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LA DONNA DI PICCHE di Remo Bassini

Mag 3, 2019

LA DONNA DI PICCHE di Remo Bassini (Fanucci): incontro con l’autore

Remo Bassini, classe 1956, è scrittore e giornalista. Per nove anni è stato direttore del periodico La Sesia di Vercelli, città dove vive e lavora. Ha pubblicato, tra gli altri, per Fernandel il giallo politico Lo scommettitore, finalista al concorso Libro dell’Anno per il programma radiofonico Fahrenheit, per Newton & Compton La donna che parlava con i morti, per Mursia Dicono di Clelia. Con La notte del santo fa il suo esordio nel catalogo Nero italiano di Fanucci.

Per Fanucci è appena uscito un nuovo romanzo intitolato “La donna di picche”: una  nuova storia ambientata sullo sfondo di una Vercelli ammantata di mistero, caratterizzata da un’indagine serrata e ricca di colpi di scena…

Abbiamo chiesto a Remo Bassini di raccontarci qualcosa su questo suo nuovo romanzo.

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«Pietro Dallavita è un commissario vicino alla pensione, stanco e depresso», ha detto Remo Bassini a Letteratitudine. «Si sente attratto dal dolore e dalla bellezza.
«Micaela è una ispettrice della questura di Torino, è sulla cinquantina, è separata, ha tre figli grandi. Ha sempre avuto un debole per Dallavita, che conosce da vent’anni, ma è timida e poi lo sapeva impegnato.
Lucilla è giovane maestra di Vercelli. Le hanno ucciso la madre. Il padre è morto da anni, suicida.
La donna di picche” è un libro che racconta l’incontro fra tre solitudini o meglio: le solitudini delle due donne si incontrano con la solitudine del commissario Dallavita. Il giallo – l’uccisione della mamma di Lucilla in chiesa all’alba, prima che inizi la messa – è quasi un pretesto per parlare di dolore e amore. Il dolore che accompagna sempre una vicenda criminosa. E l’amore, che spesso fiorisce accanto alla sofferenza.
Il protagonista principale è il commissario Dallavita, ma a raccontare la storia sono Micaela e Lucilla. Sono simili e diverse. Dallavita si sente attratto da entrambe ma allo stesso tempo ne ha paura: da tempo, ormai, ha capito che non è fatto, lui, per un rapporto duraturo. Lui ama andare in giro di notte in auto, ascoltando Conte, Tenco, Susanna Parigi.
La vicenda si svolge a Vercelli, la città in cui vive Lucilla, la città in cui si è svolto l’omicidio, la città in cui vivo. Questo è il dodicesimo libro che pubblico. Nei ringraziamenti finali ho scritto che il libro è dedicato anche mio figlio Libero, perché è speciale come lui. Insomma, anche questo libro (insieme a Bastardo Posto che mi pubblicò Luigi Bernardi) è un figlio prediletto.
L’ho pensato in un anno girando per Vercelli oppure andando a vedere un tempio abbandonato, a Saletta, luogo di leggende maledette e, sembra, di messe nere. Poi l’ho scritto in tre mesi e, infine, ho passato dieci notti insonni a scrivere e riscrivere il finale (e a questo punto ho comiciato con la revisione: altri tre mesi). Torno al finale, figlio di una decina di notti insonni. Mentre lo scrivevo ha sorpreso anche me. Posso svelare l’ultima frase: Sono la donna di picche, quella che non dimentichi».

