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DOMANI di Paolo Sidoti

maggio 3, 2019

DOMANI: il nuovo romanzo di Paolo Sidoti

 * * *

di Carlo Vaccazzi

Il nuovo romanzo “Domani”, di Paolo Sidoti, sarà presentato in anteprima il 17 Maggio alle ore 16:30 all’auditorium “C. Marchesi” del Palazzo della Cultura del Comune di Catania in Via Vittorio Emanuele n. 121. Oltre all’autore interverranno il giornalista Rai, Nino Amante che intervisterà l’autore cogliendone l’aspetto narrativo e letterario, e l’attore Enrico Pappalardo che leggerà alcuni brani del thriller.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene.

-Qual è la motivazione di questo tuo nuovo lavoro?
“Domani” nasce dalle continue richieste dei lettori del precedente romanzo “Pietra Lavica”, di poter vedere la storia e i personaggi evolversi e continuare in un percorso narrativo che definisca e chiarisca alcuni aspetti misteriosi di quello che li aveva entusiasmati e che avevano appena finito di leggere.Qualcuno mi ricordava che quasi tutti i sequel sono stati dei flop. Scriverlo è stata una bella sfida, una fantastica avventura narrativa, esplorando mondi, temi e personaggi lontanissimi.

-Quindi dopo aver raccolto consensi con altri romanzi e racconti di altro genere, sei ritornato al thriller!
Sì! Ma ho accettato di scrivere il sequel rispettando alcune condizioni:
Non doveva assolutamente essere una copia del precedente.
Doveva essere autonomo dal primo per rispetto dei nuovi lettori.
Trama, personaggi, ambientazioni e tematiche fuori da quelli attesi.
Divertirmi a scriverlo.

Chi l’ha già letto in anteprima mi ha confermato di essere riuscito nei miei intenti.
-Qualche anticipazione per i nostri lettori?

L’inizio di “Domani” è quello di un ambiente di forte degrado umano e urbano.  Un campo di zingari, lo sfruttamento degli esseri umani, i lavavetri delle auto ferme ai semafori della città. Terre di confine ai margini della società, ma anche di forte solidarietà, gli amori disperati, la fede, il solenne percorso religioso della processione della Santa e i rituali pagani del mondo dell’occulto.

 -Quindi un viaggio verso territori di forte contrasto sociale e degli ultimi? Degli emarginati?
Quelli che tutti i giorni facciamo finta di non vedere. Ma il filo logico del racconto attraversa anche realtà diverse: Roma, Lugano, Milano, la Normandia, Buenos Aires, i campi profughi libanesi di Beirut, la città canadese di Toronto, il porto di Marsiglia e il nord Africa.
Perché la città dove si svolge gran parte del romanzo, insieme al protagonista troveranno un riscatto nel corso di un avvincente finale, uno di quelli che non ti aspetteresti mai. In fondo chi scrive restituisce attraverso la narrazione l’immaginario e il desiderio collettivo.

-Ci dici qualcosa sul protagonista?
E’ un uomo che si sveglia dentro una sudicia baracca all’interno di un campo zingari dopo aver lottato per giorni e giorni tra la vita e la morte. E’ ferito e si accorge di aver perso la memoria e di non sapere chi sia. Dopo averla ritrovata scopre di non essere quello che si aspettava. Un amara considerazione che esce dalle pagine del romanzo per toccare le nostre vite di tutti i giorni. Grazie ad una profezia troverà la sua vera vita. Abbraccerà tutte le emozioni e i sentimenti di un uomo che ama, spera, cade e risorge per trovare nella sua nuova vita la bellezza assoluta. Il suo vero nome sarà rivelato ad un punto preciso del romanzo.

-Nelle note di copertina hai scritto che Catania è al centro di un intrigo internazionale. Puoi dirci qualcosa in più?    
C’è un oggetto, concepito da un famoso fisico di Catania, che spinge uomini potenti e senza scrupoli ad impadronirsene per dettare le regole di una nuovo potere economico, attraverso l’utilizzo di una risorsa energetica pulita, economica e infinita. Ancora una volta la narrazione trova un aggancio scientifico nella nuova fisica, e letterario nel teorema di Leonardo Sciascia sulla scomparsa di Ettore Majorana. I suoi dossier redatti dai servizi segreti italiani, dalla polizia e dal Vaticano, sono ancora segretati.

 -Dopo la fine del romanzo c’è una dedica. Ne vuoi parlare?
La dedica tocca uno dei sentimenti che ha ispirato la sua scrittura: “A tutte le anime scomparse in silenzio da questo mondo senza che nessuno abbia mai ascoltato la loro voce”. Come il massacro dei Catari con più di un milione di persone uccise nel XII secolo perché considerati eretici. Terribile metafora per la tragedia contemporanea dei migranti nei campi profughi del medio Oriente.

