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PREMIO LATTES GRINZANE 2019: i finalisti

aprile 15, 2019

Premio Lattes Grinzane 2019: Haruki Murakami è il vincitore della sezione La Quercia – Roberto Alajmo, Jean Echenoz (Francia), Yewande Omotoso (Sud Africa), Alessandro Perissinotto e Christoph Ransmayr (Austria) sono i finalisti della sezione Il Germoglio

Murakami vincitore La Quercia. Alajmo, Echenoz, Omotoso, Perissinotto e Ransmayr finalisti Il Germoglio

Da Aosta a Crotone 400 studenti italiani decreteranno sabato 12 ottobre il vincitore tra i cinque finalisti della sezione Il Germoglio

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Sono stati annunciati i nomi di finalisti e vincitori del Premio Lattes Grinzane 2019, organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes e giunto alla IX edizione.

Haruki Murakami (Giappone), edito in Italia da Einaudi (tradotto da Antonietta Pastore e Giorgio Amitrano), è il vincitore della sezione La Quercia, intitolata a Mario Lattes (editore, pittore, scrittore, scomparso nel 2001) e dedicata a un autore internazionale che abbia saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e di pubblico.
Murakami sarà in Italia venerdì 11 ottobre, per tenere una lectio magistralis (ore 18, Teatro Sociale di Alba), e sabato 12 ottobre, per ricevere il riconoscimento durante la cerimonia di premiazione (ore 16.30, Castello di Grinzane Cavour). Ingresso libero, fino a esaurimento posti.

Roberto Alajmo con L’estate del ’78 (Sellerio), Jean Echenoz (Francia) con Inviata speciale (Adelphi, traduzione di Federica e Lorenza Di Lella), Yewande Omotoso (Sud Africa) con La signora della porta accanto (66thand2nd, traduzione di Natalia Stabilini), Alessandro Perissinotto con Il silenzio della collina (Mondadori) e Christoph Ransmayr (Austria) con Cox o Il corso del tempo (Feltrinelli, traduzione di Margherita Carbonaro) sono i finalisti del Premio Lattes Grinzane IX edizione per la sezione Il Germoglio, il riconoscimento internazionale che fa concorrere insieme autori italiani e stranieri, dedicato ai migliori libri di narrativa pubblicati nell’ultimo anno.
Sabato 12 ottobre i cinque autori saranno in Italia per incontrare pubblico e studenti (ore 10, Fondazione Bottari Lattes a Monforte d’Alba) e per ricevere il riconoscimento durante la cerimonia di premiazione, nel corso della quale sarà proclamato il vincitore, sulla base dei voti degli studenti delle giurie scolastiche (ore 16.30, Castello di Grinzane Cavour). Ingresso libero, fino a esaurimento posti.

«La proposta di quest’anno premia una varietà di esperienze narrative che toccano generi e stili differenti – dalla Francia al Sud Africa, dall’Austria all’Italia – presentando un contrastato e sfaccettato rapporto tra natura e civiltà», commenta la Giuria Tecnica del Premio. «Dal giallo locale che scava nel passato (Perissinotto), al romanzo storico raffinato (Ransmayr), dalla spy story di humor nero (Echenoz), alla memoria familiare (Alajmo), fino ai ritratti femminili sullo sfondo della questione razziale (Omotoso)», spiega la Giuria Tecnica del Premio.

