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ROMANZO IN BIANCO E NERO di Delia Morea

marzo 16, 2019

ROMANZO IN BIANCO E NERO di Delia Morea (Avagliano): incontro con l’autrice

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega 

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Delia Morea vive e lavora a Napoli. Scrittrice, giornalista, critica teatrale e letteraria, è autrice di romanzi, racconti, saggi e piéces per il teatro.
Nel 2002 vince la seconda edizione del premio letterario “Annamaria Ortese, nel 2004 è finalista del premio teatrale “Napoli Drammaturgia Festival”. Ha pubblicato, tra l’altro, i saggi: “Lazzari e Scugnizzi”, “Briganti Napolitani”, “Vittorio De Sica, l’uomo, l’attore il regista”, (Newton Compton edizioni), “Storie Pubbliche e private delle famiglie teatrali napoletane” (XPress/Torre), la raccolta di testi teatrali “La Voce delle mani” (Il mondo di Suk edizioni) con la prefazione del drammaturgo Enzo Moscato. Attualmente collabora con il magazine culturale “Succedeoggi” di Nicola Fano, occupandosi di critica letteraria.
Con Avagliano editore ha pubblicato i romanzi: “Quelli che c’erano (2007), “Una terra imperfetta” (2013). È di recentissima uscita (febbraio 2019) “Romanzo in Bianco e Nero” (Avagliano), candidato al Premio Strega.

Incontriamo Delia Morea proprio per chiederle di parlarci di questo suo nuovo libro: Romanzo in Bianco e Nero

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«”Romanzo in Bianco e Nero” nasce con la volontà di raccontare una storia all’ombra della Storia contemporanea dell’Italia», ha detto Delia Morea a Letteratitudine. «Amore e amicizia fra tre giovani, Marcello e Carlo (cugini) tutti e due innamorati di Rachele (giovane ebrea che vive a Portico d’Ottavia), sullo sfondo di una Roma testimone di accadimenti fondamentali.
imageLe vicende si svolgono nell’arco di due epoche: il ventennio fascista nel periodo terribile della promulgazione delle leggi razziali, la susseguente seconda guerra mondiale e gli anni ’70 del secolo scorso, i cosiddetti Anni di Piombo, gli anni della mia generazione. Periodi molto difficili e significativi che avvolgono in un metaforico “bianco e nero” il nastro della storia d’Italia accompagnando Carlo, Marcello e Rachele. Li vediamo giovani, pieni di speranze durante l’era fascista, sognare un avvenire importante, specie Rachele che desidera affrancarsi da una condizione femminile tradizionale (fidanzata, sposa, madre) e vuole laurearsi in Filosofia. Ma, come può accadere nella vita reale, i sogni si spezzano, riservando disperazioni, scomparse, separazioni e un avvenire di cui non si conosce più la progettualità. L’avvenire è già presente, almeno per Rachele e Marcello, nella parte che riguarda gli anni ’70 che cammina su binari paralleli al passato. In questa “seconda parte” appare il personaggio di Janine Rachele – giovane attrice di teatro d’avanguardia, che coltiva il sogno di scrivere un film, lo stesso sogno che animava Marcello in gioventù – figlioccia di Rachele, studentessa di Marcello, diventato, nel frattempo, illustre professore di storia del cinema contemporaneo. Janine Rachele rappresenta il legame che riavvolgerà il filo della storia tra ciò che è accaduto durante gli anni della guerra, ciò che accade e ciò che accadrà. Altri personaggi: Alfredo fratello di Marcello, Lollo il generoso capo comparse al cinema, Manuel eterno amore di Janine Rachele, il meschino giornalista Claudio Lorenz ed altri, sono comprimari nella storia. Personaggi diversi a comporre i vari tasselli di questo romanzo, che “mi sono venuti incontro”, mentre scrivevo, come accade spesso, con le loro voci e personalità a raccontarmi la loro piccola storia nell’ordito più grande. La costruzione che ho voluto imprimere al romanzo, è simile ad un montaggio cinematografico parallelo. I capitoli si susseguono alternando il prima e il dopo, connotati dalle date diverse, usando un linguaggio sempre al tempo presente, nonostante si parli di epoche in qualche modo già distanti. L’idea era quella di raccontare, con lo stesso ritmo, spesso sincopato, due tempi storici che s’intrecciano, s’incontrano, per creare una circolarità che si ricongiunge nel finale. Il romanzo è anche un sentito omaggio al cinema italiano di quegli anni e ad alcuni dei suoi maestri, qui entra in campo la seconda, fondamentale, pulsione nello scriverlo: il mio amore per il cinema, specie quello neorealista, per i grandi maestri. Del cinema parlo in maniera necessaria, così come si discute dei fatti della vita. Non a caso  alcuni momenti peculiari del romanzo si svolgono mentre nascono indimenticabili capolavori cinematografici, come La Porta del Cielo, di Vittorio De Sica, o C’Eravamo Tanto Amati di Ettore Scola.
Un romanzo che può essere interpretato anche come un inno alla gioventù che trascorre mentre la viviamo, straordinario e impalpabile tempo dei nostri anni migliori. Tra l’altro la vivacità culturale e il furore che hanno caratterizzato gli anni ’70, somigliano un po’ al concetto di gioventù, mentre la guerra è il tempo del ripiegamento in se stessi, il tempo fermo dove la vita diventa rarefatta, immobile, come non vissuta. Un bianco e nero metaforico: la vita e la non vita.
Un prologo e un epilogo in cui unico protagonista è Marcello, la sua voce anziana, aprono e chiudono il romanzo come un sipario teatrale.»

