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PREMIO BANCARELLA 2019: i sei libri finalisti

marzo 19, 2019

Al via la 67^ edizione del Premio Bancarella con l’annuncio dei “magnifici sei”

Torino 19 marzo 2019 – Sono stati annunciati questo pomeriggio al Circolo dei lettori di Torino i sei libri vincitori del Premio Selezione Bancarella 2019 e quindi finalisti della sessantasettesima edizione del Premio Bancarella, il premio dei librai indipendenti italiani che insieme alla Fondazione Città del libro, alle Associazioni dei Librai Pontremolesi e delle Bancarelle, e col supporto del Comune di Pontremoli, mantengono viva questa tradizione nata dai Librai ambulanti di Montereggio e Pontremoli, che affonda le sue radici nella vocazione culturale della Lunigiana.

Oriana Fallaci, che partecipa alla nascita del Premio Bancarella nel 1952, scrive sui librai di Montereggio nell’articolo “Hanno nella valigia i cavalieri antichi” (che proponiamo per intero alla fine del post): «Non avevano confidenza con l’alfabeto, ma “sentivano” quali libri era il caso di comprare e quali no: in virtù di un sesto senso che, dicono è stato loro donato dal demonio in un’ora di benevolenza».

 

Elisabetta Cametti, Dove il destino non muore, Cairo

Alessia Gazzola, Il ladro gentiluomo, Longanesi

Tony Laudadio, Preludio a un bacio, NN Editore

Marino Magliani, Prima che te lo dicano gli altri, Chiarelettere

Marco Scardigli, Évelyne, Interlinea

Giampaolo Simi, Come una famiglia, Sellerio

 

Sara Rattaro, Vincitrice del Premio Bancarella 2015 (Niente è come te, Garzanti), quest’anno svolgerà il ruolo di Presidente del Premio.

Il vincitore verrà proclamato domenica 21 luglio in occasione della tradizionale cerimonia di premiazione che si svolgerà a Pontremoli (MS), nella sempre suggestiva cornice di Piazza della Repubblica.

Il dado è tratto. Dopo aver raccolto le segnalazioni da parte dei librai indipendenti, il Comitato del Premio Bancarella ha dato alla luce questa meravigliosa sestina, figlia di una selezione scrupolosa e importante.
La collaborazione con questi pionieri del libro, che da così tanti anni, prima di gerla in gerla e ora di libreria in libreria, ci fanno conoscere il meglio dell’editoria italiana passando attraverso numerose tempeste, ci rende orgogliosi e rinnova la speranza di un proficuo proseguimento di questa diffusione certosina e professionale del libro di qualità che viene consigliato quotidianamente ai lettori.
Mi preme in questa occasione ringraziare il Circolo dei lettori di Torino che ci ospita nella sua magnifica sede, gli Autori e gli Editori finalisti, le Associazioni dei Librai, i membri del Comitato, i consiglieri della Fondazione Città del Libro, Sara Rattaro, già vincitrice del Premio Bancarella e Presidente del Premio Bancarella 2019 e l’amico Bruno Gambarotta, che ha presentato oggi la sestina di questa sessantasettesima edizione del Premio.

Ignazio Landi, Segretario del Premio

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I vincitori del Premio Selezione Bancarella 2019 e finalisti del Premio Bancarella 2019

Elisabetta Cametti, “Dove il destino non muore”, Cairo
Il guardiano dei Musei nazionali delle residenze napoleoniche sa che la sua vera identità è stata scoperta. Stanno venendo a prenderlo. Ma non si farà catturare vivo, perché quello è l’epilogo di un piano scritto anni prima. L’eredità di Napoleone è in pericolo, e lui è pronto a trasferirla nelle mani della bambina che ha visto crescere. Katherine Sinclaire, però, è all’oscuro di tutto. Sta presentando il suo ultimo bestseller a Roma, in un auditorium gremito di gente, e non può nemmeno immaginare che nei ricordi delle vacanze all’Isola d’Elba si nascondano le risposte ai più grandi interrogativi della storia. Sullo sfondo, due società segrete che da duecento anni si contendono la supremazia sulla verità. La prima, voluta da Napoleone stesso per proteggere le scoperte archeologiche che hanno costellato le sue imprese. L’altra è una delle organizzazioni più influenti al mondo. Al centro, il mistero della campagna d’Egitto. Katherine si lascerà coinvolgere in una cospirazione, i cui risvolti potrebbero mettere in discussione il corso della storia e le convinzioni acquisite sulle civiltà più antiche. E quando penserà di avere decifrato tutti gli enigmi che via via le si sono presentati, si troverà intrappolata in uno sconvolgente intrigo familiare: l’inizio di un nuovo viaggio che la porterà lontano, in un futuro senza segreti nel passato. Là dove il destino non muore.

