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EMMA di Helena Molinari

Mag 6, 2019

EMMA di Helena Molinari (Pentagora): incontro con l’autrice

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Helena Molinari, è nata a Lavagna (Ge) da madre inglese e padre ligure. Diplomata in Lingue e Letterature Straniere e Laureata in Lettere Moderne presso Unige in etnologia e storia delle religioni, ha iniziato a scrivere intorno ai quindici anni prima in forma lirica poi in prosa anche per infanzia/ragazzi. Speaker/autore radiofonica da 34 anni ad oggi conduce Book-ing una rubrica sui libri su Radio Aldebaran ed è, tra le altre cose, l’ideatrice del Festival della Parola di Chiavari.

Da pochi giorni è in libreria il nuovo romanzo di Helena Molinari: “Emma” (Pentagora).

Nel labirinto delle emozioni, tra innocenza e infedeltà. Come su un’altalena, oscillando tra desiderio di clausura e nostalgia di casa, tra la ricerca di una irraggiungibile pienezza e il persistente orrore di scivolare nel vuoto, tra un presente consistente come un sogno e i ricordi che dal sogno prendono vita, tra l’innocenza e l’infedeltà di quelle che non sai più distinguere con certezza né a cosa associare, Emma torna in visita al convento dal quale quindici anni prima era uscita e lascia riemergere – e affronta – emozioni che credeva sopite. Sullo sfondo Assisi e la presenza senza tempo di Francesco.

Una storia, quella narrata in “Emma”, caratterizzata da ambientazione e tematiche molto suggestive e dall’alternanza tra la voce narrante in terza persona e quella, in corsivo, in prima persona in un approccio “metaletterario” (di scrittura nella scrittura)

Abbiamo chiesto a Helena Molinari di parlarci di “Emma” e del suo approccio con la scrittura…

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«La scrittura unitamente al “gioco della radio”, che si fece di lì a poco appassionato mestiere, sbocciò negli anni dell’adolescenza», ha detto Helena Molinari a Letteratitudine.
«La parola fu da subito una cosa seria.
La parola data, la parola detta, cantata o scritta: un’urgenza, una vocazione, servizio pubblico, una bella e quotidiana responsabilità!
La prima forma di pensiero e di composizione fu la poesia.
La poesia è un’appartenenza, come tutta quanta la scrittura che dal cuore scaturisce, dovrebbe esserlo in fondo…
I poeti però li riconosci annusandoli, prima ancora che parlino.
Croce e delizia, la poesia. Almeno per me.
Editori che all’invio dei miei racconti poi, sostenevano fossi troppo adulta per scrivere per l’infanzia piuttosto che troppo lirica per comporre testi credibili in prosa…
Gentilmente così mi licenziavano.
Quel senso di inadeguatezza mi ha fatto soffrire molto fino a che un giorno una persona speciale, anche perché in assoluto la mia scrittrice contemporanea preferita, in risposta ad una mia mail mi disse che quel modo asciutto ed evocativo tipico della poesia poteva e doveva essere la cifra della mia scrittura, per niente inconciliabile con la costruzione di un romanzo…
Che in verità confesso non costruisco, ma al più si fa da sé, scrivendolo.
Questa signora si chiama Susanna Tamaro e molto delicatamente e rispettosamente vorrei cogliere qui l’occasione per ringraziarla.
Vorrei ringraziare insieme a lei, le tante lei amiche che hanno creduto in me sempre più ostinatamente di me e quel lui, Massimo Angelini, che altrettanto ostinatamente ha saputo cogliere e desiderare con la sua Pentagora la mia pubblicazione.
Emma è stata una spremitura di poco uvaggio e tanto invecchiamento…
Poche idee, ma molto chiare.
Amo scrivere di donne e uomini dalle fragilità marcate della forza di quel riscatto che ci possono offrire.
Uomini e donne che amano distintamente per loro natura e non omologatamente, solo apparentemente indifferenti.
Amo scrivere di domande indipendentemente dal se verranno evase o meno.
Amo scrivere di Dio e l’uomo senza quasi raccontarli.
Amo scrivere e così facendo promuovere una normalità esistenziale spesso incompiuta di ciò che sempre ci manca, ma che la vita, se solo la si sapesse pazientare ed ascoltare sa colmare.
Ho amato scrivere convintamente dell’umanità in quanto chiave della santità, in specie di Francesco d’Assisi.
Umanità sgangherata eppure così bella.
Amo scrivere di una possibilità sempre».