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Proponiamo, di seguito, le prime pagine del romanzo

 

PROLOGO

 

Di notte osservo la Via Lattea, è immanente su di me, potrei toccarla. Lo spettacolo del firmamento mi consola e mi dà soggezione: sono sopraffatto dal perpetuo splendore. Le stelle mi sono amiche, mi aiutano, assecondano l’ab­bandono di ogni percezione terrena delle ore notturne.

La vita è generosa: ho giornate da trascorrere in compa­gnia di buoni libri e ogni tanto qualche persona affezio­nata stana il mio rifugio per raccontarmi il mondo. Non leggo giornali, non ho televisione, computer. Vivo in un guscio, non voglio sapere cosa accade oggi o domani, se ci saranno ancora guerre sante, stragi, se i potenti del mondo hanno finalmente trovato un accordo economico e reli­gioso. L’unico rimpianto è che stiamo assistendo alla fine del pianeta senza opporci, consumati dall’inquinamento e dalle sofisticazioni alimentari, eppure conosco il significato dell’impermanenza: spesso si adatta al mio sentire di oggi.

Il susseguirsi delle stagioni non mi fa paura, le accolgo con la dovuta considerazione, ma senza la curiosità o la gioia delle aspettative. Ora che è estate è venuta a trovarmi Lilli, ultima nata nell’ordito familiare. Lei, per un po’, è capace di smuovere il volontario silenzio di questa casa. La sua venuta è un ciclone, fa e disfa, progetta e smantella, decide e accantona: vi assisto appagato della sua giovi­nezza. Arriva con persone che trascina con sé per l’attrat­tiva del mare a pochi chilometri e del giardino rigoglioso: la mia casa – qui le chiamano mas – in uno degli angoli più belli e raccolti della Provenza.

Quando inizia l’invasione, mi ritiro in una stanza ac­canto al giardino che ho munito di una poltrona e una li­breria. Svolgo il rito della solitudine, mentre lei e i suoi amici scorrazzano per il Midi. […]

L’ho vista attraversare la stanza con la falcata delle sue gambe lunghe: la figura sottile, i capelli nocciola, soffici, ricordano quelli di mia sorella. Sono contento che sia qui.

