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CHIAMAMI SOTTOVOCE di Nicoletta Bortolotti: incontro con l’autrice

marzo 8, 2019

CHIAMAMI SOTTOVOCE di Nicoletta Bortolotti (Harper Collins): incontro con l’autrice

Romanzo finalista al Premio Letterario Corrado Alvaro – Libero Bigiaretti 2019

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Nicoletta Bortolotti,  nata in Svizzera, vive a Milano e collabora da diversi anni come redattrice, copy editor e autrice presso Mondadori. Incontra studenti nelle scuole di tutta Italia. Ha pubblicato, fra gli altri, i libri per ragazzi Sulle onde della libertà (Mondadori), finalista al premio Bancarellino e vincitore del premio Comoinrosa, In piedi nella neve (Einaudi Ragazzi), finalista al premio Bancarellino, vincitore del premio Il Gigante delle Langhe e del premio Letteratura Ragazzi Cassa di Cento, Oskar Schindler Il Giusto (Einaudi Ragazzi), vincitore del premio Città di Cattolica, e La bugia che salvò il mondo (Einaudi ragazzi). Per adulti ha pubblicato Neomamme allo stato brado (Baldini & Castoldi Dalai), Il filo di Cloe (Sperling & Kupfer) ed E qualcosa rimane (Sperling & Kupfer), vincitore del premio Leonforte (Università di Catania) e del premio Carver.
Di recente per Harper Collins Italia ha pubblicato “Chiamami sottovoce“. Abbiamo incontrato l’autrice per chiederle di raccontarci qualcosa su questo suo nuovo romanzo…

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«Nata a Lugano da madre svizzera, sono sempre vissuta a Milano. Mi ritengo creatura di doppie radici», ha detto Nicoletta Bortolotti a Letteratitudine, «contesa da luoghi appaiati da una gemella ansietà di altezza, le vette alpine e le guglie metropolitane, e forse per questo una storia di confine, come quella dei bambini nascosti, doveva tentare la via della parola attraverso un narratore di confine.
In Svizzera, negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, la legge vietava agli emigranti italiani (ma anche spagnoli, greci, portoghesi, turchi) con un impiego stagionale di portare con sé la famiglia. Circa quindicimila bambini italiani, fatti entrare come clandestini nella Confederazione elvetica dai genitori emigranti, sono stati tenuti rinchiusi in soffitte e cantine. “Non piangere, non ridere, non giocare, non fare rumore” veniva detto loro. “Chiama sottovoce.” Molti di quei bambini invisibili seguitarono anche da adulti a chiamare sottovoce. Si aggiungeva inoltre il dramma dei figli lasciati negli orfanotrofi di frontiera, a Briga, Domodossola, Como, o affidati alle cure di nonni e zii rimasti in Italia, che hanno conosciuto i genitori solo da adulti.
Le tre voci narranti, due in prima persona e una in terza, che compongono Chiamami sottovoce sono affiorate a strati, nel tempo, simili ai sedimenti geologici della galleria più lunga del mondo, quella del Gottardo, palazzo d’acqua da cui sgorgano il Reno, il Ticino, il Rodano e la Reuss. Al tunnel furono strappate le pietre come brani di carne viva, per scavare la nuova “via delle genti”, la via più breve dal Sud al Nord d’Europa. Proprio l’elemento che rappresentava un confine invalicabile tra i popoli è emblema dell’abbattimento dello stesso confine. E nel suo significato simbolico richiama quasi un canale uterino in cui i protagonisti intraprendono un viaggio nel tempo e nello spazio e in se stessi.
Il percorso di scrittura e riscrittura del romanzo è stato ripido e in alcuni punti accidentato, trovavo strati di roccia dura. Ho svolto un’approfondita ricerca storica e ho camminato per lunghi anni insieme ai miei personaggi, lasciandoli accomodare dentro di me, risuonare nel silenzio.
Nicole Christen ha quarantacinque anni, vive a Milano e fatica a radicarsi nel reale. Alla morte della madre scopre di avere ricevuto in eredità la Maison des roses, la casa in montagna dove si era trasferita con la famiglia quando il padre lavorava come ingegnere al traforo del San Gottardo. Cos’è una casa? si chiede Michele Moro, il bambino nascosto, ormai prossimo all’epilogo. È il luogo dove tu sei o dove sei tu? Il luogo dove abiti o dove alberga l’interiorità?
Tornando alla dimora dimenticata, Nicole disseppellisce il passato come un fossile, intrappolato fra quarzi e licheni. Da bambina, nella casa in pietra accanto alla loro, infatti, aveva scoperto Michele, l’amico d’infanzia con cui giocava e disegnava. Viveva nascosto nella soffitta dell’affittacamere Delia Pizzorno per i nove mesi in cui il padre, stagionale, lavorava anche lui alla galleria. Dov’è scomparso Michele? Cosa ne è stato di lui e della sua famiglia? Nel tentativo di riannodare i fili della memoria e di abbracciare per l’ultima volta l’anziana Delia, Nicole scopre una verità che mette in crisi ogni certezza.
imageMi scrivono da molte parti d’Italia ex bambini nascosti, ex bambini-pacco lasciati ai nonni o agli zii, che hanno conosciuto i genitori da grandi, ex bambini orfani, il cui dolore non li ha mutati del tutto in adulti, ma li ha fissati per sempre nella condizione di “ex bambini”. Mi scrivono che grazie a questo romanzo hanno scoperchiato la scatola della memoria. Chiamami sottovoce è allora forse anche un racconto sulla memoria di un’Italia ferita e ancora poco illuminata, narrata, pacificata; sulla memoria di un eden alpino che respinge e accoglie, di un’amicizia di cui durerà un’incurabile nostalgia; e, infine, sulla memoria che, se correttamente recuperata, permette, come scriveva lo storico Marc Bloch, di comprendere il presente. Ricordare per dimenticare.
Un tempo in alcune discoteche si leggeva: “Vietato entrare ai cani e agli italiani”. Oggi le persone che approdano sulle coste del Sud Europa vengono chiamate “migranti” e non “emigranti”. La parola “migrante” evoca l’immagine di uno stormo, che si sposta da un territorio all’altro qualora le risorse non garantiscano più la sopravvivenza. Evoca un popolo senza identità, definito solo dal proprio “migrare”, dall’essere in cammino. Forse, anche nelle fini increspature del linguaggio, s’infiltra come muffa la volontà di operare distinzioni fra “noi” e “loro”, di allontanare dalla coscienza, per non assegnare un volto e un nome. Come in passato non l’ebbero i nostri bambini nascosti».

