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NEL CUORE DELLA NOTTE di Rebecca West (un estratto)

febbraio 16, 2019

Pubblichiamo un estratto del romanzo “NEL CUORE DELLA NOTTE. La famiglia Aubrey. Vol. 2” di Rebecca West (Fazi editore – traduzione di Francesca Frigerio)

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Dopo La famiglia Aubrey, Nel cuore della notte è il secondo capitolo della trilogia di Rebecca West.

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Un pomeriggio, mentre Mary si esercitava al piano, stavo camminando sulla riva lungo quel tratto di fiume che si stendeva dal giardino della locanda attraversando il cimitero, fino ai piedi delle colline coperte di boschi. A un certo punto il mio sguardo fu attratto da un ramo spezzato che giaceva a terra; le foglie, su un lato, erano bianche di polvere e le bacche brillavano di un cremisi scuro. Alzando gli occhi vidi, al limitare del bosco, l’alberello dal quale si era staccato quel ramo e provai a staccarne un altro, le bacche erano così luminose. Ma la fibra era forte, quindi mi inerpicai sul terreno che si stendeva alle sue spalle per trovare un punto d’appoggio migliore. Ma nemmeno così riuscivo a spezzarlo; mi stancai di provare, guardai verso il bosco dietro di me e feci qualche passo in direzione di quella massa di tenebre; e nonostante mi fossi lasciata l’infanzia alle spalle, fui subito assalita da quel senso di estraneità dal mondo che colpisce i bambini con grande forza, quasi che di solito vivessero altrove. Dato che il bosco si trovava su un pendio, era molto buio. C’erano dei faggi, che non sembravano soffrire l’oscurità di quel luogo; si stagliavano nel cielo in strati e strati di verde, e tra le foglie, e attraverso le foglie, filtrava una tale quantità di luce che i rami più bassi splendevano quanto quelli in cima. Quegli alberi avrebbero dovuto stagliarsi liberi e nitidi in una distesa aperta. Ma quelli più esterni li escludevano dalla luce, per scolpire in cielo il loro profilo spoglio e spigoloso, con i rami più bassi che apparivano talmente miseri e crivellati di sordidi rametti rinsecchiti, tra le bacche avvizzite e i fiori di biancospino, da somigliare a cataste di mobili rotti affastellati in soffitta. Qua e là, nei tratti scoperti tra gli alberi, c’erano anche ampi cuscini di muschio verde smeraldo, ma più che altro si trattava di rovi ed erbaccia smunta, e c’era un’aria di natura bisognosa, di sciatteria vegetale. Era strano che non si sentissero rumori, perché le cime degli alberi dovevano essere popolate di uccelli e scoiattoli, e sapevo che stavo passeggiando su un terreno che faceva da soffitto per gallerie e vestiboli in cui si aggiravano conigli, ermellini e donnole. Rimasi in ascolto del silenzio finché non parve esso stesso un suono squillante come quello di una tromba, e dal momento che era come se mi chiamasse, o chiamasse comunque qualcuno, mi misi a correre, forse per ubbidire al suo richiamo o per sfuggirgli, per tornare di nuovo al limitare del bosco. Ma il mio terrore era reale solo per metà, ed era anche una sensazione sufficientemente piacevole da impedirmi di tornare immediatamente nello spazio aperto oltre il bosco; così mi fermai nell’oscurità degli alberi, appoggiata al tronco dell’alberello con le foglie polverose e le bacche lucenti, e guardai giù verso il fiume, che mi sembrò strano quanto il bosco. Scorreva con tanta fretta che si sarebbe detto avesse uno scopo preciso, ed era facile immaginarlo come un enorme serpente pienamente consapevole delle sue mosse. Nei boschi sull’altra riva, opachi di quel verde spento sedimentatosi dai colori dell’estate dopo che agosto ne ha prosciugata la luminosità, riuscii a scorgere un segnale. Un unico albero, e solo quello, era già stato raggiunto dall’autunno e aveva la brillantezza dell’oro. Doveva essere cresciuto in una fenditura profonda sul fianco della collina, perché lo si vedeva solo da quel punto; non mi ero accorta di lui mentre camminavo lungo il fiume. Aveva la forma di una fiamma piegata da un soffio, ma il suo chiarore dorato irradiava il colore della luce e non del fuoco. In quello stato d’animo tutto infantile, che aveva trovato rifugio nella leggenda, nella fiaba e nel sogno, lo vedevo come una bandiera sventolata da una qualche entità immensa, non un gigante, perché troppo banalmente sarebbe stato solo la versione ingrandita di un uomo, ma piuttosto una nuvola dotata di volontà, o lo spirito che governa le stagioni. Mi aggrappai al tronco, fingendo di credere che il mondo si componesse dei corpi allacciati e vivi degli organismi naturali e che uno di loro stesse comunicando con me attraverso quell’albero, e allo stesso tempo pensavo che avrei dovuto portare lì anche gli altri subito dopo il tè.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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La scheda del libro
È trascorso qualche anno da quando abbiamo salutato la famiglia Aubrey. Le bambine non sono più tali: i corsetti e gli abiti si sono fatti più attillati, le acconciature più sofisticate; l’ozio delle giornate estive è solo un ricordo. Oggi le Aubrey sono giovani donne, e ognuna ha preso la sua strada: le gemelle Mary e Rose sono due pianiste affermate e vivono le difficoltà che comporta avere un talento straordinario. La sorella maggiore, Cordelia, ha abbandonato le velleità artistiche per sposarsi e accomodarsi nel ruolo di moglie convenzionale. La cugina Rosamund, affascinante più che mai, lavora come infermiera. La madre comincia piano piano a spegnersi, mentre il padre è sparito definitivamente. Poi c’è lui, il piccolo Richard Quin, che si è trasformato in un giovane seduttore brillante e, sempre più, adorato da tutti. La guerra, che piomberà sulla famiglia come una catastrofe annunciata, busserà anche alla sua porta, e sconvolgerà ogni cosa. Mentre l’Inghilterra intera è costretta a separarsi dai suoi uomini, l’universo delle Aubrey si fa sempre più esclusivamente femminile: gli uomini e l’amore rimangono un grande mistero, un terreno inesplorato da attraversare, pagine ancora tutte da scrivere che, forse, troveranno spazio nel prossimo volume di questa appassionante saga familiare.

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Rebecca West, nata Cicely Isabel Fairfield a Londra, prese il suo pseudonimo dall’omonimo personaggio di Ibsen, un’eroina ribelle. Nel corso della sua lunga vita travagliata e romanzesca è stata scrittrice, giornalista, critica letteraria, instancabile viaggiatrice, femminista ante litteram e politicamente impegnata. Amica di Virginia Woolf e amante di H.G. Wells, Rebecca West viene considerata una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo. La trilogia degli Aubrey, ispirata alla storia familiare dell’autrice, è stata indicata da Alessandro Baricco in risposta alla domanda «Quale libro ti porteresti su un’isola deserta?».

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