Elisabetta Cametti, classe 1970, con una laurea in Economia e Commercio in Bocconi, da vent’anni si occupa di editoria e lavora tra Milano e Londra. Nel 2013 ha pubblicato il primo romanzo della Serie K, I guardiani della storia, suo thriller di esordio e bestseller internazionale. Nel mare del tempo, secondo romanzo della Serie K, è stato pubblicato nel 2014. La stampa l’ha definita “la signora del thriller italiano” e la sua protagonista Katherine Sinclaire è stata battezzata “il contraltare femminile di Robert Langdon, l’eroe dei romanzi di Dan Brown”. Nel 2015 ha inaugurato la Serie 29 con il successo de Il regista (Cairo). Caino, secondo romanzo della Serie 29, è stato pubblicato nel 2016. Elisabetta è opinionista in programmi televisivi di attualità e cronaca su Rai 1 e sulle reti Mediaset. Ed è responsabile della rubrica Giallo&Nero del settimanale Nuovo. I suoi libri sono stati pubblicati in 12 Paesi.

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Alessia Gazzola, “Il ladro gentiluomo”, Longanesi
La Alice Allevi che si mette nei guai sembrerebbe essere solo un ricordo: è cresciuta adesso, è ormai una specialista e anche il suo rapporto con il temibile ma perfetto CC sembra aver trovato il giusto equilibrio. Finché Alice non ottiene il trasferimento che aveva chiesto in un momento di sconforto. Destinazione: Domodossola. Un grande cambiamento nella vita di Alice, che però non ha tempo per disperarsi perché nel corso di un’autopsia scopre un dettaglio che cambia le carte in tavola. Nello stomaco della vittima c’è un diamante di caratura eccezionale, che Alice decide di consegnare prontamente alle forze dell’ordine. Così affida quella prova così importante all’ufficiale giudiziario che le si presenta davanti: impeccabile, elegante, sembra il perfetto rappresentante della giustizia. Se non fosse che l’uomo sparisce nel nulla ed è Alice a finire nei guai. Un’altra volta.

Alessia Gazzola, medico chirurgo specialista in medicina legale, è nata nel 1982 a Messina. Ha esordito nella narrativa con il romanzo L’allieva (Longanesi 2011), che ha fatto conoscere e amare al pubblico italiano – e a quello dei principali paesi europei dove è uscito – un nuovo e accattivante personaggio, Alice Allevi. Alice è ancora al centro del secondo romanzo, Un segreto non è per sempre, del prequel Sindrome da cuore in sospeso (entrambi usciti presso Longanesi nel 2012), del terzo romanzo, Le ossa della principessa (Longanesi 2014), di Una lunga estate crudele (Longanesi 2015), Un po’ di follia in primavera (2016) e Arabesque (2017).

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Tony Laudadio, “Preludio a un bacio”, NN Editore
Emanuele è un barbone, un musicista che suona agli angoli delle strade. Ha rinunciato a ogni affetto e contatto umano, tranne quello di Maria, che lavora in un bar e si prende cura di lui. Finché un giorno, dopo un’aggressione, Emanuele si risveglia in ospedale e si accorge d’un tratto che la sua apatia è scomparsa: persone e cose brillano di una nuova luce, spingendolo ad agire per rimediare agli errori di un passato sprecato. Non solo un romanzo, ma un monologo su carta ambientato in un teatro fatto di jazz, ricordi e rimpianti; Tony Laudadio ci consegna una storia colorata come una processione lungo le strade di una città di provincia, popolare e anche un po’ kitsch, emozionante come il brivido che ci coglie quando ritroviamo frammenti di fiaba nella vita di tutti i giorni.
Preludio a un bacio è la storia di una rinascita in crescendo, in corsa verso una felicità inafferrabile, ma comunque capace di dare senso a una vita intera.

Tony Laudadio si è formato alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassman. È attore di teatro e di cinema (Paolo Sorrentino, Marco Risi, Nanni Moretti) ed è autore di testi teatrali e opere letterarie. Con NNE, nella serie ViceVersa, ha pubblicato L’uomo che non riusciva a morire.