(Riproduzione riservata)

© Nicoletta Bortolotti

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Un estratto del romanzo (pagg. 40-42)

5

Michele

Primavera 1976, dogana di Chiasso

Solo più tardi, cioè un bel po’ di mesi dopo, quando ho
chiesto alla mamma, Dove vi hanno portato?, me l’ha
spiegato. Avevano fatto entrare i miei genitori in una specie
di baracca di legno bianco.
«Aspettate qui, nel lazzaretto» aveva detto una guardia.
«Fra poco vi chiamerà il dottore.»
Dovevano fare la visita medica, era il regolamento.
Papà aveva tirato fuori dalla tasca tre banconote accartocciate
e le aveva lasciate su una panca che c’era lì vicino.
La mamma non voleva e io ho chiesto a papà, Perché
hai messo lì dei soldi? E lui mi ha risposto, Perché forse
qualcuno li avrebbe presi e, se ci avessero trovato una malattia,
magari ci avrebbero fatto passare lo stesso. Ma la
mamma gli ha detto, Non siamo mica in Italia qui, e allora
non avevo capito il significato di questa frase.
Poi, la porta della baracca si è aperta e un dottore anziano
con il camice ha chiamato i nomi dei miei genitori.
Appena sono entrati, questo dottore anziano gli ha
fatto togliere i vestiti e gli ha cosparso la pelle di una sostanza
per disinfettarli come si fa con i gatti quando hanno
le pulci. Poi il dottore anziano gli ha fatto i raggi Röntgen
per vedere se avevano la tubercolosi e, quando dopo
un bel po’ ha visto che non ce l’avevano, ha detto che potevano
andare perché erano a posto, braccia robuste e in
buona salute. E gli ha messo sul passaporto il timbro per
entrare.
Il dottore anziano ha spiegato ai miei genitori che non
tutti erano fortunati come loro e gli ha fatto vedere un
mucchietto di passaporti con sopra una R o una X.
Allora mio padre gli ha domandato: «Cosa vogliono
dire quelle lettere?».
Il dottore anziano gli ha spiegato che la R vuol dire respinto
e che la X vuol dire indesiderabile. Dev’essere bruttissimo
essere un indesiderabile, cioè uno che nessuno vuole,
ho pensato.
«Qui non si scherza, non è come da voi» ha detto il dottore
anziano ai miei genitori.
Quando loro stavano facendo la visita medica, però,
mi hanno lasciato in macchina e io non sentivo niente. A
mano a mano che passava il tempo cominciavo a essere
preoccupato. Dov’erano andati? E se non fossero più tornati?
Se mi avessero lasciato lì per sempre? Sarei morto di
fame e di sete dentro il bagagliaio di una macchina piena
di valigie e cose da mangiare?
Poi ho sentito dei passi che si avvicinavano, ma diversi
da quelli dei miei genitori.
E la voce della guardia che aveva chiesto i documenti
a papà.
«Perquisiamo la vettura?»
«Guarda qui, cos’hanno lasciato sulla panca» ha risposto
l’altra guardia.
«Un bel po’ di soldi, lire italiane. E poi dicono che sono
poveri.»
Io non sapevo di chi stavano parlando, solo più tardi,
quando la mamma me lo ha raccontato, ho capito. Ero
troppo concentrato nello sforzo di non respirare e non
tossire e non far niente che potesse segnalare la mia presenza.
«Questo vuol dire che non c’è bisogno di perquisire
l’auto, giusto?»