Le ore trascorrono, ritorno a guardare il cielo, mi perdo e, come mi accade da qualche tempo, squaderno il libro della memoria.

Chiudo gli occhi: i fatti della vita mi appaiono come un film in bianco e nero che con il trascorrere degli anni si trasforma in una pellicola a colori e poi di nuovo in bianco e nero. Così si è trasformato l’andare dei miei giorni. Ora mi vengono incontro le voci, i volti, si fanno largo nella penombra della stanza, mi parlano.

 

 

 

Parte Prima

 

1938

“L’altro giorno ho incontrato Rachele nei corridoi dell’università,” lo sguardo di Carlo si anima, le mani prendono vita con frenesia nel rivolgersi a Marcello, “aveva un’aria stanca, l’ho fermata per fare un po’ di chiacchiere, volevo sapere come le è sembrato il primo anno di università, non ne avevamo ancora parlato. Mi ha risposto in un modo strano, artefatto. È curioso, ricordo quasi a memoria le sue parole: ‘Ti svelo un segreto: sai cosa c’impone la società?’ ha assunto un atteggiamento saccente, ‘Savoir vivre, come dicono i francesi, sapere vivere, solo questo, niente di più. Ma poi che significa tutto ciò? È una finzione legata a regole, a comportamenti falsi – te lo dico io – imposizioni senza l’obbligo delle quali si è emarginati, non si vive. Eppure molte di queste imposizioni ci ingannano, dominandoci come un gregge muto.’ Non ti sembra eccessivo? Non è finita, ascolta il seguito: ‘E poi sapere cosa? Sapere di non sapere, di non conoscere tutto lo scibile della vita, le nostre pulsioni interiori, ciò che è bene e male? Insomma si potrà bere con profondità, con sazietà al calice della vita o è tutto dovere? Solo e sempre il dovere? Sarà questo il segreto per sopravvivere?’

Forse aveva avuto una brutta giornata e sono stato lo strumento di uno sfogo verbale o l’involontario ripasso di qualcosa studiato di recente e mal digerito. Un fervorino inutile come un libro stampato male, una lezione imparata a memoria senza impegno, nonostante sia una studentessa modello.

Avrei voluto dirle: non esagerare, non darti arie da sapiente, in te si nasconde qualcosa di diverso, che è al di là di queste affermazioni sputasentenze e mi piacerebbe scoprirlo.

Perché, sai Marcello, c’è un significato nel profondo dei suoi occhi che mi sfugge, che si perde lontano. Qualcosa di impossibile a descriversi. Avrei voluto dirle tutto questo ma non ho avuto il coraggio di farlo, lei mi disarma.”

Carlo ha sfiorato con la punta delle dita il ciuffo ribelle che si protende in cima alla fronte, stremato da tanto parlare. Quando nomina Rachele è tutto un accalorarsi, uno scalmanarsi: la verità è un’altra, Marcello la percepisce, gliela butta in faccia senza riserve.

“Ti piace Rachele, non negarlo, questo prendere così a cuore le sue parole nasconde, e nello stesso tempo denuncia, un interesse diverso da quello che potrebbe avere un semplice amico. Ti piace, questo è il punto.”

Carlo lo guarda come se lo vedesse per la prima volta, come si può guardare un marziano.

Intorno a loro l’estate sta per esplodere in un’aria greve, una calura ammalata, come presaga di accadimenti funesti, che porta con sé miasmi maleodoranti. I due giovani quasi non si accorgono di quel caldo soffocante che, lento, inizia a serpeggiare tra le antiche mura della città capitolina, rinchiusi come sono nei loro pensieri, nella giovinezza che tormenta e inorgoglisce, mentre la piazzetta solitaria che li circonda, il bar all’aperto dove sono seduti, nel muto silenzio sembrano ascoltare e prendere a cuore la storia di Carlo, quasi volessero abbracciarlo.

