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MORIRE IL 25 APRILE di Federico Bertoni (un estratto)

aprile 24, 2019

In occasione del prossimo 25 aprile pubblichiamo le prime pagine del romanzo MORIRE IL 25 APRILE di Federico Bertoni (Frassinelli)

 * * *

Pace
25 aprile 2001

C’è un tonfo, un crollo,
le cose grevi
che cadono nel buio:
sassi
pietre
corpi morti,
nell’acqua delle notti,
nell’acqua nera dei sogni.
Lei grida, lo chiama,
io scendo
le scale che si avvitano
e girano
come nei quadri
dove la prospettiva è un trucco
e l’occhio un grande illuso:
si sale, si scende
dove lo spazio è solo un foglio,
l’imbroglio del pittore
e la voglia
la nostra eterna voglia
di fare un mondo che non c’è.
Io scendo, e sta lì,
per terra,
ma non c’è più: è caduto
a terra
con il tonfo e il crollo
di sassi e pietre e corpi morti
nell’acqua delle notti,
nell’acqua nera dei sogni.
Lo stringo, lo tiro,
lo metto seduto
come una bambola di piombo
mentre tutto si rilascia
e il liquido si spande sulla stoffa:
è questa − lo sapevo − l’acqua nera dei sogni,
tutto quel che resta
di un mondo
di un nulla
di chi non c’è più.

 * * *

Aprile

Alla fine lui è morto, e io sono rimasto indietro. Mi sono attardato lungo il tragitto e adesso mi tocca forzare il passo, sgusciare tra le schiene ricurve dei dolenti per inseguire il capobanda che guida la marcia, laggiù, nella nebbia, con la sua mazza dorata che dà il ritmo ai piedi e alla grancassa.
Bum! Bum! Bum, bum, bum!
Ma perché sono così indietro? Accelera, voglio andare avanti, stargli vicino, sentire bene. Non sono mai stato a un funerale con la banda.
Bum! Bum! Bum, bum, bum!
Poi riattacca. A passo di marcia, sulle note della banda. Una bella storia di risvegli, fughe, corpi sepolti, fiori sul monte e genti che passeranno. Chissà perché questa canzone mi rende sempre così allegro, anche nei momenti tristi. Ora la sento bene. La sento che mi si arrotola in gola, qualcosa che si rompe, le labbra che si aprono a comando: Una mattinaaa, mi son svegliatooo… E allora sì, la canto. La canto ad alta voce, e pure piango, non me ne importa nulla, ho il cuore gonfio come un pallone e canto e piango, qualcosa mi trabocca in gola e lo sputo fuori così, a passo di marcia, sulle note della banda. Su la testa. Alza la voce. Guarda lontano. E canta: Una mattinaaa, mi son svegliatooo… Che mi sentano pure, questi signori incappottati, professionisti e possidenti e nullafacenti, tutti diritti e pretese e privilegi e certo, ci giurerei, il voto in tasca a forzitalia. Che se ne vadano a casa senza stare qui a fare gli ipocriti dolenti, solo perché c’è tutto il paese e non si poteva non venire, non stava bene, perdiana. Io canto, anche se ai funerali non si canta: E ho trovato l’invasooor! Canto anche se sono triste, perché questa canzone mi rende sempre così allegro. Canto e piango: O partigianooo, portami viaaa… Canto e mi faccio largo tra tutto questo nero, questa massa di stronzi, via, fuori dalle palle, le schiene, i cappotti, i visi contriti, le mani intrecciate, il formicolio della nebbia sul viso, lacrime che traboccano sul mondo. Canto e piango e cammino: O partigianooo, portami viaaa… Canto e adesso l’ho quasi raggiunta, la mazza dorata, scettro nella nebbia, il prete e la bara e il capobanda, la fine del viale alberato che si apre nello spiazzo davanti alla chiesa. E alla fine sono qui, amico mio, non resterò più indietro: Che mi sento di moriiir!
Silenzio.
Tutti fermi, tranne lo scalpiccio degli ultimi che avanzano, si addensano, si spandono nello spiazzo a ventaglio sbilenco. Intorno, a far corona, il cerchio di cipressi e i mausolei kitsch dei notabili locali, con marmo e granito, vetrate artistiche, bassorilievi, fregi, mosaici, pax aeterna e requiescant in pace.
Il presidente dell’ANPI fa un discorso breve, sobrio, emozionato, con foglietti tremanti che accartoccia tra le mani. Bravo: niente retorica. E poi era un tuo amico, sarebbe sciocco andarsi a intrombonare proprio adesso, anche se tutto – morte, banda, folla, bandiere, mausolei – inviterebbe a farlo. Bravo, ripeto; e ora andiamo dentro e non pensiamoci più.
«Pensa il destino, morire il 25 aprile.»
«Pazzesco. Ma com’è stato?»
«Niente, è crollato a terra come un sasso. E poi era morto.»
Dentro la terra, sotto la terra, zolle di terra che franano sul legno, cascate di terra sul corpo che si raccoglie laggiù, piantato finalmente a marcire sotto la terra, dentro la terra, nei secoli dei secoli in mezzo alla terra. In saecula saeculorum, cioè. Amen.
«C’è stato un gran tonfo. Nient’altro. Un colpo tremendo.»
«Magari non ha sentito nulla.»
«Probabile. E in fondo il 25 aprile è un giorno come un altro per morire.»
E la terra scende, zolle e frane collose spinte dalla pala; nasconde finalmente quel corpo piantato lì come uno spropositato seme marcescente, che forse quest’anno germoglierà. Ormai è fatta. La banda non suona più, ha esaurito il repertorio: Fischia il vento, Il Piave, Il silenzio. E allora via, tutti a casa, rompete le righe, poiché il nemico irruppe a Caporetto. E anche perché ormai scende la terra, e tutto è sotto la terra, dentro la terra, nei secoli dei secoli in mezzo alla terra.
È davvero il mese più crudele.