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Marino Magliani, “Prima che te lo dicano gli altri”, Chiarelettere
Prima di essere un cacciatore e bracconiere, e agricoltore solitario con la passione dell’innesto, Leo Vialetti è stato un bambino della Val Prino nell’Italia del boom che qui non è mai arrivato, una Liguria di frontiera che vede il mare per sbaglio e in cui crescere senza padre significa diventare grandi troppo presto.
In un’estate decisiva come tutte quelle che fanno da preludio all’adolescenza, l’unico adulto che sembra volersi prendere cura di lui è uno straniero, un argentino, Raul Porti, che gli dà ripetizioni scolastiche e gli insegna ad amare e rendere fertile la terra, prima di sparire improvvisamente.
Quando Leo deciderà di comprare all’asta la vecchia villa di Raul Porti, ciò che scoprirà lo costringerà a perdere un mezzo amore appena sbocciato e partire alla cieca per l’Argentina, per capire dove e come sia finito l’uomo più importante della sua vita, proprio nei giorni più terribili del Novecento sudamericano, quelli dei desaparecidos.
Grazie a una lingua lirica, affilata e precisa, Magliani costruisce una storia durissima di formazione, che non fa sconti alla nostra storia recente e che ci racconta di un affetto che travalica sentenze e confini spaziotemporali per restituirci l’avventura epica per eccellenza, la ricerca delle proprie radici.

Marino Magliani (Dolcedo, Imperia 1960) vive sulla costa olandese. Tra le sue prime opere, il romanzo storico L’estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007). Per l’editore Longanesi ha pubblicato Quella notte a Dolcedo (2008) e La tana degli alberibelli (2009, premio Frontiere-Biamonti, Pagine sulla Liguria); in seguito, Soggiorno a Zeewijk (Amos editore 2014) e L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exorma 2017). Alcune sue opere sono state tradotte in altre lingue.

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Marco Scardigli, “Évelyne”, Interlinea
1904: nell’albergo di una città di provincia scende una signora francese così affascinante che diventa l’oggetto delle attenzioni di tutti i viveur della città. All’inizio la cosa non interessa il maggiore Stoffel e il commissario Marchini, entrambi impegnati a corteggiare la proprietaria della pensione dove alloggiano: la bella, forte e dolce Tina. Sfida leale fra amici che dura fino a quando, per un caso, l’ufficiale incontra la maliarda transalpina e perde completamente la testa. È un terremoto: il tran-tran della pensione viene sconvolto perché la signora è bellissima ma anche parecchio misteriosa. Poi qualcuno in città comincia a rapire e uccidere delle donne: tutte in attesa di un bambino. E Tina gestisce, per beneficenza, una sartoria dove lavorano ragazze-madri…
Un giallo scritto da uno storico capace di svelare il lato oscuro del passato.

Marco Scardigli, novarese, è uno dei più apprezzati storici militari e si è occupato a lungo delle battaglie della storia d’Italia, pubblicando per Utet, Rizzoli e Mondadori. È anche appassionato di gialli e questa è la seconda avventura (dopo Evelina. Il mistero del volto dipinto, Mondadori) con protagonisti il trio Tina, Stoffel e Marchini. Oltre alla storia e alla narrativa, è anche appassionato di giochi e di cultura gastronomica.

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Giampaolo Simi, “Come una famiglia”, Sellerio
Un giovane calciatore promettente, l’euforia della vittoria, i complimenti dell’allenatore e di qualche spettatore importante. La famiglia Corbo si ritrova riunita in una serata che sembra quella dei tempi in cui tutto andava per il verso giusto. Il figlio Luca può avere una carriera da professionista, è stato notato da alcuni procuratori, ed è il momento di fare una scelta. Sono trascorsi alcuni anni dall’estate del caso Nora Beckford, quando Dario Corbo, ex giornalista, cinico malinconico, toscano al cento per cento, ha cercato di riscattare l’immagine di un’assassina che lui stesso aveva contribuito a creare. Ora Dario lavora per lei, alla Fondazione che cura l’opera del padre artista, e in molti hanno da ridire. Basta una telefonata a cambiare tutto, ancora una volta. Dario viene chiamato all’albergo dove il figlio alloggia con la squadra, due poliziotti stanno frugando nella sua stanza, Luca è pallido e silenzioso. La notte precedente una ragazza è arrivata al pronto soccorso accompagnata da un’amica, ha denunciato di essere stata portata sulla spiaggia, stuprata e picchiata da un ragazzo conosciuto in discoteca. Quel ragazzo si chiama Luca, e gioca a calcio. Giampaolo Simi ci riporta in Versilia e nel mondo de La ragazza sbagliata, e traccia un affresco ambizioso e avvincente, di raffinato realismo e lancinante tensione. La storia di una famiglia costretta a guardarsi dentro per comprendere fino a che punto ci si può spingere per proteggere le persone che amiamo, e scossa dal sospetto che in un figlio si possa nascondere una creatura feroce.

Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi. Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction «RIS», «RIS Roma» e «Crimini». Con questa casa editrice ha pubblicato Cosa resta di noi (Premio Scerbanenco 2015) e La ragazza sbagliata (2017).

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L’articolo di Oriana Fallaci sui Librai di Montereggio

“Hanno nella valigia i cavalieri antichi”

di Oriana Fallaci
(da “Epoca” del 6 settembre 1952)

Prima di lasciare i librai di Pontremoli fecero un giuramento. Erano riuniti in una sala del Municipio, proprio sotto il campanile, e le loro facce rugose apparivano, nella penombra, solenni come quelle di arcaiche statue di legno. Gli uomini vestivano per lo più abiti a righe, e avevano sul panciotto, bene in mostra, la catena d’oro. Le donne, più dimesse, tenevano al braccio sinistro certe ampie borse da spesa.
Erano i librai più vecchi del mondo: i capelli bianchi apparivano come distinzione necessaria in quell’adunata. Uno a un certo punto si alzò, alto e massiccio, con baffoni all’umbertina, e disse: “Ed ora, amici, propongo un solenne giuramento: quello di ritrovarsi nel nostro paese, ogni anno, in un dato giorno, a questa stessa ora, finché Iddio ci conserva, a fare una bella mangiata”. Seguì un lungo silenzio; poi i librai alzarono lentamente all’altezza del viso la mano e giurarono.
Pontremoli è un paese della Lunigiana, famoso fin dal Medio Evo quando era la porta delle grandi vie di comunicazione fra la Toscana e la Lombardia, circondato da boschi di castagni e di pini. Tra questi boschi sorgono da un tempo immemorabile Montereggio e Parana, villaggi di trecento anime, così piccoli che passano per frazioni del Comune del mandamento di Pontremoli; e questa è la terra dove si nasce librai.
A Montereggio e a Parana è difficile che la gente sappia leggere e scrivere; non ci sono che le pecore e castagni e si vive mangiando formaggio e polenta dolce, in attesa che l’inverno diventi primavera e l’estate autunno, così da un anno all’altro. Eppure ogni casa di Montereggio è piena di libri intonsi; e a ogni stagione c’è un pastore che lascia il villaggio e va per il mondo a fare il libraio. La storia dei pastori librai della Lunigiana si perde nel tempo. Si ignora il nome di chi si lanciò per primo nella grande avventura; si sa solo che la partenza dei neo-librai fu sempre solenne. Sembrava obbedissero a una strana ispirazione: si presentavano ai vicini e dicevano: “Vado”.
Si chiamavano Maucci, Tarantola, Bertoni, Fogola, Vannini, Giovannacci, Rinfreschi.
Dopo ore ed ore di diligenza arrivavano alla grande città, andavano da un editore e, con pochi quattrini ricavati dalla vendita delle castagne, del formaggio e delle foglie di gelso, compravano i resti del magazzino. Non avevano confidenza con l’alfabeto, ma “sentivano” quali libri era il caso di comprare e quali no: in virtù del sesto senso che, dicono è stato loro donato dal demonio in un’ora di benevolenza. Acquistavano la “Genoveffa”, il “Guerin Meschino”, i “Tre moschettieri”, le “Poesie” del Giusti, la “Massima Eterna” ed altri libri di preghiere, le “Tragedie” del Manzoni, l'”Orlando Furioso”, la “Gerusalemme Liberata” e perfino il Boccaccio.
Quando la valigia di fibra era piena, se la caricavano sulle spalle e andavano per le campagne italiane a offrire con mille accorgimenti i libri ai contadini. Aprivano per esempio una pagina qualsiasi dell’Orlando Furioso e cominciavano a declamare. Non leggevano, ma ripetevano le ottave che avevano sentito leggere da altri. I contadini, dopo essersi fatti giurare sulla Madonna dei Sette Rosari che lì dentro c’erano scritte proprio quelle belle parole, si decidevano a prendere il libro per non meno di dieci soldi. Dopo aver girato le campagne i librai scendevano di nuovo nelle città dove distendevano i libri sui muriccioli e sui marciapiedi.
