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SANGUE DI GIUDA di Milvia Comastri

maggio 20, 2019

SANGUE DI GIUDA di Milvia Comastri (Giraldi): incontri letterari

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Milvia Comastri è nata a Bologna, dove vive. Ha pubblicato tre raccolte di racconti: Donne, ricette, ritorni e abbandoni (Pendragon 2005), Colazione con i Modena City Ramblers (Historica 2012), Squilibri (Antonio Tombolini Editore 2014) e suoi contributi sono presenti in molte antologie, fra cui Nessuna più, 40 scrittori contro il femminicidio (Eliot 2013), progetto curato da Marilù Oliva.

Sangue di Giuda (Giraldi Editore 2019) è il suo primo romanzo.

Tre generazioni, quattro donne legate da legami famigliari, ma isolate una dall’altra, anche se vivono nella stessa casa. Segreti inconfessabili e rancori hanno creato muri che pare impossibile abbattere. Forse sarà la fuga da casa della quattordicenne Mira che riuscirà a far crollare queste barriere. Forse, dopo tanti anni, sulle macerie di quei muri si potrà costruire un nuovo edificio.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«“Sono i personaggi che si presentano e mi raccontano le loro storie”: quando sentivo un autore fare questa affermazione, pensavo che quell’autore, o quella scrittrice, peccassero di estrema modestia», ha detto Milvia Comastri a Letteratitudine, «come se non volessero attribuirsi il merito di aver portato sulla carta una storia creata da loro, o che fosse un modo, al contrario, per rendersi interessanti agli occhi dei lettori.

E invece, da quando ho iniziato a scrivere, ho potuto constatare che è proprio così, che accade, o che può accadere. Le componenti della famiglia Dall’Olmo, protagonista del mio romanzo, hanno prima mandato avanti Celeste, la capostipite, a farmi bruciare gli occhi con il fumo delle sue sigarette, e a farmi sobbalzare ogni volta che nel suo narrare di peccati, segreti, solitudini, sensi di colpa, irrompeva, con veemenza, l’intercalare Sangue di Giuda! Poi sono arrivate le altre: Assunta e Nadia, figlie di Celeste. Di poche, brusche parole, Assunta (e molto ho dovuto leggere nei suoi occhi scuri, scuri come i suoi abiti, scuri come la sua vita); un fiume di parole Nadia, un’apoteosi di sorrisi, di ammiccamenti: una donna apparentemente superficiale. Ma poi l’ho vista piangere, e ho toccato quanto dolore fosse nascosto sotto i suoi sorrisi. Per ultima, mi si è presentata Mira, la figlia di Nadia. Mira mi ha raccontato dei suoi sogni, della sua insofferenza di vivere in quella casa dove tutto sembra essersi fermato in un’epoca non definibile. Sì, perché, oltre la solitudine, è anche l’immobilità che caratterizza la famiglia Dall’Olmo, e non importa quanto Nadia se ne vada avanti e indietro da casa sua a Roma, inseguendo sogni che sono appassiti come sta appassendo il suo viso. Anche Nadia è una donna immobile, perché, come sua madre e sua sorella, non ha futuro. Celeste, Assunta, Nadia, sono come insetti trafitti dallo spillo di un collezionista. I loro destini sembrano segnati irrimediabilmente da avvenimenti passati, da segreti e rancori. Anche il paese in cui vivono è un paese immobile, un anonimo e brutto paese non lontano dalla Capitale, con case vecchie ai margini di campi incolti ed edifici di fabbriche abbandonate. Ed è Mira, l’unica a non essere immobile, nonostante la pesantezza di un segreto che l’opprime. E ho pensato (ma forse è stata Mira a suggerirmelo) che solo lei, così giovane e, nonostante quel suo segreto, ancora innocente, di quell’innocenza che è un apprendistato alla vita, poteva rimettere in moto le vite inceppate delle donne della sua famiglia. L’unico modo, andarsene. Andarsene per poi, se vorrà, tornare. E ci sarà anche una lettera, che riporterà alla luce il passato, e forse aggiusterà cose che sembravano irreparabili e indicibili.
Ecco, se dovessi definire Sangue di Giuda, direi che è un romanzo di formazione, non tanto, o non solo, dell’adolescente Mira, ma di formazione di un’intera famiglia».

