cui si volge la storia», ha detto Anna Luisa Pignatelli a Letteratitudine.
«Marta, adolescente, cerca la sua via nel mondo in un difficile contesto familiare, vuol essere se stessa e non dipendere da forze che limitano la sua autonomia.
È figlia di Lapo, un critico d’arte che, da giovane, è un idealista innamorato del bello, ma che poi, lentamente, preso dalla sua ambizione, diventa cinico e calcolatore.
La madre di Marta, invece, è l’opposto: vive in una dimensione astratta, senza porsi alcun traguardo, non ha amici in quanto non è disposta a scendere a patti con la realtà, è debole e evanescente e, insofferente della vita familiare, soffre di depressioni, Marta sa di non poter contare su di lei.
Vivono a Lupaia, un casolare sperduto nelle crete senesi, una terra che conosco perché vi sono nata, dove la natura è arida e aspra. In quella casa mezza diroccata Marta passa la sua infanzia e prima adolescenza.
Lì, confrontata alla cronica depressione della madre, trova un rifugio nel padre: si attacca morbosamente a lui, che l’affascina con i suoi interessi e la sua vitalità, coinvolgendola in delle escursioni nelle chiese di compagna dove Marta si trova confrontata col mistero della creatività.
Nella Lupaia, le arrivano dal profondo delle tenebre gli ululati dei lupi e dalla camera di Teresa le nenie che lei, lasciata sola da Lapo andato a passare la notte da un’altra, si mette a mugolare nel buio. Pur in quella tristezza, a Lupaia spira però un’aria di fantasia e di spontaneità, e lì Marta si sente a suo agio: la solitudine infinita di quei campi che, abbandonati dai mezzadri, stanno tornando allo stato brado, rispecchia quella che ha dentro.
Quando Marta comincia a accorgersi che il padre tradisce non solo la madre ma anche gli ideali in cui le ha insegnato a credere, sarà presa da un senso di alienazione e di foschia. Di fronte alle menzogne del padre si decide a affrontarlo, ma questa sua esigenza di verità farà precipitare la situazione e troverà la forza di lasciarlo e di squarciare una volta per tutte quel velo di foschia sempre più soffocante che l’aveva avviluppata, nella speranza di poter finalmente approdare a un’esistenza indipendente e piena. Ma si porterà dietro il suo passato».

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Un estratto di FOSCHIA di Anna Luisa Pignatelli (Fazi)

Fin dai tempi in cui frequentavo la scuola del borgo, mi rendevo conto in modo confuso che avere radici solide in un luogo era il presupposto per poter evolvere con sicurezza in mezzo agli altri e ottenerne la considerazione: attribuivo la causa del senso della diversità che percepivo fra me e i pochi con cui venivo in contatto a mio padre, Lapo, dato alla luce da un’americana, e alla nonna materna originaria della Slovenia. E anche a Teresa, mia madre, ombrosa e solitaria come i boschi della sua infanzia, che non voleva quasi mai accompagnarmi a scuola, per evitare lo sguardo curioso e un po’ beffardo che le riservavano gli insegnanti.
Al contrario di me, il mio abulico fratello non amava farsi domande, pur rendendosi conto che venivamo guardati con diffidenza, forse anche a causa del posto selvaggio in cui vivevamo e che ci stava marcando.
Intuendo, fin da allora, che la mia atipica famiglia non era un punto fermo su cui poter contare, cercavo di convincermi d’essere destinata a una vita avventurosa nel corso della quale avrei potuto conoscere il mondo e mettere a frutto l’inglese appreso da mio padre. Lui, infatti, si rivolgeva spesso a me nella sua lingua materna.
Ma di quanto succedeva nel mondo sapevo ben poco: per Lapo la televisione era una “scatola maledetta” e l’aveva bandita dal podere, cosicché solo dai giornali datati che teneva sulla scrivania potei ricavare in seguito qualche notizia.
Quello che a lui interessava allora erano l’estetica e l’arte, ed era per mezzo di esse che si proponeva di imporsi e vincere la partita della vita.
Certe volte di sabato, alla fine delle lezioni, veniva a prendermi a scuola per far conoscere, a me e a mio fratello, le opere dei pittori cui dedicava i suoi saggi.
Come quando ci mostrò gli affreschi di Piero della Francesca, in cui “la solennità par cosa naturale, spettacolo d’ogni giorno”, e di cui ci illustrò ogni scena con tono esaltato e frasi, per noi, contorte e oscure.
Assistevo, rapita, allo sfoggio delle sue conoscenze, a volte esibite, a volte rivelate in modo misurato e sapiente, con la sensazione di essere venuta al mondo al solo scopo di starlo a sentire.
Quando Antonio cominciò a contrapporre ai suoi dotti discorsi qualche malcelato sbadiglio, mio padre commentò esasperato: «E questo sarebbe mio figlio!», rinunciando a portarlo con noi.
Io invece ero sempre pronta a seguirlo, a farmi travolgere dalle sue passioni che riuscivano a smorzare il senso d’esclusione dalla realtà che mi pervadeva a Lupaia.
I ragionamenti con cui illustrava i dipinti, risultandomi allora poco comprensibili, suscitavano in me stupore e meraviglia e, anche se può apparire contraddittorio, quanto meno si preoccupava di adeguare il suo linguaggio alle mie orecchie, tanto più lo trovavo affascinante.
Una volta, mentre stavamo percorrendo i luoghi incantati della Valtiberina diretti alla Madonna del parto, mio padre disse: «Piero è stato per secoli dimenticato».
Mi impressionò che il “monarca della pittura”, cui lui era devoto, fosse caduto nell’oblio al pari di quella sua Madonna di cui era stata a lungo ignorata l’esistenza. Nella mia ingenuità, attribuii a mio padre il merito di aver richiamato su quel pittore l’occhio distratto dell’uomo moderno.
Quando fummo davanti alla giovane dal ventre gonfio su cui posava le dita delicate, affiancata da due angeli possenti, mio padre osservò: «Potrebbe essere una di noi».
«Solo la semplicità e la verità possono portare alla bellezza», aggiunse poi meditabondo.
Una frase solenne che sul momento mi rassicurò, sembrandomi che anche lui, con quel suo corpo aitante e nervoso, non potesse che appartenere all’esigua schiera dei giusti.
Lapo diceva, quasi a convincere se stesso, di considerare la spiritualità dei volti degli angeli il risultato più alto cui potesse pervenire un pittore. La contemplazione estatica di quei visi, cui s’abbandonava a volte, mi pareva un’altra prova inconfutabile della sua appartenenza a un mondo meraviglioso e puro dove la bellezza era regina.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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La scheda del libro
Ambientato in una Toscana appartata e solitaria, tra boschi incontaminati e vigneti, Foschia è il racconto di una storia familiare dai contorni decisi, intenso e conturbante.
Adulta e già malata, Marta decide di ripercorrere con la memoria il rapporto teso e tormentato vissuto con il padre Lapo, un affermato critico d’arte, uomo carismatico di grande fascino e talento.

Con uno stile affilato e allo stesso tempo avvolgente, Anna Luisa Pignatelli, già definita da Tabucchi «una voce insolita nella letteratura italiana di oggi», rivela gli aspetti più nebulosi e le ambiguità delle relazioni familiari in un gioco delle parti in cui i ruoli della vittima e del carnefice, dell’uomo e della donna, si alternano e si confondono per una storia forte, difficile da dimenticare.

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© Letteratitudine

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