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Due estratti del romanzo

Avevo la chiave del catenaccio della cantina. Entrammo, ma la lampadina si era bruciata. Ero mortificata. «Tu non hai una torcia, vero, Pietro?» Un po’ di luce comunque arrivava da un piccolo finestrino. Gli occhi, piano piano, cominciavano a dilatarsi, abituandosi all’oscurità.
Quando accendesti una sigaretta, istintivamente, ti abbracciai.
«Scusami scusami» dissi, allontanandomi. Restammo in silenzio, in piedi, senza sapere che fare.
Volevo andarmene, ero stata una stupida ad abbracciarti, ti avevo messo a disagio, lo so. Volevo restare tutta la notte con te
.«Cosa volevi farmi vedere?»
«La poltrona di papà, deve essere tutta impolverata, vieni. Ci vorrebbe almeno un fazzoletto… ah ce l’hai, poi dovrai lavarlo, grazie, Pietro. Accendi un fiammifero, così la vedi… guarda laggiù, nell’angolo, c’è il mio cavallino a dondolo, è tutto rovinato. Sai, era come se fossi malata, da piccola, non volevo gettare via niente, nemmeno i giochi rotti. Pur di non farmi piangere, sai cosa decisero i miei genitori? Che qui dentro potevo mettere trottole e bambole rotte, e quel che volevo. Qui dentro ci sono bauli pieni dei miei giocattoli.»
«Somigli un po’ a mia madre, allora. A mia madre piacevano le conchiglie rotte, diceva che siamo tutti delle conchiglie rotte. Ne ho un sacchetto nella mia casa a Torino, le avevamo raccolte insieme un’estate a…»

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Finché un giorno alla porta bussò qualcuno. Era Laura, la maga, dal cognome bizzarro: Libellula. Era la donna delle pulizie. Veniva due volte alla settimana. Se sentiva rumori, andava via e tornava il giorno dopo. In un’ora faceva tutto, alla fine lasciava un biglietto: ‘Se avete biancheria da lavare o stirare lasciatela sul letto in un sacco di plastica, grazie.’
Prima di entrare con il passe-partout, bussava. Entrava solo se non rispondeva nessuno.
«Mi dice quando posso ripassare?»
«Mi metto in un angolo a leggere, guardi che non la disturbo. Ho appena preparato il caffè, ne vuole?»
Era una donna strana. Cinquant’anni, capelli ricci e spettinati, l’abbigliamento e il profilo di un maschio. Era nata e vissuta a Vercelli e da Vercelli non si era mai mossa.
Qualcosa, di te, l’aveva colpita. Forse il tuo sguardo perduto. E così ti aveva invitato, quel giorno stesso, nella sua seconda casa, la baracca di un orto. «D’estate ci dormo» ti confidò.
L’altra sua casa, in via Felice Monaco, al piano terra, aveva però un inconveniente: i vicini. Laura amava il silenzio. E forse fu conquistata dal silenzio di Pietro. Gli domandò se poteva leggergli i tarocchi: «Mi pagano, ma a te li faccio gratis.»
Nella sua baracca, vicino al fiume, gli offrì da mangiare. Pomodori verdi sottòlio, uova sode, una focaccia preparata da lei.
Non ci svelasti mai se ti avesse letto le carte.

(Riproduzione riservata)

© Fanucci

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La scheda di: La donna di picche

La donna di picche - Remo Bassini - copertinaIl commissario Pietro Dallavita è alle prese con una nuova indagine nella provincia piemontese: una famiglia potente, che nasconde inquietanti segreti; un omicidio insoluto, senza un movente e senza un sospettato; una città, Vercelli, perennemente avvolta da una fitta nebbia che rende i rapporti tra le persone ambigui e sfuggenti. E, intorno, luoghi misteriosi sui quali si tramandano leggende nere… È un’inchiesta delicata e dolorosa quella che è chiamato a svolgere il commissario Dallavita, inviato, dalla Omicidi di Torino, in missione speciale a Vercelli. Alle spalle ha una scia di successi professionali ma anche fallimenti personali e sentimentali che lo hanno trascinato in un vortice di depressione dal quale non riesce a risollevarsi. Insieme a lui, a far luce sull’efferato assassinio di un brillante avvocato, il fedele ispettore Domenico Tavoletti e due donne, una di cuori e una di picche. Saranno le voci di quest’ultime a raccontare l’inchiesta. Perché la sua, di voce, Dallavita ormai l’ha persa…

 

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