La vita vagabonda durava da un anno all’altro. Quando avevano i soldi abbastanza per potersi comprare un carretto col ciuco, mandavano a chiamare la moglie, rimasta al villaggio, oppure sposavano la figliola di un altro libraio; e riprendevano a vagare. Per strada, tra una tappa e l’altra, nascevano i figliuoli. Li mettevano dentro alle ceste, fra i libri del carretto, perché crescessero respirando l’aria della carta stampata e si facessero le ossa fra i titoli dei capolavori. Poi i più giovani emigravano, andavano in Francia, in Germania, in Romania, in Ungheria, e ovunque ci fosse una piccola colonia italiana.
Molti presero la via della Spagna e dell’America Latina. Il primo ad andare oltre Atlantico fu verso il 1850 Carlo Maucci, della Piana di Parana, che aveva dovuto interrompere la sua carriera di girovago in Italia, perché sospetto di diffondere libri mazziniani. Carlo Maucci, imbarcatosi come mozzo, era partito con 180 volumi in lingua spagnola e decine di copie dei “Promessi Sposi”. In America lo aspettava la fortuna. Alla fine del secolo aveva fondato la “Casa Editoryal don Carlo Maucci”.
Alla fine del secolo molti girovaghi pontremolesi avevano fatto un patrimonio. I loro figli andavano a vendere in carrozza ed avevano aperto notevoli Case Editrici. I meno fortunati possedevano almeno una bancarella fissa sotto i portici di qualche grande città. Da vecchi, cercavano un po’ di riposo, a quel modo. Ci pensavano i figli, cresciuti nelle ceste dei librai, a vagare per le montagne. Ogni tanto qualcuno moriva e anche questo distacco non accadeva in un modo qualsiasi. Quando erano ormai molto vecchi e sentivano avvicinare il gran giorno, i pontremolesi facevano come i nobilissimi animali che a un certo punto della loro vita scappano a ricercare il luogo in cui sono nati. Tornavano ai boschi di Parana, di Montereggio e di Mulazzo e morivano lì. Ma per ognuno che se ne andava un altro cresceva. Oggi i pontremolesi, fra bancarellisti e girovaghi, sono qualche centinaio e reggono onorevolmente al mutare dei tempi. Partono ancora con la valigia di fibra. Così fece anni addietro Quirino Ghelfi che d’estate gira col suo carico tra Verona, Riccione, Cattolica e Rimini e d’inverno tiene la sua bancarella sotto i portici di Padova. Così ha fatto Walter Micheloni, figlio dell’oste di Mulazzo; e lo potete incontrare ogni giorno a Genova, in vico Falamonica.
Per far vedere che sono vivi e contano ancora qualcosa alcune settimane fa si dettero appuntamento a Mulazzo e tennero un congresso. Giunsero da tutte le parti d’Italia. Qualcuno arrivava in automobile, ma la maggior parte scendeva dal treno. Non si riconoscevano più, quantunque molti fossero imparentati fra loro. Due, Elisabetta e Luigi Rinfreschi, non si vedevano da quarant’anni. Dal treno scese anche Bista Fogola, uno dei Fogola che ora sono sparsi un po’ dappertutto: a Pisa, a Torino, a Spezia, a Genova, ad Ancona. Venne uno dei Tarantola, uno dei Santoni, una discendente dei Maucci, Maria Maucci che incominciò a nove anni la sua carriera, a diciott’anni sposò un libraio, a vent’anni ne sposò un altro che le dette tre figli, ora tutti librai. Sessanta inaugurarono il congresso sul cucuzzolo della collina, fra i castagni e i pini di Mulazzo. Avevano alzato un palco alla meglio, con un microfono, quattro seggiole e una bandiera. Sul palco avevano fatto salire le autorità: il ministro Gronchi, Bompiani che rappresentava gli editori, la vedova di Leonida Campolonghi, Salvator Gotta, il Sindaco di Mulazzo con la fascia tricolore intorno alla vita, il Perazzoli, segretario dell’ “Associazione Librai Ambulanti con posteggio fisso”. Molti parlarono, ma il discorso impegnativo lo fece Gotta che, tra l’altro, disse un gran bene delle bancarelle. I librai stavano intorno, in piedi sotto i castagni, ad ascoltare con piglio competentissimo. L’indomani, quando furono soli, si barricarono dentro il municipio di Pontremoli e fecero il solenne giuramento per la grande mangiata annuale.

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