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LIBERACI DAI NOSTRI MALI di Katya Maugeri (recensione)

marzo 22, 2019

LIBERACI DAI NOSTRI MALI di Katya Maugeri (Villaggio Maori Edizioni)

di Simona Lo Iacono

Il cancello è sempre il primo simbolo, anche in paradiso.
Per accedere sia al bene che al male, sia nel luogo della privazione che in quello della pienezza, bisogna avere una chiave.
Poi l’apertura. Che – nel secondo caso – è ferrosa e affaticata. Un attrito contro le giunture. Lo sforzo allucinato di una gazza rinchiusa nella trappola, che tossicchia un ultimo canto.
Entrare in carcere è sempre un trapasso tra mondi. Non un semplice andare verso luoghi. Ma un’espiazione al male della normalità. Un rovesciamento di sguardo.
Quando le guardie penitenziarie trascrivono il tuo nome sul registro di ingresso, hai acquisito – sia pure transitoriamente – l’identità degli sbagliati. Dei limitati.
Sei il minotauro che si aggira irrequieto tra i muri di Minosse.
I corridoi possono variare. Ne ho visti di tutti i tipi.
Al carcere di Brucoli sono dipinti. Un detenuto ergastolano ha trasformato ogni superficie in una finestra affacciata all’esterno. Ha colorato la realtà che i suoi occhi riescono ancora a vedere.
Nella casa di reclusione di Foggia, invece, le celle vi si aprono come bocche. Le mani dei reclusi cingono le sbarre. Vi ciondolano come altalene che spingono l’aria.
In quella di Gazzi, a Messina, sono spesso intramezzati da cortili che separano il reparto femminile da quello maschile. Cambiano a seconda dell’epoca di rifacimento.
A Rieti, sono bellissimi. La struttura, edificata da poco, restituisce alla reclusione la dignità di un viaggio dentro se stessi.
A Bicocca, reparto minorile, sono cosparsi da immagini di Don Bosco. Sorride accanto a un quadro della natività realizzato da un detenuto di 16 anni.
Varcato il cancello, registrato l’accesso, percorsi i corridoi, i detenuti aspettano.
Katya Maugeri, è andata a visitarli.
Katya non vuole solo raccontare storie. Non le interessa l’intreccio, il fatto, il reato. Non giudica. Piuttosto, piange lo strappo, interroga il mistero delle azioni umane. Scrive con la leggerezza di una farfalla. E’ una giornalista, ha una sola regola. La verità.
Il suo percorso in carcere nasce come un’inchiesta e finisce con ulteriori domande. Le risposte, sembra suggerire Katya, negli spazi in cui si scontano gli errori, sono sempre imperfette. Uomini che si pentono, che si sono scoperti poeti troppo tardi. Che faticano a confessarsi, che dopo l’isolamento – una reclusione nella reclusione – rientrano in cella come in una casa o non resistono alla seduzione della morte. Uomini che si stringono in patti fraterni per resistere alla solitudine. Che nel regime a celle aperte vagano da una stanza all’altra facendo visite e celebrando ricorrenze sacre. Uomini che commemorano il passato, che si scoprono innocenti nella colpa. E colpevoli, nell’innocenza.
Katya porge domande rispettose, non forza, non ha l’assillo dell’investigatrice. Non è spinta da alcuna morbosa curiosità. Si rivela come una compagna di viaggio di un’umanità che continua a scontare la condanna anche fuori, che non si riscatta dal marchio dell’infamia, che attinge respiro dallo sguardo di Dio.
Il suo resoconto non è dunque un reportage, o non soltanto. Ne possiede sì la forza, la denuncia sociale, l’indignazione. Ma è anche il fragoroso singhiozzo dell’uomo accanto all’altro uomo. Il dolore che si interroga sull’enigma della libertà, non solo quella negata, anche quella che vive dentro noi stessi.
Chiudendo il suo libro (“Liberaci dai nostri mali”, Villaggio Maori edizioni) piangi per le vittime e per i carnefici, per i deboli e per i forti, per i morti e per i sopravvissuti.
Ma soprattutto ti chiedi quanta reclusione esista anche là dove non ti cingono le sbarre.
Brava, Katya.

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