«Diventato autore di culto a livello mondiale, Murakami è lo scrittore che più ha contribuito ad avvicinare il Giappone ai lettori occidentali», spiegano i Giurati nella motivazione. «Fin dagli esordi, alla fine degli anni Settanta, egli esce dalla cornice della tradizione letteraria giapponese creando un suo mondo narrativo originalissimo, tramite un linguaggio nuovo e comunicativo, molto vicino al parlato. La semplicità stilistica è un tramite per affrontare profondi temi esistenziali – il rimpianto per il “perduto”, la ricerca di sé nell’assurdità di un’esistenza alienata, l’attrazione per l’aspetto magico e misterioso, del mondo – e di toccare alcuni tasti dolenti del Giappone: le colpe storiche, le responsabilità politiche del passato e del presente. Caratteristica rilevante dei grandi romanzi di Murakami è la presenza di personaggi che conducono vite ordinarie (in cui l’ampia platea dei lettori immediatamente si identifica, al di là di ogni barriera culturale), ma nel seguito del racconto capita che la loro storia si venga di solito a trovare sospesa tra reale e irreale, coinvolta in eventi magici e inquietanti. Il brusco passaggio dalla realtà al sogno rappresenta pienamente lo smarrimento dell’essere umano contemporaneo di fronte a fenomeni sempre nuovi e incontrollabili. Lo sconfinamento in un universo parallelo tuttavia non è mai una fuga, ma discesa nel profondo di se stessi, alla ricerca di ciò che si cela nei recessi della nostra coscienza».

 

Finalisti e vincitore sono stati designati e annunciati sabato 13 aprile 2019 a Cuneo, alla sede della Fondazione CRC (ente che collabora e sostiene il Premio per il triennio 2017-2019) dalla Giuria Tecnica del Premio, in un incontro aperto al pubblico condotto dalla giornalista Chiara Pottini. I componenti della Giuria Tecnica sono: il presidente Gian Luigi Beccaria (linguista, critico letterario e saggista), Valter Boggione (docente di letteratura italiana), Vittorio Coletti (linguista e consigliere dell’Accademia della Crusca), Rosario Esposito La Rossa (libraio a Scampia), Giulio Ferroni (critico letterario e studioso della letteratura italiana), Bruno Luverà (giornalista), Alessandro Mari (scrittore ed editor), Romano Montroni (presidente Cepell-Centro per il libro e la lettura), Laura Pariani (scrittrice), Marco Vallora (critico d’arte) e Bruno Ventavoli (critico letterario).

Per i cinque romanzi finalisti della sezione Il Germoglio, la parola passa ora ai giovani: tra aprile e settembre 2019 i cinque libri saranno letti e discussi dai 400 studenti delle 25 Giurie Scolastiche. Ventiquattro giurie sono scelte in modo da coprire tutto il territorio della Penisola: quattro in Piemonte (regione sede del Premio) e almeno una per ciascuna delle altre regioni. A queste si aggiunge la giuria estera a Madrid, presso la Scuola Italiana Statale.

Le Giurie Scolastiche italiane sono: Istituto di Istruzione Superiore “G. Govone” di Alba (Cuneo); Liceo “A. Avogadro” di Biella; Istituto di Istruzione Superiore “Giordano Bruno” di Budrio (Bologna); Liceo “Galanti” di Campobasso; Istituto Omnicomprensivo “Rosselli-Rasetti” di Castiglione del Lago (Perugia); Liceo Classico “Pitagora” di Crotone; Liceo Scientifico Statale “V. Volterra” di Fabriano; Liceo Classico “V. Lanza” di Foggia; Liceo Scientifico “Pacinotti” di La Spezia; Istituto di Istruzione Superiore “Duni-Levi” di Matera; Liceo Artistico Statale “Caravaggio” di Milano; Liceo Scientifico e Linguistico “E. Fermi” di Nuoro; Liceo Statale “G. Marconi” di Pescara; Liceo Classico Statale “G. F. Porporato” di Pinerolo (Torino); Liceo Scientifico “Amedeo di Savoia Duca d’Aosta” di Pistoia; Liceo Classico “M. T. Varrone” di Rieti; Liceo Scientifico “Michelangelo Grigoletti” di Pordenone; Liceo Scientifico Statale “C. Darwin” di Rivoli (Torino); Liceo “F. Filzi” di Rovereto (Trento); Liceo Statale “Francesco De Sanctis” di Salerno; Istituto di Istruzione Superiore “Fardella-Ximenes” di Trapani;  Liceo Ginnasio Statale “A. Canova” di Treviso; Istituzione Scolastica di Istruzione Liceale, Tecnica e Professionale di Verrès (Aosta). A loro si aggiunge il Gruppo di Lettura “La Scugnizzeria” di Scampia a Napoli.

