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FUOCO AL CIELO di Viola Di Grado (recensione)

marzo 21, 2019

FUOCO AL CIELO di Viola Di Grado (La nave di Teseo)

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Il 22 marzo 2019, alle h. 19:30, Viola Di Grado presenterà il suo romanzo “Fuoco al cielo” (La nave di Teseo) presso la Libreria Prampolini, via Vittorio Emanuele n. 333, Catania. Dialoga con l’autrice Giuseppe Raniolo

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Fuoco al cielo”. Il dovere della memoria e l’infinita voce di Dio nel romanzo d’amore di Viola Di Grado

di Daniela Sessa

Tamara è pazza. Lo ha tenuto tra le braccia, lo ha fatto succhiare dal suo seno, lo ha avvolto in un panno rosso, gli ha asciugato il sudore. Tamara non è pazza. Lui esiste. Gliel’ha portato Dio. Dio per Tamara ha una voce, non è l’infinito silenzio sentito da tutti gli altri abitanti del suo villaggio maledetto. Dio s’infrange contro i due fari di un’auto e si spappola ai margini di una strada. Tamara era pazza, Tamara non era pazza. E’ il mese di marzo del 1996 a Musljumovo, il villaggio segreto conficcato tra gli Urali siberiani. In quella zona della Siberia Dio è una sillaba di radioattivo. Tamara lo sapeva. Tamara sapeva che Alëšen’ka è quella sillaba partorita in una notte maledetta e sporca, dal suo corpo contaminato dall’uranio e dall’amore sfatto e disperato di Vladimir. Alëšen’ka è un essere strano, è diverso, fa ribrezzo. Dio le aveva indicato il bosco e lei lo aveva trovato lì. E tutti dicevano che era impazzita per quel suo figlio mostruoso. Anche Vladimir, anche la nipote Klara. Poi ci sono il medico Lazar e la sua amante Iskra, la dottoressa Irina Ermolaeva, il poliziotto Ivan Bendlin e la ragazzotta Galina Semenkova. Tutti i personaggi di una tragedia che Viola Di Grado racconta con un linguaggio violento e delicato, materico e simbolico, capace di trasformare la storia in distopia d’amore.
E’ un romanzo d’amore “Fuoco al cielo”.  L’amore di un uomo e una donna, le cui origini letterarie si perdono nei miti pagani e cristiani (Orfeo lui, Maddalena lei; il dio Eros lui, Maria di Nazareth lei), “uniti dal coltello”. E il coltello è una sorta di simbolo archetipico che lega la narrazione e il suo oggetto. Un amore coltello perché taglia e ferisce i desideri dei due amanti, creature marginali che si amano come bestie su pavimento gelido o sul letto umido o tra la gommapiuma del divano sbracato della casa di lei. Tamara e Vladimir si desiderano reprimendosi, si vogliono bene detestandosi, convivono abbandonandosi. Un amore traboccante, assoluto, tormentato. Malato. Perché malata è la geografia delle loro esistenze di accattoni della felicità. Malata è la storia della shoah nucleare loro e degli abitanti di Musljumovo, segregate e segrete cavie del Programma Atomico Sovietico. Nel 1957 i villaggi intorno a Čeljabinsk vengono contaminati, gli abitanti si ammalano, muoiono, non si possono permettere di amare. E’ quest’ultimo divieto a colpire il genio narrativo di Viola Di Grado, che pur avvertendo di aver tratto il suo romanzo da una storia vera, pur avendo ricostruito con agghiacciante e pietosa verità la sorte del fiume, dei boschi, degli edifici e delle vite abumane intorno a Čeljabinsk (città segreta sin dal 1947 quando vi fu instituito il programma Annuška o Reattore A), sposta l’attenzione sul dolore e sui sentimenti di un uomo e una donna. “Vladimir la prendeva in braccio come una ragazzina. Si ac­coppiavano a terra, sulle assi irregolari, sulle briciole di torta kievskij, nell’angolo della casa dove arrivava il sole, vicino al catino. Credevano che i corpi fossero un dono di Dio, tane per­fette per mettersi al riparo dagli agguati della mente. Era un modo sicuro di amare, stare sulla pelle per non stare nell’abis­so, e lei aveva l’abisso nella testa, dappertutto, un fondale nero.” La scrittrice usa il coltello e tagliuzza il racconto degli eventi con l’analessi dei tempi e dei ricordi (le date sono scandite in maniera quasi ossessiva) oppure vi intaglia camei come quello della sabiana capra bianca “abban­donata. Se ne stava sull’erba con uno sguardo desolato, accoc­colata”, ammazzata da Vladimir. Il senso dell’operazione narrativa di Viola Di Grado è tutto nelle scelte di linguaggio, tessitura più che originale, nella narrativa contemporanea, di schianti sonori e faglie verbali: una scrittura controllata, che coglie in trentadue brevi capitoli  trentadue esigui spazi esistenziali che sono luoghi (la cucina, i campi deserti, la foresta, il cimitero, la discoteca, la scuola, il reparto psichiatrico…), concetti (la realtà, il nulla…), esseri vivi e morti  – “il lutto era fisico”-,  scandisce il piano della realtà; una scrittura vibrante, che traduce nelle ripetizioni anaforiche l’immobilità, fatiscente, della natura e, disaffettiva, delle persone e nella sticomitia dei dialoghi tra Tamara e Vladimir, dà voce al piano lirico, che trionfa nelle descrizioni della natura triste intorno ai villaggi e a quello antilirico degli amplessi selvatici e sensuali dei due amanti. Alla scrittrice urge raccontare le scorie dell’anima che la violenza della Storia produce. E urge descrivere come quella violenza renda marcia la natura: i paesaggi sono fradici, freddi, aridi, lerci. Viola Di Grado ancora una volta, dopo “Bambini di ferro”, mette in scena l’ancestrale lotta tra natura e civiltà (stupenda nella sua crudezza è l’uccisione del cervo e il sangue bevuto da Vladimir insieme al latte: un rito tribale, primitivo), tra sentimento e scienza e la sintetizza nella figura della maternità. Tamara è un magnifico personaggio femminile, un’espressione mistica della maternità, l’apologia dell’amore incarnato nel tempo terrestre dell’umanità. Alëšen’ka è l’essere “nato dall’amore…nato dalla fine dell’amore”, perciò, è quel Cristo blu della chiesa del villaggio, l’icona sconfitta di un pianeta fatiscente, la creatura deforme rivelazione della deformità del mondo. Questo è Alëšen’ka per la scrittrice: una bambina mutante del distretto contaminato della città segreta di Čeljabinsk, frutto dell’amore tra Tamara e Vladimir, prima e mentre e dopo di essere “pezzi di carne alla deriva, avanzi di cose”. La scelta di tradire la cronaca, di accogliere una vicenda al limite tra verità e propaganda e di trasformare una storia di segreti di stato in una storia d’amore rimette al centro il valore del romanzo come interpretazione del reale, riflessione sullo spirito del mondo, luogo della memoria. Del dovere della memoria. Viola Di Grado racconta che ci sono vite ai margini della Storia “umani di risulta”, perché la Storia deve nasconderli, annientarli, negarli se non vuole avere orrore di sé, se non vuole scoprirsi incapace di pietà. Nella Trinità livida di Tamara, Vladimir e Alëšen’ka non c’è solo la possibilità del riscatto dell’agire umano, c’è anche l’offerta di una spiritualità necessaria affinché in ogni diverso, in ogni pazzo, in ogni straniero si accetti la sfida della compassione e della solidarietà. E’ il compito della scrittura farsi guanto della sfida? La prova matura di Viola Di Grado in “Fuoco al cielo” sembra rispondere di sì, mentre c’è <<un grosso sole bianco come il volto di Dio avvilito e gonfiato dall’acqua, Dio che infine crolla nel fiume Teca insieme a tutti quelli che il fiume ha ucciso, crolla e sprofonda, “perdonami Tamara, perdonatemi tutti per non avervi salvato”, e il cielo si chiude˃˃. Un sì scabroso e dolce, compassionevole e afflitto come le parole maneggiate in questo romanzo.

