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PIER PAOLO GIANNUBILO racconta IL RISOLUTORE

Mag 11, 2019

PIER PAOLO GIANNUBILO racconta il suo romanzo IL RISOLUTORE (Rizzoli)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

 

di Pier Paolo Giannubilo

La storia di Gian Ruggero Manzoni di San Lorenzo, frazione di Lugo, non sono stato io a cercarla. Un bel giorno si è messa in movimento dalla Bassa Romagna ed è venuta a stanarmi nel mio isolato Molise chiedendomi udienza senza alcun preavviso.
L’aspetto curioso della faccenda è che la stessa cosa mi era già successa anni addietro, quando per una bislacca serpentina del Caso aveva bussato alla mia porta un’altra vicenda reale all’insegna dell’assurdo: l’odissea di Manuele Sertorio – il “bambino-puntaspilli” di Ortona a Mare sopravvissuto miracolosamente negli anni Trenta alle orripilanti pratiche di stregoneria di cui lo avevano fatto oggetto i familiari – che sarebbe poi diventata Corpi estranei, il mio primo romanzo.
Per la seconda volta, mi ritrovavo ad avere accesso, e senza aver preso alcuna iniziativa, ai segreti sconcertanti di un perfetto estraneo la cui vita pareva una sceneggiatura scritta da un pazzo.

Era iniziato tutto così.  Avevo conosciuto Manzoni a un suo reading di poesia nella mia città. Lo accompagnava la sua morosa di allora, madre di sua figlia: Ester, giovane e bellissima ereditiera con trascorsi da pornoattrice suo malgrado, con la quale si era fidanzato quando era il suo professore all’Accademia d’Arte di Urbino, scandalizzando l’ateneo marchigiano già scosso dalle dicerie sulle sue presunte attività di mercenario in ex Jugoslavia.Su di lui non avevo che qualche informazione di seconda mano. Era stato arrestato per banda armata durante le giornate del Marzo Bolognese nel ’77 e aveva “collaborato”, così si mormorava, con l’intelligence italiana. Era imparentato con Alessandro e Piero Manzoni, proveniva da una famiglia nobile decaduta e la sua carriera di pittore e poeta, avviata sulla strada del successo negli anni ’80, era stata irrimediabilmente compromessa dal suo ostentato estremismo, in termini politici e non solo. Invitato dagli organizzatori del reading alla cena in suo onore, rimasi intrigato dalle sue non comuni doti oratorie, un vero mattatore; scambiammo due parole, ma finì lì.

Lo rincontrai solo quattro anni più tardi a un’altra cena, che stavolta si teneva guarda caso nello sperduto paesello di cui sono originario, Santa Croce di Magliano, dove Manzoni si trovava per seguire le prove di uno spettacolo di cui gli erano stati commissionati i testi. Fu in quell’occasione che quel corpulento sconosciuto padano che si guadagnava il pane col mestiere di pittore, ritrovandoci a fumare insieme lontano dalla comitiva, mi rivelò fra una facezia e l’altra, complice forse il robustissimo vino bassomolisano servito a tavola, di essere stato per oltre vent’anni al soldo dei Servizi, e di aver ucciso per loro conto un bel mucchio di persone. Questioni di Stato, roba scottante che avrebbe messo in soggezione chiunque si fosse trovato lì al mio posto. E difatti all’inizio reagii facendo lo gnorri. Me ne ritrassi provando ad autoconvincermi che da provetto teatrante qual era si fosse inventato tutto solo per impressionarmi.
Tuttavia, quell’accenno di confessione non richiesta, che sulle prime mi aveva messo così a disagio, mi era già entrata in circolo. Col passare dei mesi cedetti al desiderio di saperne di più e, trovandomi in debito di ispirazione da un bel pezzo, concepii il vago progetto di scrivere un romanzo-verità su di lui, poi presi a studiarlo da lontano seguendolo sui social, e infine mi lasciai risucchiare un po’ alla volta nelle sabbie mobili dell’ossessione: no, non era stato un caso se avevo incrociato la sua rotta, così come non lo era stato quando mi ero imbattuto nella biografia horror di Manuele Sertorio… quella storia stava aspettando proprio me, me e non altri…
Il genere di fisime che attanaglia uno scrittore al quale si sono finalmente ridrizzate le antenne dopo un lungo periodo di sfiducia nei propri mezzi.