 -Hai definito “Domani” un romanzo corale e di grande respiro, per il numero di personaggi. Ci descrivi brevemente qualcuno di loro?
“Tina” è un personaggio controverso, è una giovane donna che si è presa cura dell’uomo senza memoria quando è stato trovato ferito. E’ bella, bionda, con gli occhi azzurri e la pelle bianca come avorio. Esce sempre la sera, truccatissima e vestita in maniera volgare e rientra la mattina presto, quasi sempre all’alba. Per questo personaggio mi sono ispirato alla documentazione sulle prostitute dei paesi dell’Est, vendute giovanissime dai loro genitori, ricattate e rese schiave del sesso. La triste storia di una di loro mi ha colpito particolarmente e ha vestito gli abiti di Tina.

-Questi personaggi vengono descritti nei minimi particolari, fino a farli sembrare veri. Usi qualche tecnica in particolare?
L’osservazione di modelli che incontro, l’immedesimazione, la ricerca e la documentazione su profili di cronaca. “Bianca” è un personaggio chiave. E’ una suora che ha lasciato l’abito religioso, si chiamava “Suor Celestina”, adesso è una volontaria nei campi profughi del Libano.  Mi sono ispirato nei modi e nell’abbigliamento ad una persona realmente incontrata. “Aveva un aspetto giovanile, era magra, di piccola statura e di una bellezza sfiorita, come dei fiori lasciati in qualche angolo di casa che conservano nei colori attenuati dal tempo le tracce di una freschezza perduta. Aveva i capelli corti e neri con alcune ciocche bianche, grandi occhi neri e vivaci incorniciati da profonde occhiaie, un viso espressivo anche senza nessun segno di trucco. Portava dei sandali di cuoio marrone stile francescano, su cui s’intravedevano delle calze di cotone grigie. Aveva uno zainetto di tela colorata che teneva sulle ginocchia.

-Altri personaggi?
Alain Breil detto Arcangelo, un killer dal bellissimo aspetto e dalla ferocia e crudeltà di un demonio. Giuseppe Nicotra, ex giornalista che diventerà il gran maestro di un vecchio ordine cavalleresco medievale sopravvissuto fino ai nostri giorni. Il conte Philippe Monfort un personaggio oscuro, che si vanta di essere il discendente dei crociati. Francisco Hambrin detto “El General” un  pericoloso narcotrafficante sud americano. L’ispettore Guerra e la sua perseveranza. Il professore in pensione Umberto Samperi e i suoi segreti. Il vecchio Ivan, il capo del campo degli zingari, con i suoi denti d’oro. Marcelo Rodríguez, detto “Polaroid” un sicario che collezionava le foto delle sue vittime, che non guardava mai negli occhi perché portava male.

-Progetti letterari per il futuro?
Un nuovo romanzo ancora in fase di studio e di ricerche. Sarà un romanzo d’amore ambientato a Firenze.

IL PRIMO CAPITOLO DEL ROMANZO

Capitolo  1

“ Il campo degli zingari ”

