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PAOLA CEREDA racconta QUELLA METÀ DI NOI

marzo 4, 2019

PAOLA CEREDA racconta il suo romanzo QUELLA METÀ DI NOI (Giulio Perrone editore)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

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di Paola Cereda

“Che lavoro fai?” è una delle domande che, di solito, mi fa la gente. Di formazione sono psicologa, ma la passione mi ha portata fin da giovanissima verso il teatro. Che cosa c’entra la scrittura? C’entra eccome. Io ce l’avevo chiaro fin da subito, ancor prima di andare da uno dei miei professori universitari per chiedere la tesi sul teatro: “Psicodramma?”, domandò il docente. No no, dinamiche di gruppo ed estetica del teatro. Il prof mi spedì fuori dalla stanza, urlandomi contro un poco cortese: “Signorina, non mi faccia perdere tempo. Crede di essere al DAMS?”.
Finì che la tesi la feci sull’umorismo ebraico e il mio correlatore, Moni Ovadia, due mesi dopo la laurea, mi chiamò nella sua compagnia multietnica come assistente alla regia. E in quel momento iniziò il mio grande viaggio.

Oggi posso dire che, di mestiere, mi occupo di storie. In parte di storie che scrivo da sola, nella solitudine del mio studio, in parte di storie collettive che costruisco con la compagnia teatrale assaiASAI di Torino che raccoglie circa cinquanta attori con provenienze, età e abilità differenti. Mi occupo di storie anche come formatrice quando, insieme a giovani e adulti, tentiamo di sbrigliare la nostra creatività per dare forma alle idee, alle convinzioni, ai sentimenti.
La scrittura, per me, è il mezzo espressivo privilegiato che lega i sensi, il paesaggio e la parola. Ci sono alcuni sassolini che segnano il mio percorso artistico e che provo a condividere con chi ha voglia di confrontarsi nel cammino dello scrivere. Non sono consigli, bensì semplici suggestioni maturate nel tempo. Quindi… quali strategie per coltivare la scrittura?

Allenare i sensi nel quotidiano: ne possediamo cinque e, d’abitudine, tendiamo a usarne un paio per leggere il contesto in cui siamo. Si può scrivere partendo dalla vista e dall’udito, certo, ma quanto può essere stimolante scrivere con l’olfatto, il gusto, il tatto!
 
Calarsi nel paesaggio, che non è sinonimo di posto, luogo o ambiente. Un paesaggio è fatto di persone, relazioni e luoghi ed esplorarlo queste direzioni, lo rende una fonte infinita di ispirazioni e idee. Entrare in un paesaggio che non ci appartiene per nascita o per cultura, più che spaventare, può essere un privilegio. Significa porsi di fronte al nuovo e allo sconosciuto, dicendo: “Io non conosco ma mi interessa: me lo racconti?”. Così, per me, è stato in ogni libro che ho scritto: dal primo romanzo ambientato nella Brianza in cui sono cresciuta, fino all’ultimo ambientato nella Torino dove vivo (Quella metà di noi, Perrone editore), passando per la Calabria, il Polesine e le isole toscane. Scrivere, quindi, può essere anche studio del territorio, viaggio e incontro.
 
Aprirsi alla verità narrativa, che è diversa dalla verità storica, come ci spiega lo psicoanalista Donald P. Spence in un suo saggio degli anni ‘80. La verità storica è l’insieme dei fatti così come sono accaduti, la verità narrativa ha a che fare con la storia che ognuno di noi racconta a se stesso e agli altri, in quel particolare momento della propria esistenza. Non importa che sia corretta: è importante per chi parla, e come tale va accolta da chi ascolta (e scrive).
 
Mangiare cose buone, cioè nutrirsi con cura = leggere buoni libri. Una professoressa di Lettere spingeva noi alunni delle superiori a non avere paura dei libri: “Fate la fatica di andare verso i libri”, ci incoraggiava, “soprattutto verso quelli che non riuscite a capire in pieno nel presente”.

Tutti i giorni una paginetta. Ognuno di noi è potenzialmente creativo ma la differenza tra una virtù in potenza e un risultato concreto la fa l’allenamento costante. Vale nello sport, vale nella scrittura e, in generale, nella vita.
 
Evitare l’espressione “sto scrivendo un libro”. Quante volte ci è capitato di sentirlo? Cosa stai facendo? Sto scrivendo un libro. Meglio la più generica formula “sto lavorando su una storia”. Il libro è il passo successivo, che potrebbe non arrivare. Sono tanti “i libri” in potenza che abbiamo lasciato nel cassetto o che siamo stati costretti ad archiviare. Quando lavoriamo su una storia, invece, non buttiamo via niente perché ogni frase diventa bagaglio personale che migliora la nostra scrittura e il nostro sguardo.

E infine… Non farsi rubare il desiderio. Se il nostro racconto non sarà letto, se il nostro romanzo non sarà pubblicato, se il nostro libro non sarà acquistato da migliaia di lettori, beh, sarà una gran bella incazzatura, e chi dice il contrario? Resta viva la domanda: perché scriviamo? Ognuno di noi possiede una risposta differente, magari non la migliore: di certo la più utile a se stesso (verità narrativa). Io, personalmente, scrivo perché non ne posso fare a meno, perché senza la scrittura tutte le storie che incontro mi rimbalzerebbero nella testa in modo caotico. Invece scrivo e metto in ordine per fare spazio a nuove storie, a nuovi viaggi e al piacere, unico, di provare meraviglia.

(Riproduzione riservata)

© Paola Cereda

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La scheda del libro

Matilde ha un segreto che condiziona in maniera irreversibile le sue scelte. Maestra in pensione, contrae un debito importante e ricomincia a lavorare. La sua vita si divide tra il quartiere periferico di Barriera, dove vive, e il centro di Torino, dove si reca ogni giorno per prendersi cura di un anziano ingegnere. Si ritrova così ad abitare nel mezzo: nel mezzo di due case, nel mezzo di più lingue, nel mezzo di altre vite, nel mezzo di decisioni ancora da prendere, in una società che cambia e fa emergere nuovi bisogni e nuovi mestieri.

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Paola Cereda, psicologa, è nata in Brianza ed è appassionata di teatro. Dopo un lungo periodo come assistente alla regia in ambito professionistico, è andata in giro per il mondo fino ad approdare in Argentina, dove si è avvicinata al teatro comunitario.
Tornata in Italia, vive a Torino e si occupa di progetti artistici e culturali nel sociale. Vincitrice di numerosi concorsi letterari, è stata finalista al Premio Calvino 2009 con il romanzo Della vita di Alfredo (Bellavite). Per Piemme ha pubblicato Se chiedi al vento di restare.
Il suo precedente romanzo si intitola Confessioni audaci di un ballerino di liscio (Baldini + Castoldi)

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