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Un estratto del romanzo

Incipit di EMMA, di Helena Molinari – Capitolo I: Le foglie

Varcare la soglia di quel bosco fatto di pietra, e rosso di luci filtrate come dalla trama di un cielo di foglie, sul momento non le parve un problema, anzi.
Il passo era lesto, quasi incosciente, e l’aspetto vagamente dimesso, anonimo nella comoda tuta grigia che la avvolgeva sotto il piumino nero dal taglio sartoriale: quest’ultimo forse un po’ troppo moderno e giovanile. Lei era così: altra dalla moda, altra dal suo tempo, e spesso ne soffriva.
Per questo viaggio, rara occasione, avrebbe potuto indossare una salopette nuova; ma, come sempre, finì per scegliere la solita: quella con l’elastico rotto; in verità sfilato ad arte anni prima, per fare spazio alla prima gravidanza.
Ormai quasi ai secondi ‘anta’, iniziava a inclinare verso le cose senza tempo, con l’affezione tipica dei mercanti in fiera e delle donne, sole tra tanta gente, sature di morti in vita e di memorie e di sogni da imbalsamare in ninnoli e ricordini prossimi a scolorire: una disposizione d’animo perfetta per tornare a credere con l’ardore dei santi o a peccare con l’impudicizia degli amanti, l’uno e l’altra innocenti e senza confine.
La vita era diventata intricata e mutevole, posata su un fondo di saggezza antica, preziosa e inutile. Lei effondeva una certa spiritualità, diceva chi l’aveva conosciuta ai tempi del noviziato, che sapeva bucare e rinfrancare, della quale però non era affatto convinta: vuoi per fragilità, vuoi per la certezza che dietro la luce le ombre danzano e che la bellezza è prestito effimero, mai usucapibile; e poi ne era passata di acqua sotto i ponti.
Forte della familiarità con il luogo dove aveva trascorso lunghi periodi di ritiro, quasi non pensò a come aveva passato gli anni successivi. Tuttavia, un certo senso di estraneità e disagio non tardò ad arrivare: c’erano volti nuovi, per quel legittimo nomadismo monastico che i cristiani chiamano peregrinare e, in specie, i francescani non possedere.
Il ‘Pace e bene signora’, soprattutto il signora, che le rivolse un giovane religioso, fece eco nel suo cuore quasi a ricordarle: non sei più quella di allora.
Portava con sé una borsa, l’essenziale; ma sapeva con segreta vergogna che l’eccesso le esondava nell’anima, e dall’anima era tradito attraverso gli occhi e le mani. La paura era tanta, al punto da voltarsi indietro per cercare con lo sguardo la sua auto già lontana e la strada larga e accomodante che dal Subasio saliva alla vetta e da lì a un antico monastero benedettino, per poi ridiscendere alla basilica di san Francesco fino alle mura. Non ne ebbe il tempo. La campana suonò l’imbrunire di un anonimo e comune vespro feriale, e lei sapeva bene la fatica dei silenzi orfani di inni e di omelie anche le più dimesse, dell’inginocchiarsi parco di dolore e quiete, della disperazione trattenuta e della glaciale e matematica vendetta dei grani di un rosario senza volto né grazia. Sapeva, ma era stanca. Nessuna resistenza, nessuna resa d’armi… S’incamminò, ridiscese il ciottolato che dalla foresteria conduce a una grotta di chiesa: era triste, annoiata, molto sulle sue.

(Riproduzione riservata)

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