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Fuoco al cielo di [Di Grado, Viola]La scheda del libro

Tamara e Vladimir vivono a Musljumovo, remoto villaggio al confine con la Siberia, tra caseggiati in rovina e fabbriche abbandonate. Vivono in un’area geografica per decenni assente dalle mappe: quella della “città segreta”, luogo sinistro da cui era vietato uscire e comunicare con l’esterno, responsabile negli anni ’50 e ’60 di ben tre catastrofi nucleari.
Vladimir, infermiere di buona famiglia, è arrivato da Mosca, scegliendo di prendersi cura di chi non ha niente, delle persone dimenticate dal mondo. Tamara, insegnante, è invece nata e cresciuta nel villaggio, e abituata a pensare che ogni cosa sia destinata a contaminarsi e guastarsi velocemente. Incontrandosi, i due vengono sorpresi da una passione totalizzante che si appropria di ogni pensiero, e accende un bagliore salvifico persino lì, nel luogo più radioattivo del pianeta, in mezzo ai resti di una natura satura di veleno. Questo sentimento così tenace, che sembra schermarli dalle insidie del reale, li rafforza e li divora al tempo stesso, finché un evento prodigioso arriverà a sconvolgere le loro vite e le loro certezze. Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all’interno di ogni amore assoluto: perché la “città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

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Viola di Grado (1987) è l’autrice di Settanta Acrilico Trenta Lana (2011) – vincitore del premio Campiello Opera Prima e del premio Rapallo Carige Opera Prima e nalista all’IMPAC Dublin Literary Award – e di Cuore Cavo (2013), finalista al PEN Literary Award. Ha vissuto a Kyoto, Leeds e Londra, dove si è laureata in Filosofia e dell’Asia orientale. I suoi libri sono tradotti in otto Paesi. Nel 2016, con La nave di Teseo, ha pubblicato Bambini di ferro.

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