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NON HO TEMPO DA PERDERE di Giuseppe Artino Innaria (intervista)

aprile 17, 2019

Intervista a Giuseppe Artino Innaria, autore di Non ho tempo da perdere (Prova d’Autore)

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di Simona Lo Iacono

Un esordio letterario sorprendente, quello di Giuseppe Artino Innaria, magistrato del Tribunale di Catania, e – da sempre – lettore appassionato. Il suo romanzo, “Non ho tempo da perdere” (che vede la luce per i tipi di Prova d’autore, grazie alla stoffa  da vero scopritore di talenti di Mario Grasso [entrambi nella foto in basso: ndr]) trascina il lettore nel grembo delle irrequietezze di un uomo dei nostri tempi, alle prese con i risvolti – spesso dirompenti – della ricerca di senso.

Il libro (già presentato a Siracusa il 6 Aprile presso la sala convegni ISISC, e impreziosito dagli interventi, nel ruolo di relatore dal prof. Massimiliano Magnano, e dall’interpretazione del bravissimo attore Sebastiano Lo Monaco che ha letto i testi), è stata l’occasione gradita per volgere all’autore qualche domanda.

– Caro Giuseppe, da quale ispirazione nasce il romanzo?

Non ho tempo da perdere è stato partorito da uno stato d’animo preciso, vissuto a ridosso dei miei quarant’anni, una sorta di risveglio da un lungo torpore, misto a indolenza. Di colpo, nell’aprile del 2009, avvertii un mutamento nella percezione del tempo, sentito non più come risorsa abbondante bensì come bene limitato, a scadenza, piccolo tesoro da impiegare proficuamente e non sprecare. Capii, tutto d’un tratto, che ero passato da una fase in cui potevo dirmi “Hai tutta una vita davanti!” ad un’altra in cui “Sbrigati! Non hai più tempo da perdere!”. Nel mentre, leggevo Sillabari, di Goffredo Parise, ed un passaggio mi colpì. Un poeta ormai vecchio e quasi folle concentra la sua attenzione sulla foto di una réclame, in cui compare una coppia di ventenni: a tutta prima, non si comprende il suo interesse per il polso nudo del ragazzo, poi finalmente si apprende che quel polso non solo era sprovvisto di orologio ma non lo indossava abitualmente, tant’è che era abbronzato. Quel vegliardo, con un’immagine più efficace delle parole, mostrava l’incuranza, o meglio dire la strafottenza, del ventenne verso il tempo.

Quella sensazione di un tempo cambiato ha gettato il seme di una crisi interiore. A quarant’anni, se non sei sposato e non hai famiglia né figli, ti interroghi se non ti manchi davvero qualcosa, se la tua solitudine basti veramente a se stessa. Cosi, a poco a poco, ha preso corpo il mio alter ego, Salvatore, il protagonista del libro, alle prese con il bilancio di una esistenza, alla soglia dei suoi quarant’anni, che tenta di trovare un senso alla sua storia con Monica, e soprattutto, forse, un senso alla sua vita intera.

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– Che collegamento c’è tra la crescita interiore del protagonista, la sua graduale presa di consapevolezza della realtà, e il tempo che attraversa?

Salvatore si accorge che la sua vita e la sua relazione sentimentale con Monica sono impantanate in un presente senza prospettiva, senza proiezione nel futuro, ma questo immobilismo gli va comodo, non ha nessuna intenzione di schiodare. Il suo percorso di autoanalisi non è immediato. In prima battuta, ribalta su Monica le accuse che dovrebbe muovere a se stesso. Invece, è lui immobilizzato nel presente, al punto che quando Monica, più consapevole della palude in cui è caduto il loro rapporto, spinge per un passo in avanti (una convivenza o forse qualcosa di più, il matrimonio), il fragile equilibrio di coppia si sgretola. Salvatore, inevitabilmente, viene avviluppato da una spirale di riflessioni, in cui prende piena coscienza del vuoto della sua esistenza, dello spreco che ha fatto della sua libertà, della barriera egoistica che lo separa dagli altri. L’aspra verità è che non è disposto a cedere nemmeno un millimetro del suo spazio individualista, gli piace regnare sovrano su un territorio precluso ai suoi simili. Ma questo regno, in cui gli ideali sono svaniti, in cui i sogni sono spenti, in cui l’incanto del mondo è smarrito, assomiglia più ad un deserto di noia che ad un giardino fiorente. Urge avere una reazione, uscire fuori dall’ombra in cui si è cacciato. Non a caso, di tanto in tanto, ritorna il refrain di una canzone di Vasco Rossi, quasi la colonna sonora del romanzo: Voglio trovare un senso a questa vita / Anche se questa vita un senso non ce l’ha / Voglio trovare un senso a questa storia / Anche se questa storia un senso non ce l’ha. Ed infatti, su Salvatore, come su ogni suo contemporaneo, incombe una domanda di senso, cui è impossibile sottrarsi ma altrettanto difficile dare una risposta.

– In che modo, a tuo avviso, l’esperienza della paternità – o anche della mancata paternità – si inserisce nel percorso di maturazione del protagonista?

L’orologio biologico fa scattare in Salvatore il desiderio di paternità, che è qualcosa di più di un mero istinto naturale, è pure il tentativo di rintracciare un senso, cui aggrapparsi, di ridare progettualità alla propria esistenza, di imprimerle una direzione ed un destino, ma i mille interrogativi, con i quali circonda questo suo impulso ad essere padre, sono il chiaro indice che la sua è soltanto velleità. Tuttavia, questo desiderio incompiuto, che forse è destinato a rimanere tale, è la chiave di volta della sua evoluzione, perché gli consente di capire dove si è smarrito e dove può ritrovarsi. Negli occhi pronti alla fantasia ed alla meraviglia di quel bambino, che ha smesso di essere, sta la capacità inesauribile di sognare ed entusiasmarsi, che unica può riaccendere l’incanto del mondo e la voglia di progettare il futuro. Soprattutto quel bambino che ancora non c’è reclama attenzione, lo avverte che solo il prendersi carico degli altri, l’uscire dal proprio guscio per condividere sentimenti e responsabilità sono la premessa di una vita densa di significato.

