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LA DONNA CAPOVOLTA di Titti Marrone: incontro con l’autrice

aprile 11, 2019

LA DONNA CAPOVOLTA di Titti Marrone (Iacobelli editore)

Titti Marrone, napoletana, giornalista, è autrice di vari libri tra i quali, con Gustaw Herling, Controluce (Pironti 1992), Il sindaco (Rizzoli 1996), Meglio non sapere (Laterza 2003, ultima edizione 2017), e il romanzo Il tessitore di vite (Mondadori 2013). Dal 1996 insegna Storia e tecniche del giornalismo. Ha curato la raccolta di racconti Ho sete ancora. 16 scrittori per Pino Daniele (Iocisto edizioni 2015).

Di recente, per Iacobelli editore, ha pubblicato il romanzo intitolato “La donna capovolta” (presentato all’edizione 2019 del Premio Strega) incentrato su una tematica di grandissima attualità: il ruolo delle badanti all’interno delle nostre famiglie.

Abbiamo chiesto a Titti Marrone di raccontarci qualcosa su questo suo nuovo libro…

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«I personaggi di Eleonora e Alina, le due voci narranti del mio romanzo, si sono andate formando in me nel tempo lunghissimo dell’assistenza alla mia anziana madre», ha detto Titti Marrone a Letteratitudine. «Nascono dunque da un’esperienza diretta e difficile, ma sono emerse nella narrazione all’insegna di una scommessa: fare tesoro di quello che avevo vissuto per guardarmi dentro e raccontarlo con gli strumenti dell’ironia e dell’autoironia.
“La donna capovolta” mette una di fronte all’altra due creature femmine che non si potrebbero immaginare più diverse, costrette dalle circostanze a una dipendenza reciproca. Eleonora è filosofa di genere e prof universitaria, fiera delle sue frequentazioni progressiste e intellettualmente raffinate, ma vive uno spaesamento interiore. Ha un marito sfuggente, una figlia all’estero per un master e, soprattutto, un’anziana madre demente da accudire, insieme al padre svaporato in atteggiamenti d’irresponsabilità e a un fratello, per comodità latitante dagli obblighi filiali. Ha spaventosi sensi di colpa e insieme profonde insofferenze per la malattia materna. E nel confronto con Alina, scopre in sé pregiudizi che non credeva di nutrire.
L’altra è Alina, efficientissima badante moldava ingaggiata per alleviare Eleonora dalle incombenze della cura, sorretta da un progetto economico e di vita alimentato con un marito lontano rimasto in patria e più di tutto votata a sostenere gli studi del figlio in Spagna. In Italia da dieci anni, Alina occulta la sua padronanza dell’italiano, così come la sua identità d’ingegnere nel suo Paese e di donna colta: l’esperienza le ha insegnato che, per mantenere il lavoro, è più prudente adeguarsi allo stereotipo di badante diffuso nelle case in cui è ospitata. Ma prova nostalgia per i tempi dell’Urss, odia Gorbaciov e cela a stento l’insofferenza verso i sentimenti progressisti delle persone per cui lavora, ai suoi occhi del tutto fasulli.
Entrambe si trovano a essere tradite, deluse dove meno se l’aspettavano. E ciascuna racconta sé stessa in brevi, spietati oppure ironici lampi di coscienza contrapposti. Sia Eleonora che Alina sono “capovolte” perché costrette dalle circostanze a rovesciare le proprie visioni del mondo e dei rapporti. L’impianto del racconto è un susseguirsi di situazioni e personaggi in cui le voci narranti producono effetti d’involontaria feroce comicità sulla vecchiaia, la malattia, le delusioni della vita, i piccoli trucchi per fuggire dalle responsabilità. La terza voce del racconto, seguita alle parti in prima persona, è quella di un “io” narrante imparziale.
Nelle ultime pagine lo “scontro di civiltà” tra le due esplode in un dialogo diretto, con punte comiche o drammatiche. Emerge su tutti il tema delle badanti, migranti che crediamo integratissime nelle nostre famiglie ma in verità ben lontane dall’esserlo, insieme con un problema non esplorato a sufficienza: la difficoltà di praticare una vera accoglienza nei confronti di qualcuno che si lascia alle spalle gli affetti per farsi carico di assistenze pesantissime, la difficoltà ad adeguarsi a ruoli e modi di vivere così diversi da quelli del proprio Paese di provenienza. Il finale è a sorpresa».