“È vero,” ammette Carlo, “Rachele mi piace da matti, forse ne sono innamorato marcio ma non ho il coraggio di dirglielo. Anzi, visto che hai compreso, ti chiedo di aiutarmi. Mi sei sempre stato vicino, complice e sodale sin dall’infanzia. Lei ti stima, ti vuole bene, a te darà ascolto.”

Marcello non risponde: Carlo è come un bambino che vuole essere accompagnato per mano, un ragazzino viziato, che ha sempre ottenuto tutto dalla vita, ora è la volta di Rachele, il capriccio di turno. Vorrebbe negarsi a questa pretesa ma s’impone l’affetto e uno spirito di sacrificio che l’obbliga nei confronti del cugino al di là di ogni volontà; un destino strano che si è consolidato negli anni, suo malgrado. Lui e Carlo, figlio del fratello della madre, sono cresciuti insieme.

Marcello è sempre stato protettivo nei confronti del cugino più piccolo di appena un anno e Carlo è sempre stato pronto a emularlo, a “pendere dalle sue labbra,” come ripetono tutti in famiglia. Sono cresciuti in simbiosi.

Chiamati da uno sguardo i due si voltano: Rachele spunta dalla strada che congiunge con il Portico d’Ottavia, l’antico ghetto ebraico di Roma. È bella di una bellezza tranquilla, eppure negli occhi neri di velluto a tratti lampeggia la tempesta, la voglia repressa di essere: un fascino che attrae, inquieta. Corre verso i giovani con un sorriso di perla, ondeggiando i capelli neri lucidi. Carlo è subito attratto dalla ragazza, a Marcello prende all’improvviso una malinconia profonda che gli invade lo stomaco, una nera amarezza di vivere. Distoglie lo sguardo dall’incanto di quella giovinezza. Non vuole che si sappia quanto amore c’è in lui per lei che non guarda nessuno, che cammina distante, che va oltre.

Aiuterà Carlo, è sicuro che per lui non c’è speranza. La verità è che ha un maledetto complesso d’inferiorità nei confronti del cugino e predomina anche ora che non sono più ragazzini. Carlo è di fisico slanciato, occhi verdi splendenti, con un certo carattere vorticoso che attira le donne. Lui è miope, gracile, non è alto quanto il cugino, non starebbe bene vicino a Rachele.

Da lontano compare un attacchino con una scala sgangherata, un rotolo di manifesti sotto il braccio e un secchio di colla. Poggia la stretta scala accanto al muro e affigge il manifesto. Un manifesto severo, con il profilo del Duce che si protende in primo piano, dietro di lui balugina la sagoma di una delicata vestale che con il braccio sinistro circonda il simbolo del fascio e con la mano destra mostra una spiga di grano. Le scritte sono in grassetto, i caratteri prendono corpo in dimensioni gigantesche, ossessive. Cosa dicono? È la propaganda fascista: si esibisce nei suoi concetti migliori. I giovani non si voltano a guardare il manifesto, ormai sono abituati a quelle immagini. La loro attenzione è tutta per l’esile ragazza avvolta in una leggera camicetta bianca e una gonna a tubo color crema che arriva quasi alla caviglia, con una fila di bottoni di madreperla sul davanti, a chiuderla. La ragazza è slanciata, filiforme, non ha bisogno di scarpe con il pesante tacco ortopedico come impera la moda, si accontenta di svelte ballerine che mettono in evidenza i piedi delicati. Rachele è la quintessenza della semplicità, eppure il suo corpo è un tale groviglio di fascino da permettere ai due giovani di fantasticare e immaginarne i seni, l’inguine, le cosce nascoste all’interno di quel semplice abbigliamento.

“Ciao, come stai?” è Marcello a parlare per primo, non ne può più di contemplarla in silenzio, gli sembra di essere avvolto dal dolore del mondo, tenta di rimuoverlo.

Rachele atteggia la bocca a un mezzo sorriso, Carlo continua a fissarla stordito.