«Giusto. E poi cosa vuoi che nascondano questi qui.
Mozzarella e puzza di piedi…»
«… o di vacca.»
Ho sentito una delle guardie ridacchiare.
«Tanto mica gli serve il deodorante in galleria.»
A quel punto ho capito che stavano parlando di papà,
ma in un modo brutto, come per farmi vergognare di lui.
Finalmente i miei genitori sono tornati e sono rientrati
in macchina, ma papà ha lasciato aperta la portiera.
«Niente da dichiarare?» gli ha chiesto una delle due
guardie.
«Niente.»
Strano. Io non dovevo mai dire le bugie e papà ne aveva
appena detta una grande.
Poi siamo ripartiti e abbiamo superato la frontiera.
«Ho visto, sai, cosa hai fatto?» ha detto la mamma a
papà.
«Cosa?»
«Non dovevi.»
«Tu sai perché.»

(Riproduzione riservata)

© Harper Collins Italia

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La scheda del libro

Chiamami sottovoce - Nicoletta Bortolotti - copertinaÈ primavera, eppure la neve ricopre la cima del San Gottardo, monumento di roccia che si staglia sopra il piccolo paese di Airolo. La Maison des roses è ancora lì, circondata da una schiera di abeti secolari: sono passati molti anni, ma a Nicole basta aprire il cancello di ferro battuto della casa d’infanzia per ritrovarsi immersa nel profumo delle primule selvatiche ed essere trasportata nei ricordi di un tempo che credeva sommerso.
È il 1976 e Nicole ha otto anni, un’età in bilico tra favole e realtà, in cui gli spiriti della montagna accendono lanterne per fare luce su mondi immaginari.
Nicole ha un segreto. Nessuno lo sa tranne lei, ma accanto alla sua casa vive Michele, che di anni ne ha nove e in Svizzera non può stare. È un bambino proibito. Ha superato la frontiera nascosto nel bagagliaio di una Fiat 131, disegnando con la fantasia profili di montagne innevate e laghi ghiacciati.
Adesso Michele vive in una soffitta, e come uniche compagne ha le sue paure e qualche matita per disegnare arcobaleni colorati sul muro. Le regole dei suoi genitori sono chiare: “Non ridere, non piangere, non fare rumore”. Ma i bambini non temono i divieti degli adulti, e Nicole e Michele stringono un’amicizia fatta di passeggiate furtive nel bosco e crepuscoli passati a cercare le prime stelle. Fino a quando la finestra della soffitta s’illumina per sbaglio, i contorni del disegno di due bambini stilizzati si sciolgono nella neve e le tracce di Michele si perdono nel tempo. Da quel giorno, Nicole porta dentro di sé una colpa inconfessabile. Una colpa che l’ha rinchiusa in un presente sospeso, ma che adesso è arrivato il momento di liberare per trovare la verità.

Questa è la storia di un’amicizia interrotta e di un segreto mai svelato. Ma è anche la storia di come la vita, a volte, ci conceda una seconda occasione. Chiamami sottovoce è un romanzo potente su un episodio dimenticato del nostro passato recente. Perché c’è chi semina odio, ma anche chi rischia la propria libertà per aiutare gli indifesi.

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© Letteratitudine

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