Il vincitore della sezione La Quercia ottiene un premio di 10.000 euro. I finalisti della sezione Il Germoglio ricevono un premio di 2.500 euro ciascuno. Al vincitore va un ulteriore premio di 2.500 euro.

Le precedenti edizioni della sezione La Quercia sono state vinte da António Lobo Antunes (2018; Feltrinelli), Ian McEwan (2017; Einaudi), Amos Oz (2016; Feltrinelli), Javier Marías (2015; Einaudi), Martin Amis (2014; Einaudi), Alberto Arbasino (2013; Adelphi), Patrick Modiano (2012; Einaudi e Guanda), Premio Nobel 2014, Enrique Vila-Matas (2011; Feltrinelli).

Negli anni precedenti i vincitori della sezione Il Germoglio sono stati: Yu Hua (Feltrinelli) nel 2018; Laurent Mauvignier (Feltrinelli) nel 2017; Joachim Meyerhoff (Marsilio) nel 2016; Morten Brask (Iperborea) nel 2015; Andrew Sean Greer (Rizzoli) nel 2014; Melania Mazzucco (Einaudi) nel 2013; Romana Petri (Longanesi) nel 2012; Colum McCann (Rizzoli) nel 2011.

 

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i cinque finalisti della sezione Il Germoglio

 

 

L' estate del '78 - Roberto Alajmo - copertinaRoberto Alajmo

L’estate del ’78, Sellerio

Un pomeriggio d’estate Roberto Alajmo incontra la madre in una strada di Mondello. Non può immaginarlo, ma quello è un addio. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine».

Prendere per mano i lettori, invitarli in casa, guardare assieme le foto dell’infanzia, raccontare la parte più inconfessabile di sé e della propria famiglia. Roberto Alajmo ha trasformato un materiale intimo e doloroso nel romanzo di una vita.

Luglio 1978: lo scrittore è uno studente in attesa degli orali dell’esame di maturità, studia con i compagni a Mondello, vicino Palermo, e a fine giornata esce insieme a loro per riposarsi, rifiatare, mangiare un gelato. Una passeggiata di trenta metri e lì, seduta sul marciapiede, trova la madre. Lei lo guarda riparandosi dal sole con la mano. «Mamma, che ci fai qui?». È l’ultimo incontro tra Elena e suo figlio Roberto, il momento da cui scaturisce questo libro, l’investigazione familiare di uno scrittore su un evento che ha segnato la sua giovinezza e la sua maturità: l’esistenza intera. È la storia di un addio di cui il ragazzo non aveva avuto sentore, la ricerca di un senso per il commiato improvviso di una madre dal marito, dai figli, dalla vita stessa. Il ritratto di una donna che voleva afferrare il mondo, e il mondo le scappava dalle dita. Un dramma di disagio domestico come forse se ne consumavano tanti, in quegli anni, nel chiuso segreto degli appartamenti della borghesia italiana. È un racconto di grande originalità letteraria, attraversato da una suspense che a tratti toglie il respiro, da un’emozione attenta a trasformarsi in pensiero e parola, da un umorismo necessario ed elegante. Mai il lettore ha la sensazione di spiare dal buco della serratura il dolore altrui. E questo accade nonostante l’autore accompagni il testo con le foto di una famiglia come le altre, almeno all’apparenza. Alajmo condivide la sua indagine con noi, ci esorta ad appropriarci del suo passato, ad affrontare con lui il mistero del susseguirsi delle generazioni umane. «Statemi a sentire», sembra dirci. E non c’è altro che possiamo fare.

 

Roberto Alajmo, nato a Palermo nel 1959, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010). Con Sellerio ha pubblicato Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018) e Repertorio dei pazzi della città di Palermo (2018).

 

Motivazione

Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità.

Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del “privato dolore e del pubblico silenzio” di una donna moderna non convenzionale, che “voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano”. Il 1978 come anno di cesura familiare con la morte della madre, nella distanza dal figlio imposta dal “pudore di un anelito di affetto”. Il ’78 anche come cesura collettiva, con Roberto Alajmo che obbliga il lettore a ritornare alla tragedia nazionale della strage di Via Fani e della morte di Aldo Moro, un lavoro di memoria recuperabile di un’Italia che si separava dalla sua costruita e irreale innocenza.

 

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Inviata speciale - Jean Echenoz - copertinaJean Echenoz

Inviata speciale, Adelphi

Traduzione di Federica e Lorenza Di Lella

Trentaquattro anni, camicetta azzurra attillata, pantaloni skinny antracite, corto caschetto alla Louise Brooks – in una parola, incantevole. È così che ci appare Constance, poco attiva e poco qualificata, ma in compenso duttile, molto incline alle disavventure sentimentali e misteriosamente capace di scatenare, con la sua morbida svagatezza, l’imprevedibile. Una quindicina di anni fa, fra l’altro, Constance è stata l’interprete di un successo planetario, Excessif, una di quelle canzoni che fanno ballare il mondo intero, dalla Lapponia allo Yemen, e assicurano a chi le compone – nella fattispecie il suo ex marito, Lou Tausk – un’esistenza oziosa e dorata. Una canzone che tutti ricordano ma che continua a essere popolarissima, guarda caso, fra gli apparatcik della Corea del Nord, incluso uno dei consiglieri più influenti del Leader supremo, Gang Un-ok. Giovane, charmant, educato in Svizzera e presumibilmente aperto al dialogo con l’Occidente, Gang è insomma il bersaglio ideale del languido fascino di Constance, che dopo varie, e per noi irresistibili, peripezie finirà – agente segreto suo malgrado – in una opulenta villa di Pyongyang con la missione quanto mai rischiosa di sedurre Gang, e destabilizzare la Corea del Nord. Con Inviata speciale Jean Echenoz torna alla narrazione pura, e insieme al noir e alla spy story, di cui è da sempre appassionato, mettendo la sua impareggiabile ironia e tutte le scintillanti risorse della sua scrittura al servizio della più affettuosa celebrazione: «Sabotare per espandere, potrebbe essere il mio slogan» ha del resto dichiarato. Quel che è certo è che seguendo Constance da Parigi alla Creuse alla baia di Wonsan, dov’è ormeggiato lo yacht di Kim Jong-un, ritroveremo, miracolosamente, l’euforia della lettura.

 

Jean Echenoz, nato nel 1946 a Valencienne, dopo studi di sociologia e ingegneria civile, nel 1970 si trasferisce a Parigi. Il suo primo manoscritto viene accettato e pubblicato nel 1979 da Les Éditions de Minuit, allora diretta da Jérôme Lindon. I suoi primi quattro libri vengono presentati come esercizi di letteratura e omaggi ai codici di genere: Le Méridien de Greenwich per l’immaginario, Cherokee (1983) per il poliziesco, L’équipée Malaise (1989) per l’avventura e Lac (1989) per la spy story. I critici affermano che la sua opera è emblematica della “postmodernità letteraria”, movimento che nasce negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e rappresenta una volontà di rottura con la modernità.

 

Motivazione

Tra gli autori più versatili del moderno romanzo francese, Jean Echenoz è un virtuoso della scrittura, capace di passare dalla letteratura di genere alle vite di personaggi celebri trasfigurate in epici medaglioni. Con Inviata speciale tributa un omaggio alla spy story, proiettando una cantante pop (famosa in tutto il mondo per un’unica hit) in un bizzarro intrigo internazionale per destabilizzare la Corea del Nord. Commedia degli equivoci, teatro dell’assurdo e colpi di scena alla James Bond, si fondono in un intreccio che ha come fine ultimo la meraviglia del testo, il trionfo dell’ironia. E il piacere della lettura.