“Per il momento tutto bene. Seguo i corsi, l’ultimo esame è andato benissimo, anche se noi donne non siamo ben viste negli ambienti universitari; non ci illudiamo, si preferirebbe vederci a casa a cucinare, accudire i figli e rammendare buchi nei calzini dei mariti. Che rabbia dover combattere contro la stupidità umana per studiare e avere un posto nella società.”

“Perché, qualcuno ti ha mancato di rispetto?” prorompe con foga Carlo, “a me non sembra”.

“Non si tratta di questo, sono le risatine ironiche di quando entro in aula carica di libri come un mulo da soma, ad esempio, oppure lo sguardo di alcuni professori quando m’interrogano, convinti che non sappia nulla e la loro meraviglia quando si rendono conto che sono preparata, che rispondo bene alle domande e supero l’esame. E poi…”

“Poi cosa?”

“Sono ebrea, lo sapete.”

“Dunque?”

“Non siamo bene accetti. Il governo fascista potrebbe seguire l’esempio della Germania. Conoscete le leggi promulgate a Norimberga nel ‘35, che attuano una vera e propria discriminazione della razza ebraica? Negazione del diritto di cittadinanza, perdita del diritto al voto, proibizione dei matrimoni tra ebrei e tedeschi e altre cose orribili. Lo so bene perché c’è un lontano parente di mio padre che ha sposato una austriaca non ebrea, una gentile, insomma. Vive a Vienna ed è spesso in contatto con papà. Da quando Hitler ha occupato l’Austria, non sa come difendere il suo matrimonio, i figli, la sua unione considerata di sangue misto è fuorilegge. Assurdo! Ho sentito dire proprio ieri da papà, che lo raccontava a mamma, che lui e la moglie hanno deciso di comune accordo di separarsi per non avere guai e proteggere i figli. Lei tenterà di partire con i figli, mentre lui dovrà escogitare un sistema per tenersi lontano dalla bufera. Ma prima di fare tutto ciò dovranno risolvere i problemi economici che sono sorti. L’amico di mio padre era un medico stimato, ora la sua clientela si è impoverita, è un ebreo da mettere al bando, non un medico da consultare. Capite la gravità? Sono nata a Roma, sono italiana e non ho mai pensato a differenze religiose o di razza, eppure c’è in giro un ostracismo sempre più evidente, temo che accadrà qualcosa.”

“Non ricominciare con i tuoi discorsi contorti e pessimisti. Sii ottimista per una volta,” la interrompe Carlo, “in fondo questo governo non è peggiore di altri, il fascismo ha i suoi lati positivi, bisogna riconoscerlo. Vedi scalmanati per strada forse? Non sei al sicuro nella tua casa, certa che nessun ladro la violerà? C’è ordine da quando Mussolini è al potere, senza contare tutte le opere pubbliche, le innovazioni che il Duce ha dato all’Italia, la bonifica delle paludi pontine, ad esempio. Sono certo che la politica italiana è diversa da quella tedesca, che il Duce non farà alcuna azione contro gli ebrei. Noi italiani non siamo portati a innescare metodi estremisti. Vedrai che l’annunciata visita di Hitler a Roma sarà un esempio di distensione. Mussolini è uno fermo nelle sue posizioni, non c’è nessuno, secondo me, che riuscirà a farlo capitolare, ad asservirlo ai propri progetti.”

Rachele e Marcello si guardano negli occhi stupiti: da quando Carlo è un convinto sostenitore del fascismo? Da quando è così coinvolto? Non capisce che si tratta di dittatura, che non si possono esprimere opinioni, che bisogna condividere per forza il credo fascista e tesserarsi, che non ci si può opporre al regime? Che non ci sono speranze se non c’è libertà?

Queste parole rintronano chiuse nelle teste di Rachele e Marcello che non osano dichiararle, sarebbe la fine della loro giovinezza, delle loro famiglie. Il confino, come minimo. Bisogna tacere, stringere i denti. Bisogna resistere.