(Riproduzione riservata)

© Frassinelli

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Morire il 25 aprile - Federico Bertoni - copertinaLa scheda del libro – “Morire il 25 aprile” di Federico Bertoni (Frassinelli)

Giuliano Romanini muore il 25 aprile di un anno qualunque all’inizio del nuovo millennio. Muore in un’Italia incupita e divisa, individualista e rassegnata, che non assomiglia a quella per la quale Romanini aveva combattuto durante la Resistenza. Ma il narratore del romanzo sa che il vecchio partigiano non era tipo da ricordi edulcorati. Chi era davvero? Un eroe? Un bandito? Combattente per la libertà o violento rancoroso e vendicativo? Forse l’una e l’altra cosa. Ed è forse per i tanti, troppi silenzi; per le tante, troppe ipocrisie, che poi le cose, nell’Italia del dopoguerra, non sono andate come si credeva, come si voleva, come sarebbe stato giusto. “Mettere ordine nella vita di un altro, un padre putativo”, come scrive Wu Ming 2, “sembra il requisito per orientarsi nella propria, ma è chiarendo a sé stesso cosa chiedere al domani che il protagonista ottiene una risposta dal passato. Ricostruire la vita di Romanini, affrontarne i nodi irrisolti, fronteggiare i fantasmi sembra diventare per il narratore un modo per capire il presente alla luce del passato, e per capire sé stesso attraverso le contraddizioni di un “eroe” della Resistenza.

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Federico Bertoni è nato a Fidenza nel 1970. Appassionato di finzioni narrative, insegna Teoria della letteratura all’Università di Bologna e si occupa soprattutto della tradizione del romanzo moderno. Da anni studia e racconta anche la storia della letteratura della Resistenza. Tra gli altri saggi, ha pubblicato Realismo e letteratura (Einaudi 2007) e Universitaly, La cultura in scatola, Laterza 2016. E’ membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello. Questo è il suo primo romanzo.

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