 

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La signora della porta accanto - Yewande Omotoso - copertinaYewande Omotoso

La signora della porta accanto, 66thand2nd

Traduzione di Natalia Stabilini

 

Marion e Hortensia sono come il diavolo e l’acqua santa: bianca e snob l’una, nera e scontrosa l’altra. Da quasi vent’anni sono vicine di casa a Katterijn, una zona residenziale di Città del Capo. A unirle è il successo ottenuto sul lavoro, in un’epoca in cui le donne in carriera erano rare: se Marion è riuscita ad aprire uno studio di architettura con più di trenta impiegati, Hortensia è diventata una «guru del design». A separarle due decenni di disprezzo reciproco e futili litigi. Fresche di vedovanza e con un piede nella tomba, le due vecchiette – l’Avvoltoio e la Terribile, come si chiamano tra loro – continuano a detestarsi apertamente, finché un evento inaspettato non le costringe a una convivenza forzata. Tra battibecchi quotidiani, sfoghi velenosi e i timidi tentativi di Marion di creare una complicità alla Thelma & Louise, l’ostilità si addolcisce e i rancori si trasformano lentamente nel terreno comune tra due donne forti capaci di farsi strada negli anni difficili della segregazione razziale. Con sguardo lieve e umorismo caustico, Yewande Omotoso dà vita a un racconto sull’emancipazione femminile, sull’impatto del colonialismo nella società sudafricana e, soprattutto, su una materia spesso elusiva: l’amicizia.

 

Yewande Omotoso è nata nel 1980. Originaria delle Isole Barbados da parte di madre, e della Nigeria da parte di padre, è cresciuta in Nigeria per poi trasferirsi in Sud Africa insieme alla sua famiglia. Si riconosce in un’identità culturale multipla, frutto della commistione di tradizioni e culture dei diversi paesi in cui ha vissuto da ragazza. Ha studiato architettura e scrittura creativa alla University of Cape Town, diventando prima architetto e poi scrittrice. Il suo primo romanzo (Bom Boy, non ancora edito in Italia) le è valso il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio.

 

Motivazione

La signora della porta accanto di Yewande Omotoso è un romanzo ambientato in un quartiere residenziale di Città del Capo. È la storia di due ricche vicine di casa – Marion, ebrea snob, e Hortensia, nera aggressiva – che per due decenni si sono detestate, evitando perfino di frequentarsi. La malattia, la vedovanza e una buona dose di “imprevisto” le costringono a superare il disprezzo reciproco e intraprendere un faticoso tentativo di solidarietà. Molto dell’esperienza personale di Yewande Omotoso confluisce nel romanzo: come Marion, l’autrice è architetta e, come Hortensia, ha trascorso in Inghilterra gli anni della propria formazione; e sullo sfondo passano la storia della fine dell’apartheid e tutti i problemi della riconciliazione col proprio passato, che Yewande Omotoso ha vissuto sulla propria pelle. Ma soprattutto colpisce la sua capacità di elaborare con taglio vivacemente cinematografico due formidabili ritratti al femminile, che fanno venire in mente le complicità della coppia Thelma e Louise e i taglienti dialoghi di A spasso con Daisy.

 

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Il silenzio della collina - Alessandro Perissinotto - copertinaAlessandro Perissinotto

Il silenzio della collina, Mondadori

 

Domenico Boschis è nato nelle Langhe, ma da molti anni ormai la sua vita è a Roma, dove ha raggiunto il successo come attore di fiction TV. Una notizia inaspettata lo costringe a tornare tra le sue colline: il padre, col quale ha da tempo interrotto ogni contatto, è malato e gli resta poco da vivere. Il vecchio non riesce quasi più a parlare, ma c’è una cosa che sembra voler dire al figlio con urgenza disperata. «La ragazza, Domenico, la ragazza!» grida, per scoppiare poi in un pianto muto. Chi è la ragazza che sembra turbarlo fino all’ossessione? Mentre Domenico riprende confidenza con la terra in cui è cresciuto e cerca di addomesticare i fantasmi che popolano i suoi ricordi d’infanzia, si imbatte in un fatto di cronaca avvenuto cinquant’anni prima a una manciata di chilometri da lì. La protagonista è proprio una ragazza: ha tredici anni quando, una notte di dicembre del 1968, viene “rubata” da casa sua. Di lei non si sa nulla per otto mesi, poi la verità emerge con tutta la sua forza. È possibile che sia il ricordo della tredicenne a perseguitare il padre di Domenico? E se così fosse, significa che il vecchio ha avuto un ruolo nella vicenda della ragazza? Lui l’ha sempre considerato un cattivo padre; deve forse cominciare a pensare che sia stato anche un cattivo uomo?