Nel 2012 ero alle prese con un durevole sbandamento esistenziale, quando sopraggiunse la leucemia di mia madre che diede il colpo di grazia al fragile equilibrio sul quale mi reggevo. Fu proprio per provare a uscire da quella lunga impasse che ricontattai Manzoni e gli sottoposi l’idea sulla quale rimuginavo da anni: intervistarlo e scrivere “una tua biografia o qualcosa di simile”.
Accettò nel giro di ventiquattr’ore, ma io andai a trovarlo solo l’estate seguente, qualche settimana dopo la scomparsa di mia madre. Mi ospitò a Lugo, nella villa avita dove era tornato ad abitare con la dispotica genitrice Enrica e la figlia adolescente Noemi dopo la fine della sua relazione con Ester, smarritasi frattanto nel caos del suo disagio psicologico, dello sperpero compulsivo e della dipendenza dalla cocaina.
Registrai il suo memoriale per due giorni e una notte, in uno stato quasi di trance. Venne fuori di tutto, in quell’intervista. Manzoni al DAMS di Bologna insieme a Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, Roberto Freak Antoni e la critica d’arte Francesca Alinovi, nel pieno della febbre edonistico-rivoluzionaria del Movimento del ’77. Il suo arresto per possesso di armi da fuoco e la condanna a tre anni per banda armata. La cosiddetta commutazione della prigione in un servizio militare “alternativo” che lo rese di fatto ostaggio della NATO per un quarto di secolo e lo trasformò in un killer di Stato. La sua misogina bulimia erotica e le avventure picaresche nei bordelli di mezza Europa. Le sue Erinni e lo stress post-traumatico che, missione dopo missione nei peggiori teatri di guerra del secondo Novecento, lo fanno ammalare di Crohn e lo costringono al ricovero psichiatrico. La sua paradossale doppia vita di intellettuale e assassino. Basquiat che fa il paio con la guerra civile in Libano e Keith Haring con la dissoluzione della Jugoslavia; Giovanni Testori con la catastrofe bosniaca e Amelia Rosselli con un viaggio nella Praga comunista finito malissimo; Joseph Beuys con i quartieri a luci rosse di Amburgo e Valerio Magrelli con l’esecuzione a sangue freddo di uno sgherro del clan dei marsigliesi…

Tornato a casa, realizzai che in quella villa sul fiume Santerno avevo raccolto materia prima sufficiente per farne non un libro, ma una mezza dozzina: una spy-story, un romanzo storico-politico con sullo sfondo i grandi nomi della letteratura e dell’arte contemporanee, uno psicologico con venature thriller, uno d’avventura, uno erotico, uno di formazione…
Cominciai a scrivere assillato dalla paranoia di essere intercettato e silenziato, con le buone o le cattive, dai Servizi; e pure alquanto smarrito davanti a quell’eccesso di linee narrative eterogenee che ero chiamato ad armonizzare, intenzionato a non sprecare nulla di quei suoi ricordi perché nulla, in essi, mi appariva sacrificabile, ai fini di una rappresentazione di quel personaggio ai confini della realtà che fosse la più accurata e sfaccettata possibile. L’impresa appariva ardua, e non sapevo da dove prendere l’abbrivio. Così avviai la narrazione partendo da me stesso, dalle difficoltà che stavo incontrando a contatto con quel materiale così ustionante, e dai travagli personali e familiari che in quella fase non volevano saperne di darmi tregua. Mi trovai vieppiù calato nella trama, personaggio fra i personaggi, fino ad accorgermi che il corpo a corpo che stavo affrontando non era più fra me/autore e il protagonista del mio manoscritto, ma quello fra due uomini in carne e ossa, Pier Paolo e Ruggero, che si denudavano vicendevolmente, partecipi di un gioco di specchi dagli esiti imprevedibili ed entrambi, per ragioni diverse, in bilico su una lama.