“Sei d’accordo con me? Cercherai di non avere pensieri negativi? È facile, pensa solo alle cose belle” conclude in maniera superficiale Carlo.

Rachele mette il broncio per un attimo ma si riprende: “certo, è tutto chiaro, semplice. Nulla di difficile… Lascia stare… Ho sete” si rivolge a Marcello.

“Cosa vuoi bere?” dice lui, pronto ad accontentarla.

“Una bibita fresca, non sentite il caldo di oggi? Siamo quasi a maggio, l’estate è vicina. Finalmente. Il mare! Già la settimana prossima se il tempo è così vado a Ostia. Chi viene con me?”

“Noi” dicono i ragazzi all’unisono ridendo. Marcello chiama un cameriere e dopo poco arrivano freschi sciroppi di menta. I tre ragazzi sollevano i bicchieri e brindano all’estate, al mare, ai progetti futuri, godendo di quel piacevole liquido verde smeraldo.

“Andiamo a prenderci la crostata con le visciole, qui accanto c’è una pasticceria che la fa buonissima.”

Rachele quando s’intestardisce per qualcosa si comporta come una ragazzina: ora i suoi pensieri sono tutti occupati dalla crostata alle visciole che ricorda una ricetta ebraica della madre. Si alza di scatto, già corre verso la pasticceria. I due ragazzi la inseguono ridendo, Marcello riesce appena in tempo a pagare il conto.

La guarda affondare i denti nella fetta di pasta frolla da cui cola il dolce succo della marmellata. Se avesse in quel momento a portata di mano la sua macchina fotografica le scatterebbe una foto per conservarla, geloso, tra le altre che le ha fatto da quando si conoscono. Lei si è sempre fatta fotografare volentieri da Marcello, conosce la sua passione per le immagini, il cinema. Marcello ha un sogno nel cassetto: diventare regista cinematografico, scrivere e girare un film. Per ora si accontenta degli studi universitari, sognando la grande occasione.

“Ragazzi, devo andare,” Carlo lo distoglie dai pensieri, “mia madre mi aspetta per cena, non vuole che ritardiamo. […]

“Come mai hai scelto filosofia?” lo interrompe Rachele, “Non sarebbe stato meglio fare l’avvocato come tuo padre? Avresti trovato subito un lavoro!”

“Non mi piace il mestiere di mio padre, non mi è mai piaciuto. Mi piace il pensiero dei filosofi, la loro analisi sull’uomo. Mi piacerebbe insegnare filosofia, diventare professore universitario. Mio padre ha compreso e, piuttosto che avere tra i piedi un cattivo avvocato, preferirà avere un figlio filosofo. Per aiutarlo nella professione c’è tempo, potrebbe farlo mio fratello Giuseppe. Lui è pratico, giudizioso. Quest’anno si iscrive al secondo liceo e l’anno prossimo farà la maturità. Si vedrà, ma credo proprio che lui farà l’avvocato, è più adatto di me! Addio miei cari, ci vediamo domani pomeriggio.” Con un sorriso smagliante corre via.

“Non lo capisco,” Rachele sospira seguendolo con lo sguardo, “è una persona strana, sembrerebbe superficiale per molte sue affermazioni, invece ha scelto filosofia perché gli interessa studiare il pensiero dei filosofi, addirittura vuole diventare professore universitario. Per me Carlo è un bluff, scusami, lo so è tuo cugino.”

“Però ti attira” replica Marcello con un sorriso stanco.

“Cosa dovrebbe attirarmi in lui?”

“Non lo so, la bellezza forse? Le ragazze muoiono dietro la bellezza di Carlo, accade sempre così. Lui è ammirato e coccolato, le ha sempre avute tutte vinte: Carlo ha fascino e sa come sfoderarlo!”

“Mi credi talmente stupida o superficiale da essere attirata dalla sua bellezza?”