Nel solco del romanzo-verità tracciato da Carrère con L’avversario, Alessandro Perissinotto prende le mosse da una storia realmente accaduta, raccontata dai giornali dell’epoca e poi colpevolmente dimenticata, innestandola però su un impianto romanzesco. Così facendo, rompe il silenzio sul primo sequestro di una minorenne nell’Italia repubblicana, in un libro feroce e al tempo stesso necessario per capire da dove viene la violenza sulle donne, per comprendere che, contro quella violenza, sono gli uomini a doversi muovere.

 

Alessandro Perissinotto, nato a Torino nel 1964, si laurea in lettere con una tesi in semiotica e inizia a dedicarsi al mondo della multimedialità. Pubblica con Gian Paolo Caprettini il Dizionario della fiaba. Nel 1997 inizia a pubblicare libri di narrativa che vengono definiti romanzi polizieschi: L’anno che uccisero Rosetta, La canzone di Colombano, Treno 8017, e Al mio giudice (2004). Nei successivi romanzi Una piccola storia ignobile, L’ultima notte bianca e L’orchestra del Titanic (Rizzoli) le indagini sono condotte dalla psicologa Anna Pavesi. Tra i libri successivi: Semina il vento (Piemme), Lo sguardo oltre l’orizzonte, Le colpe dei padri (Piemme, 2013), secondo al Premio Strega, Coordinate d’oriente (Piemme, 2014), Quello che l’acqua nasconde (Piemme, 2017). Parallelamente, dal 2016, scrive con lo pseudonimo di Arno Saar romanzi polizieschi ambientati in Estonia con protagonista il detective Marko Kurismaa: Il treno per Tallinn e La neve sotto la neve. È docente universitario a Torino.

 

Motivazione

L’ultimo inestimabile attimo in cui la memoria ti offre uno spiraglio, e l’attimo in cui decidiamo di infilare quello spiraglio per risalire i decenni e scoprire quale dolorosa verità si nasconde laggiù in fondo. Il romanzo di Perissinotto vive di questo spiraglio. Ormai cinquantenne, una carriera d’attore televisivo a Roma, Domenico ritorna nelle Langhe, le dolci colline dov’è nato e dove suo padre sta morendo di cancro: è un’inesorabile, commovente corsa contro il tempo – la malattia che s’aggrava, il corpo che si sgretola, l’autoritaria e prepotente bocca paterna che infine si schiude per spalancare un segreto. Il segreto di quella ragazzina scomparsa, e non solo. Per Domenico è un tuffo vertiginoso nelle memorie d’infanzia, una lacerante presa di coscienza sull’identità del padre e della sua terra. Quello che leggiamo è il condivisibile, auspicabile sforzo di un singolo che, ricostruendo i misteri di un’epoca e riscrivendo i propri ricordi, spezza il silenzio colpevole di una collettività capace – quando vuole – di seppellire ogni male. Il silenzio della collina è un romanzo che infatti si confronta con quel male all’apparenza sempre lontano eppure vicino, vicinissimo. Un romanzo che sembra spingerci a credere che il racconto, laddove si confronta coi fatti, sia ancora capace di emendare le colpe del reale attraverso l’esercizio della memoria.