[ © Titti Marrone / Letteratitudine ]

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Un estratto del romanzo

«Sotto il tallone dell’Unione Sovietica», dicono loro guardando me con afflizione pietosa, mentre io distolgo lo sguardo.
Tallone? La casa, le cure mediche, l’istruzione, il lavoro assicurati a tutti erano stare sotto il tallone? E adesso invece staremmo bene, i moldavi, i rumeni, gli ucraini, gli ungheresi, i cechi, gli slovacchi e tutti gli altri costretti a fuggire da miseria e fame per fare i servi lontano da casa? Gorbaciov ha voluto portare lo sviluppo dell’Urss verso il capitalismo ed ecco qua che fine abbiamo fatto.
Ero una ragazza quando tutto il mio mondo è andato in frantumi e addio feste della prima campanella, addio casa con il giardino, addio rispettabilità per la nostra famiglia. Una nuvola nera ha riempito di fuliggine il sole giallo della bambina della foto. La bambina è diventata grande e dopo un po’ è dovuta partire. Per andare in un Paese capitalista a fare la serva, con tanti saluti alla laurea in ingegneria elettronica che aveva preso con il massimo dei voti. Nel mio piccolo Paese ero questo e potevo camminare a testa alta: ero ingegnere elettronico, donna, con la passione per la letteratura e la poesia. Sicura di poter stare al mondo ben piantata nelle cose e nei luoghi che amavo. Niente di lussuoso, nessun cedimento al modo di vita dei capitalisti, sia ben chiaro. C’ero io che facevo il mio lavoro al centro di ricerca informatica di Chişinău, dove lavorava anche Dmitri. Poi ci fu la nostra vita insieme, la casa piccola che a noi bastava e ci bastò anche quando nacque nostro figlio Misha. E poi invece Gorbaciov.
Meno male che mi restano la letteratura e la poesia, mi dico adesso, fortuna che le ho sempre ad accompagnarmi. Unica consolazione in fondo a giornate tali da non lasciarmi nemmeno la forza di descriverle, quando arrivano alla fine. In verità i libri mi hanno fatto compagnia fin dall’inizio dei miei studi: già allora erano il riposo della mente, la gioia dei pensieri. Quando volevo fare pausa, chiudevo i testi d’ingegneria informatica e aprivo Tolstoj, Thomas Mann, Proust, Conrad, mi perdevo nei versi di Majakovskij. Ma la scoperta vera è stata Dante Alighieri, che in un certo senso ha deciso della mia vita.
Leggere versi mi faceva sentire invincibile, davvero come se fossi stata al centro del mondo. In italiano, poi, che musica. Mi allenava la mente, me la rendeva più mobile, elastica. Ma Dante. Dante è stato ossigeno, aria pura. E mi ha permesso d’imparare l’italiano meglio di molti italiani. Sicuramente molto meglio dell’avvocato Iaccarino e di sua moglie, due persone ignoranti come muli e cattive come pochi. Basta, non è bene dire male dei morti. Non l’ho fatto quando se ne sono andati, prima lui e tre mesi dopo anche lei. Lo faccio adesso se ripenso a come erano, perché non era questione di vecchiaia o malattia: erano proprio cattivi. E per giunta adesso mi tocca cercare, subito, un’altra casa, un’altra famiglia, altri cessi da pulire. Altrimenti niente lavoro, niente più soldi da mandare ai miei, in Moldavia.

(Riproduzione riservata)

© Iacobelli editore

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La scheda del libro

La donna capovolta - Titti Marrone - copertinaEleonora è una filosofa, insegna studi di genere, frequenta amici intellettuali e progressisti, ha un marito narciso e una figlia all’estero. Tutto bene? No, non proprio, perché – complice l’età che avanza – Eleonora si trova in preda a una sorta di spaesamento interiore. Forse perché ha un’anziana madre demente da accudire. Alina è una efficientissima badante moldava ingaggiata per alleviare Eleonora dalle incombenze di cura della madre. Il confronto tra le due donne – che fanne entrambe perno sulla terza, la vecchia madre – è come una deflagrazione: si specchiano l’una nell’altra e si detestano per questo. Pensano di essere diversissime e invece sono legate da una reciproca dipendenza che non riescono a tollerare. Entrambe si trovano d’un tratto, a essere tradite, deluse dove meno se l’aspettavano. E nel romanzo di Titti Marrone ciascuna racconta la sua esistenza direttamente, per la sua parte, in brevi, spietati e a volte ironici lampi di coscienza contrapposti: un susseguirsi di personaggi e d’involontaria feroce comicità sulla vecchiaia, la malattia, i piccoli trucchi per fuggire dalle responsabilità.

 

La donna capovolta
di Titti Marrone
Editore: Iacobelli editore
Collana: Frammenti di memoria
Anno edizione: 2019
Pagine: 175 p., Brossura

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© Letteratitudine

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