Era pericoloso stare in mezzo alla strada a chiedere agli automobilisti pochi spiccioli per aver lavato i vetri delle loro auto, durante la breve sosta al semaforo rosso. Ai loro occhi doveva sembrare un povero idiota perché alle imprecazioni, l’uomo opponeva il suo sguardo spento e assente. Indossava degli abiti logori e calzava delle vecchie scarpe sporche di fango, zoppicava vistosamente trascinando tra l’indifferenza della città la sua misera vita.
Anche questa giornata volgeva al termine, tra poco sarebbe passato il solito furgoncino scassato a prenderlo insieme agli altri, l’autista gli avrebbe chiesto l’incasso del giorno in cambio di uno squallido posto dove dormire e due miseri pasti al giorno.
Sotto un tetto di lamiera arrugginita e pareti di legno ammuffito, l’uomo mangiava della pasta al pomodoro fredda che oltre ad essere appiccicosa non aveva nessun sapore. Finalmente tra poco sarebbe andato a dormire per poi l’indomani mattina ricominciare quel calvario che difficilmente poteva definirsi vita.
Era tutto il suo mondo e tutto quello che aveva. Non ricordava niente di sé, ignorava anche perché si trovasse proprio lì e da tempo aveva anche smesso di chiederselo.
A volte prima che arrivasse l’autista, gli altri scappavano con l’incasso del giorno ma lui era rimasto sempre fedele e ubbidiente come un cane legato alla catena. Sentiva una sottile riconoscenza verso i suoi aguzzini. Aveva provato anche a somigliargli nel loro modo spavaldo e arrogante di atteggiarsi ma senza mai esserci riuscito. Sapeva, nel profondo della sua anima, che solo la sua vera identità poteva spezzare quella catena invisibile che lo legava a quel luogo e a quella gente.
Viveva in un campo di zingari alla periferia a sud della città tra pozzanghere di fango e baracche di legno piantate sulla terra come croci. Tronchi di alberi abbattuti, tagliati, inchiodati e avvolti da lamiere arrugginite, come sudari di martiri agonizzanti.
L’abbaiare dei cani chiusi dentro vecchie e sporche gabbie, si mischiava alle urla dei bambini che giocavano a tirare pietre a quelle povere bestie affamate. Le scommesse sui combattimenti tra cani, era per quella gente occasione di facili guadagni e crudele divertimento. I capi del campo abitavano su una piccola collina, distanti da quell’inferno, stavano dentro grandi roulotte agganciate a lussuose automobili così pulite e luccicanti, da sembrare appena uscite dalle vetrine degli autosaloni.
Aveva perso la memoria e con essa anche la sua storia e la sua vita vera. Non sapeva più il suo nome e da dove venisse, tutte le sere prima di addormentarsi ripeteva mentalmente come fosse una preghiera quel poco che ricordava, si addormentava sempre con quei pochi ricordi insieme alla speranza di ricordarne altri.
Rammentava solo che si era svegliato in questo stesso letto un anno e mezzo fa, tra una puzza nauseabonda di feci e piscio, sentiva un dolore atroce alla gamba destra e alla pancia, entrambe erano fasciate con delle bende strettissime. Ma era la testa che faceva più male, sentiva come se potesse esplodere da un momento all’altro, il bruciore degli occhi impediva di vedere con chiarezza il bagliore di una lampada accesa. Non riusciva a muoversi, era troppo debole, il respiro era affannoso, avvertiva delle contrazioni allo stomaco e del liquido acido risalire fino alla gola e che uscendo dai lati della bocca si riversava sul cuscino.
Sentiva un forte bruciore alla gola, provò a urlare ma la voce non uscì, riprovandoci emise un leggero rantolo così debole che non udì neanche lui. Si trovava in una stanza sporca e maleodorante, vicino al letto c’era un vecchio comodino di metallo, era smaltato di bianco con delle grosse macchie di ruggine sul quale erano poggiati avanzi di cibo, medicine, siringhe e bende sporche di sangue.
Dopo vari tentativi, la voce cominciò a prendere più vigore fino a somigliare ad un suono per diventare poi qualcosa simile a un urlo.
Udì un lontano rumore di passi provenire dall’altra stanza. Qualcuno doveva averlo sentito, infatti comparve all’improvviso un’ombra. I suoi occhi non riuscirono a mettere a fuoco l’immagine, avevano lacrimato per i conati di vomito, per il dolore e lo sforzo che aveva fatto per urlare. L’ombra aveva i capelli lunghi. Doveva essere una donna infatti la voce era femminile anche se il suo tono era duro e sprezzante.
–         Bravo, ce l’hai fatta! Sei stato in fin di vita su questo letto per molto tempo. Sapevo che saresti guarito, gli altri volevano riportarti nel posto dove ti hanno trovato. Sono io che ho dovuto comprarti le medicine e pagare anche il medico che ti ha curato. Sei un uomo forte e robusto, spero di aver fatto un buon affare. Io di uomini ne capisco! Dopo che riacquisterai la salute sono sicura che sarò ricompensata per tutto quello che ho fatto per te. Chi sei? Come ti chiami? Da dove vieni? Chi ti ha ridotto così?
L’uomo comprese le domande della giovane donna ma non ricordava niente e mentre le labbra volevano muoversi per rispondere, la mente le bloccava perché dentro sentiva l’abisso e il vuoto di una profonda voragine, dove regnava il silenzio, l’assenza del tempo e dello spazio.
Disteso nel letto tra lenzuola stropicciate che non riuscivano a coprirlo del tutto, la poca luce e l’atmosfera cupa circostante, rendevano in quel preciso momento l’immagine di quell’uomo, simile al famoso dipinto “Cristo moribondo” di Andrea Mantegna.
Lei intuì il disagio che con la sua curiosità aveva causato al povero uomo e questa volta con il tono, la voce e la gentilezza di una bambina disse:
–         Scusami, chissà quanto avrai sofferto? Ti sei appena svegliato dopo giorni e giorni passati tra la vita e la morte ed io ti ho fatto tutte quelle domande. Mi racconterai tutto quando starai meglio.
La giovane donna si era presa cura di lui, lo aveva lavato e nutrito senza sapere chi fosse. Adesso i lineamenti del suo viso venivano alterati da uno strano sorriso, sembrava finto e innaturale, non doveva avere avuto molte occasioni per sorridere ma adesso era contenta perché con la sua ostinazione lo aveva salvato.
L’uomo riconobbe nella voce della donna, quella che sentiva quando era in stato d’incoscienza. Quella voce, che allora percepiva come una nenia lontana, per molto tempo, era stata il filo sottile su cui si era aggrappata la sua fragile vita. Le sue memorie finivano esattamente a questo punto, di tutto quello che era accaduto prima non possedeva nessun ricordo.

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