 

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Cox o il corso del tempo - Christoph Ransmayr - copertinaChristoph Ransmayr

Cox o Il corso del tempo, Feltrinelli

Traduzione di Margherita Carbonaro

 

Il grande imperatore cinese Qiánlóng, l’uomo più potente dell’epoca, invita alla propria corte a Beijing il celebre orologiaio inglese Alister Cox. Vuole che costruisca per lui preziosi e raffinatissimi strumenti che sappiano misurare le diverse velocità con cui scorre l’esistenza umana, nei suoi svariati momenti: il tempo dell’infanzia, dell’amore, della felicità, della malattia e del morire. E, infine, un orologio capace di misurare persino l’eternità. Sullo sfondo dello splendido diciottesimo secolo cinese, Christoph Ransmayr racconta l’incontro di due figure storiche che, nella realtà, non si incontrarono mai. La potenza del racconto dà vivace corpo a una suggestiva riflessione sullo scorrere della vita, in una lingua elegante e precisa quanto i delicati dispositivi che scandiscono il tempo. “Il Maestro Alister Cox era invitato, a nome del Figlio del cielo e sommo imperatore Qiánlóng, a recarsi alla corte di Beijing e a prendere alloggio, primo uomo occidentale, in una Città proibita per crearvi, secondo i progetti e i sogni dell’Eccelso sovrano, opere mai viste per il supremo e massimo cultore e collezionista di orologi e automi.” “La potenza e l’eleganza della lingua di Ransmayr.” Frankfurter Allgemeine

 

Christoph Ransmayr, nato a Wels nel 1954 e cresciuto nelle zone rurali dell’Alta Austria, ha studiato filosofia ed etnologia a Vienna dal 1972 al 1978. È stato redattore culturale del periodico Extrablatt dal 1978 al 1982, anno in cui ha esordito nella letteratura con il saggio Radiosa fine scritto a quattro mani con Willy Puchner. Autore di numerosi romanzi e saggi tradotti in oltre trenta lingue, la sua opera più celebre è probabilmente Il mondo estremo, romanzo che prende spunto dalle Metamorfosi di Ovidio per narrare la vicenda di Cotta, suo ammiratore perso nei labirinti della città eccesiva di Toma tra i personaggi del poema epico. Tra le sue opere principali: Der Wolfsjäger. Drei polnische Duette con Martin Pollack (2011), Atlante di un uomo irrequieto (Feltrinelli, 2015), Gerede: Elf Ansprachen (2014). È autore per le riviste Geo, Merian e TransAtlantik, e dal 2006 risiede a Vienna.

 

Motivazione

Cox o il corso del tempo di Chrisoph Ransmayr è un romanzo storico in cui si svolge un’intensa interrogazione dello scorrere del tempo, dell’alterità e della distanza del passato, dell’identità di mondi lontani e inaccessibili. Vi si intrecciano storia e geografia, l’occidente del XVIII secolo, da cui proviene l’orologiaio inglese Cox con i suoi congegni, che si reca in Cina su invito dell’imperatore Qiánlóng, e l’oriente misterioso della corte cinese e della Città Proibita di Pechino. Con rigorosa misura stilistica, con un linguaggio la cui forza espressiva si percepisce anche nella traduzione, l’autore dà voce ad un tempo e ad uno spazio tanto lontani dall’atto della sua scrittura e dallo sguardo del lettore contemporaneo: ma nello stesso tempo giunge a rappresentarne i più precisi particolari con una formidabile evidenza visiva. Nella difficoltà e nelle diversioni dello scambio e della comunicazione tra l’universo meccanico dell’orologiaio e le modalità di vita di quella Cina remota, in un alternarsi tra il balenare di implacabile violenza e lo spettacolare dispiegarsi di esotiche meraviglie, di controllati paradisi cortigiani, nell’impegno a costruire una sorta di orologio assoluto e totale, espressione del potere dell’imperatore come Signore del tempo, si proietta il sogno impossibile di una riproduzione e moltiplicazione delle forme del tempo e dell’esistenza, di un riscatto delle vite perdute, di un dominio umano sull’inevitabile fuggire dell’esperienza.

 

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