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MAILÉN, UNA VERITÀ NASCOSTA di Lorenzo Marotta (recensione)

aprile 10, 2019

MAILÉN, UNA VERITÀ NASCOSTA di Lorenzo Marotta (Vertigo)

di Maria Attanasio

La citazione premessa a una scrittura – poetica, saggistica, narrativa –  non è mai casuale, insieme chiave di lettura e cifra interpretativa del pensiero dell’autore.
Ben cinque – di scrittori molto distanti tra loro – sono quelle che Lorenzo Marotta pone a epigrafe di Mailén, una verità nascosta (ed. Vertigo, 2016), per ribadire la motivazione, insieme etica ed estetica -dimensioni per lui espressivamente non scindibili- che struttura e pervade ogni pagina del romanzo; a unirle, il richiamo -forte, appassionato- a non dimenticare gli orrori della storia passata, la cui memoria deve diventare consapevolezza delle nuove generazioni, la medesima essendo, in ogni latitudine e in ogni tempo, la violenza delle dittature. E la medesima anche la sofferenza, spesso oscurata, delle vittime, sottolinea lo scrittore, individuando una  specie di filo rosso, ignorato, dimenticato, tra quelle dei forni crematori nazisti e i desaparecidos della dittatura militare in Argentina, scenario storico del suo romanzo.
Insieme snodo e raccordo di luoghi e di memorie, è  infatti Buenos Aires, restituita  nella sua esatta topografia di strade, piazze, caffè, e dei luoghi, teatro delle atrocità della dittatura militare; l’Esma in primo luogo – la Scuola di Meccanica della Marina Militare – dove tra il 1976 e il 1983 decine di migliaia di oppositori vennero sequestrati, torturati, sventrati, e infine dall’alto di un aereo gettati nel Rio de La Plata.
Diviso in capitoletti titolati –dal primo In viaggio verso Buenos Aires al ventiquattresimo Nunca mas- Mailén assume la forma narrativa di un viaggio, che coniuga l’orizzontalità di una variegata geografia di paesi e continenti con la densa e stratificata verticalità della memoria delle vittime, anonima e ancora dolorosamente pulsante nella coscienza collettiva; ad essa lo scrittore dà voce attraverso  i personaggi di Mailen, e della madre Brigitte. Personaggi d’invenzione, ma di profonda verità: archetipi letterari di tante donne sequestrate, abusate  e fatte sparire; e di tanti neonati –frutto spesso di stupri- sottratti loro e dati in adozione a famiglie legate al regime, molti dei quali, dopo la sua caduta, disperatamente in cerca dei veri genitori.
Come l’immaginaria Mailen, attorno alla cui storia s’intreccia strettamente una coralità di altre storie: un grande affresco di popoli, uomini, tradizioni -con una particolare attenzione per la Sicilia- in cui lo spartiacque non è segnato dalle diverse geografie, ma dalla irriducibile distanza tra vittime e carnefici, dittatura e libertà.
Con una scrittura generosa di intrecci, dettagli, analitiche rappresentazioni di uomini e ambienti, Marotta traccia vividi ritratti di popolani, aristocratici, generali argentini, emigrati italiani, nazisti sotto false identità, e di tantissime figure di donne, a cui guarda con grande empatia sentimentale e morale. A differenza del maschile, il femminile per lui non è mai totalmente negativo; anche Conception -una collaborazionista col regime- alla fine rivela un fondo di comprensione  e umanità.
Una doppia temporalità, non solo storica –tra passato e presente- ma anche narrativa, struttura il romanzo: da un lato l’uso della terza persona nella restituzione di fatti e personaggi, dall’altro la prima dell’io narrante, con cui lo scrittore pienamente si identifica; coinvolgendosi nella narrazione con tutto il suo immaginario e il suo sapere -da qui i tanti rimandi a pittori, filosofi, scrittori- può perciò anticipare eventi, collegare il distante nel tempo e nello spazio, riportare in unità espressiva la traboccante pluralità di figurazioni.
Ma parlando del passato Lorenzo Marotta si rivolge al presente: una rivisitazione critica della memoria storica, che deve resistere a ogni tentativo di cancellazione; una resistenza più che mai necessaria in questo tecnologico e smemorato presente, che, tra sovranismi e xenofobie, nel vecchio e nel nuovo mondo tende verso derive autoritarie.

(Riproduzione riservata)

© Maria Attanasio / Letteratitudine

 

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