Occhi che fiammeggiano, Rachele sembra ergersi due spanne più in alto di lui che la guarda con un amore doloroso.

“Capisco! Però una cosa devo dirtela, l’ho promesso a Carlo. Oggi mi ha chiesto di aiutarlo, ha chiesto aiuto a me che sembro più equilibrato, o almeno lui così pensa. C’è un discorso che vorrebbe farti ma non ci riesce.”

“Cosa?”

Marcello china il capo, l’amore gli pesa sulle spalle come un macigno.

“Vuole farti sapere che è innamorato di te, innamorato marcio, ha detto così.”

Rachele è ammutolita, imbarazzata. Le ombre viola della sera avvolgono i due giovani.

“Se lo vuoi sapere l’amore non m’interessa, non per ora almeno. Mi interessa avere un posto che mi piace nella vita e devo conquistarlo con i miei studi, la mia fatica. Non voglio essere la mantenuta del marito di turno. Forse sarebbe normale a questa età avere il fidanzato, sognare di costruire una propria famiglia, ma a me non riguarda. […]

Rachele s’interrompe un attimo, ha il respiro affannoso a causa delle parole, veloci come un fiume in piena: “Odio pensare di essere baciata, toccata. Al liceo un compagno di classe mi moriva dietro. Stavo bene con lui, ho scambiato l’amicizia con l’amore. Ha provato a baciarmi. Quella lingua viscida, impastata alla saliva, che si spingeva vorticosa dentro la mia bocca, le mani che si muovevano dentro la camicetta mi disgustarono. Gli ho dato un calcio tra le gambe che lo ha fatto urlare dal dolore. Non gli ho più rivolto la parola.”

Marcello guarda la ragazza che ha il viso ancora atteggiato alla nausea.

“Eppure sono certo che quando arriverà l’amore lo riconoscerai, credimi.”

Rachele guarda Marcello con curiosità e affetto: se riuscisse davvero a cambiare, a lasciarsi andare, provare a innamorarsi, le piacerebbe che le accadesse con un uomo con il carattere di Marcello. Uno che sia dolce e affettuoso come lui, anche se per lei Marcello è come un fratello.

“Cosa devo dire a Carlo?”

“Che per ora non voglio impegnarmi, non voglio pensare a fidanzati e cose del genere. Digli che sono concentrata a studiare, se ne farà una ragione. Vado, mi aspettano per cena. […]

Rachele conclude la frase sfiorando la guancia di Marcello con un lieve bacio di congedo e via. La vede sparire nell’imbrunire. Quella tristezza di prima, la nera sofferenza saranno sue compagne quotidiane.

Il bar sta per chiudere, la piazza si è svuotata del tutto quando decide di andare via. Lo sguardo torvo del Duce lo segue lungo il perimetro che attraversa e non sa liberarsene.

(Riproduzione riservata)

© Avagliano

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La scheda del libro

Una storia d’amore e di amicizia fra tre giovani: i cugini Carlo e Marcello, e Rachele, una ragazza ebrea, che vive con la famiglia e sogna la libertà e l’autonomia, ambientata in una Roma testimone di accadimenti fondamentali. Le vicende si svolgono nell’arco di due epoche: la Seconda guerra mondiale e gli anni ’70. In un metaforico “bianco e nero” il romanzo riavvolge il nastro della storia d’Italia accompagnando Carlo, Marcello e Rachele nel corso degli anni. Così, li vediamo nel loro amore tormentato accendersi di sogni, passioni, progetti, ma anche piegarsi per le delusioni, le separazioni, le assenze, le scomparse. Questo libro è anche un sentito omaggio al cinema italiano di quegli anni e ad alcuni dei suoi maestri. Del cinema qui si parla in maniera necessaria, così come si discute dei fatti della vita. Non a caso alcuni momenti peculiari del romanzo si svolgono all’ombra di indimenticabili capolavori cinematografici.

 

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© Letteratitudine

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