– Quali sono i nodi, a volte contorti, da recidere per dirsi approdati a una visione nuova della propria esperienza umana?

La libertà per funzionare ha bisogno del supporto della conoscenza. Allora, l’imperativo è quello dell’oracolo di Delfi – “Conosci te stesso!” -. In verità, il peggiore peccato capitale lo si compie quando si mente a se stessi, quando non si ha il coraggio di affrontare la realtà, spesso dura e amara, del proprio essere. Non si può guarire dai propri mali esistenziali senza una sincera critica di se stessi.

Ogni momento della propria esistenza dovrebbe essere accompagnato da estrema lucidità, da una consapevolezza di sé e dall’esercizio di autoanalisi. Se fossimo sempre presenti a noi stessi, non sciuperemmo il tempo, non ci lasceremmo andare, avremmo sempre presente l’idea della nostra vita, come l’abbiamo sognata, e non la tradiremmo.

L’altro peccato mortale è la pigrizia, la paura del cambiamento, che è l’anticamera della noia. Occorre avere il coraggio di voltare pagina. La sicurezza dell’abitudine, è questo un altro nemico da combattere.

Il terzo nodo da sciogliere è la chiusura. Verso l’altro, verso il mondo. E forse, sopra ogni altra cosa, verso il trascendente.

– Il libro si chiude con una carezza, una speranza. Ma quali sono i nemici della speranza?

La confessione di Salvatore, scritta in prima persona, dichiarando il proprio nome fin dall’inizio e firmando il testo alla fine, è un atto di catarsi del proprio io, un bagno di umiltà prima di andare incontro all’altro, al mondo fuori. Salvatore incontra nel sogno due bimbi e li abbraccia protettivo, poi si rimette in cammino e lo fa, nella realtà, con il rito del viaggio, con un pellegrinaggio verso una figura simbolo della fede in un ideale, Nelson Mandela.

Chi sono i nemici della speranza di Salvatore, della speranza di noi tutti?

I violenti, i nemici della felicità, tutti quelli che convertono quotidianamente il weberiano disincanto del mondo nella falsa moneta del profitto, i nichilisti ed i materialisti, gli annientatori della natura e delle comunità, i malevoli teppisti dei sogni altrui.

Eppure, io penso che non l’avranno mai vinta, finché qualcuno avrà l’audacia di intraprendere, per dirla con Mandela, “un lungo cammino verso la libertà”, non una libertà negativa, finta, come quella che oggi ci viene promessa, ma una libertà positiva, per qualcuno e per qualcosa per cui valga la pena vivere e morire.

– Grazie caro Giuseppe e in bocca al lupo per questo tuo magnifico esordio!

[ © Simona Lo Iacono ]

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Dalla prefazione al testo di Simona Lo Iacono:

“ ….Scritto come un flusso di coscienza lucidissimo e disarmato, “Non ho tempo da perdere” è più che un esordio narrativo per Giuseppe Artino Innaria.

Piuttosto, è un romanzo della maturità, il libro di chi ha trascorso già molte ore a scrivere dentro se stesso.

Giuseppe Artino imbastisce infatti le domande non solo di un uomo contemporaneo – costretto a fare i conti con lo sfagliarsi delle certezze, con il crollo delle ideologie e dei punti tradizionali di riferimento – ma di un’intera società, messa alle strette dall’abbondanza di cose e dalla carenza di “senso”.

Il suo romanzo è quindi – allo stesso tempo – cronologia di questa ricerca, strumento di essa e approdo. Come se la scrittura, per il fatto di dare ordine all’ignoto, di imprimere un significato al caos, fosse anche l’unica dispensatrice della verità.

Ed ecco. Il tepore dell’estate riprende ad accarezzargli la schiena, l’aria è odorosa, tutto congiura per immettere finalmente nel suo pensiero un seme di semplicità.

E’ dovuto scendere negli inferi della noia per ritrovarsi. Ha dovuto scavalcare le insidie della propria autodifesa. Ha dovuto imparare a credere che i riflessi della propria immagine siano dei fratelli o, forse, altrettanti bambini.

Ma ce l’ha fatta.

Ora che l’alba ha ripreso ad essere quel che deve – un’ elargitrice generosa non di ombre, ma di luci – Giuseppe Artino guida Salvatore verso una strada da percorrere, verso un sospiro che si arrende: stupefatto, lieve.

Non si volta indietro perché non ha tempo da perdere, ma anche perché questo tempo che attraversa e in cui gli è stato dato da vivere non è più una quantità, né un campo su cui conficcare le croci dei vivi e dei morti. 

Piuttosto, è la misura del coraggio che avrà di fare un nuovo viaggio, di scardinare le certezze acquisite, di abbracciare i dubbi – di amarli –  riconsegnandosi finalmente a se stesso”.

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Giuseppe Artino Innaria, è nato nel 1970 a Sesto San Giovanni (MI), allora città operaia della cintura milanese, figlio di emigrati siciliani. All’età di nove anni la sua famiglia è ritornata nel paese di origine, Militello Rosmarino, un piccolo centro in provincia di Messina. Si è laureato all’Università La Sapienza di Roma nel 1994. Dal dicembre 1997 lavora in magistratura. Attualmente è  giudice civile del tribunale di Catania.

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