Cinque anni e più di lavoro. Il supporto salvifico di una canzone-feticcio che ascoltavo da mattina a sera: Jubilee Street di Nick Cave & The Bad Seeds. Il cumulo delle memorie immagazzinate a Lugo che assumevano pian piano la loro nuova fisionomia di biografia romanzata (o biofiction), aprendosi alle sollecitazioni provenienti dalle storie lette in passato o che stavo leggendo mentre attendevo alla scrittura: i libri degli altri che sentivo sedimentare qualcosa di sé nel Risolutore o aiutarmi di tanto in tanto ad aggiustare il tiro: Ephraim e Solomon Gursky di Richler, l’Open di Agassi, una superba biografia di David Foster Wallace e persino due di Stalin (a firma di Martin Amis e Robert Conquest), i Kaputt malapartiani e le educazioni siberiane, le truci gesta del Kid in Meridiano di sangue e il mattoide Campana raccontato da Vassalli nella Notte della Cometa, il reportage biografico di Cristopher Ross intitolato La spada di Mishima e Zona di Mathias Enard, almeno quanto il perturbante True Story di Michael Finkel e i libri di Carrère.
L’imperativo categorico era di tenermi al riparo da un lato dall’agiografia del Cattivo e dall’altro dall’analisi moralistica. Ma intanto, anno dopo anno, mi appassionavo sempre di più al ritratto che stavo eseguendo di quell’antieroe ambiguo, bugiardo, passionale che provava a redimersi convertendosi al cattolicesimo e che per quei pochi che ne conoscevano per sommi capi la storia era già da tanto tempo un’oscura leggenda vivente.

(Riproduzione riservata)

© Pier Paolo Giannubilo

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La scheda del libro

Il risolutore - Pier Paolo Giannubilo - copertinaCol tempo sarebbe giunto a pensare di poter fare tutto ciò che voleva senza doverne rispondere a nessuno, e avrebbe finito col prenderci gusto.Due vite. Più nomi di quanti un uomo possa ricordare. Un bagaglio pieno di segreti inconfessabili. Per oltre vent’anni, la storia di Gian Ruggero Manzoni – pronipote di Alessandro e cugino dell’irriverente Piero – è stata una messinscena dai toni tragici, un buco nero da cui nessuno sarebbe potuto uscire vivo. Figuriamoci raccontarla.Fino all’incontro con Pier Paolo Giannubilo, un’onda d’urto da cui è nato questo romanzo, il ritratto impietoso e intimo di un uomo qualunque con un cognome fatale che ha saputo fare di sé, del bambino Palla di grasso bullizzato dai coetanei a Lugo di Romagna, un’inspiegabile leggenda. Dalla militanza nella Bologna del ’77, segnata dall’amicizia con Tondelli e Pazienza e dal clima libertino del Dams, al reclutamento nei Servizi, dalle missioni under cover in Libano a quelle nei Balcani in fiamme, passando per ingaggi da killer, prodezze erotiche e sogni d’artista affascinato dalle avanguardie degli anni Ottanta: Ruggero firma ogni suo gesto con l’inchiostro dell’eccesso, dannato e insieme eroe, fuori da ogni schema e per questo irresistibile, sempre disposto a tutto pur di restare umano. Con struggente lucidità Giannubilo ci racconta ciò che dell’altro gli fa più paura come se si stesse guardando allo specchio, mettendo a nudo le contraddizioni che rendono unica una vita. Nelle sue pagine la grande Storia abbraccia la vicenda avventurosa di un irregolare fino a rendere impossibile riconoscere dove finisca l’una e inizi l’altra. Ed è questo il punto esatto dove si fa letteratura.

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Pier Paolo Giannubilo è nato nel 1971 e vive a Campobasso, dove insegna in un liceo. È autore di saggi, racconti e romanzi, fra cui Corpi estranei (2008).

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