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Un estratto del romanzo “Sangue di Giuda” di Milvia Comastri – Giraldi Editore

Assunta (anni ’50)

Il secco aroma della bottega di granaglie, il suono rotondo dei semi che scivolavano dalla paletta di legno per finire sul foglio di carta adagiato sulla bilancia, la mano rassicurante del padre che stringeva la sua, mentre tornavano sulla strada, verso la fermata della corriera. Il viaggio che li riportava a casa dal paese vicino, mezz’ora di progetti -un cane, l’albero del giardino, una bicicletta… il ritratto della mamma?- sulle composizioni che avrebbero creato con i semi appena acquistati.
L’odore di mandorle amare della colla, le dita del padre che le scostavano leggere i capelli dal viso, il disegno che prendeva forma, l’ansia che non ci fossero abbastanza semi di girasole, per completare il dorso della tartaruga, o abbastanza semi di granoturco, per quel sole ancora a metà, ma già così splendente.
Fra i momenti più belli, nell’infanzia di Assunta. Legati all’estate, alla luce che entrava nella casa e stanava quelle ombre che si annidavano negli angoli in certe sere d’inverno quando le voci sembravano appiattirsi, e le labbra di sua madre diventare più sottili, e gli occhi del padre erano come due laghi opachi. E lei allora si arrampicava sulle ginocchia dell’uomo, e gli riempiva il viso di piccoli baci, fino a che lui cominciava a carezzarle i capelli, e a sussurrare vecchie filastrocche, con quella voce armoniosa e tranquilla. E Assunta si sentiva esplodere d’amore.
Non che non amasse la madre. Le piaceva stare con lei nella merceria, le piaceva l’odore che c’era lì dentro, le piaceva sedersi sul piccolo sgabello dietro il bancone e osservarla mentre serviva le clienti, guardare quelle mani brune e strette che si muovevano agili mentre misurava fettucce colorate, tagli di fodere lucenti, ombre leggere di pizzi, con le forbici che mandavano bagliori sotto le luci al neon.
Ma quell’espandersi del cuore, quel calore che l’avvolgeva ogni volta che lui le sorrideva, quelle sensazioni di beatitudine, quelle, le provava solo per il padre.
In un tema una volta aveva scritto: la mamma è quella che dà da mangiare al mio corpo, papà, invece, dà da mangiare al mio cuore. La maestra aveva detto che era una frase stupida, ma Assunta aveva pensato che stupida era quella donna, se non capiva.
Vincenzo le raccontava di Roma, dei monumenti, di piazze così grandi che avrebbero potuto contenere tutte le case del paese, del venticello che si levava nelle sere d’estate a rinfrescare i giochi concitati dei bambini nei cortili, dell’amore dei suoi genitori, la nonna piccolina come un granello di miglio, diceva, e il tuo nonno alto e sottile come una spiga di grano. Le descriveva la bottega dei suoi, con i sacchi di iuta colmi di semi sulla soglia, e il bancone di legno grezzo su cui lui aveva imparato che con quei semi e un po’ di colla si poteva fissare per sempre un sogno.
Ma a volte se ne stavano nel giardino anche senza parlare, la sedia di ferro del padre vicina vicina alla piccola poltrona di vimini della bambina. Passavano così delle mezz’ore, poi Assunta allungava una mano fino a posarla sul cuore del padre, tenendo l’altra mano sul suo cuore.
“Senti, papà”, sussurrava poi “battono uguali”.

(Riproduzione riservata)

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