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BEATITUDINE. Angelus Silesius e «Il pellegrino cherubico» di Francesco Roat

maggio 21, 2019

“Beatitudine. Angelus Silesius e «Il pellegrino cherubico»” di Francesco Roat (Ancora)

Francesco Roat è prosatore, saggista e critico letterario trentino, già insegnante di lettere nella Scuola Secondaria e consulente editoriale, si occupa di cultura su quotidiani e riviste. Suoi articoli sono apparsi su una ventina di testate nazionali. Oltre a varie opere narrative, ha pubblicato i saggi: L’ape di luglio che scotta. Anna Maria Farabbi poeta (LietoColle), Le Elegie di Rilke tra angeli e finitudine (Alpha Beta), La pienezza del vuoto. Tracce mistiche negli scritti di Robert Walser (Vox Populi), Desiderare invano. Il mito di Faust in Goethe e altrove (Moretti&Vitali), Il cantore folle. Hölderlin e le Poesie della torre (Moretti&Vitali), Religiosità in Nietzsche. Il vangelo di Zarathustra (Mimesis).

Il suo nuovo libro si intitola “Beatitudine. Angelus Silesius e «Il pellegrino cherubico»” (Ancora).
Abbiamo chiesto a Francesco Roat di parlarcene…

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Risultati immagini per francesco roat letteratitudinenews“Intento del mio saggio è far conoscere un personaggio assai poco noto, specie ai lettori italiani”, ha detto Francesco Roat a Letteratitudine, “ovvero Angelus Silesius (1624-1677), grande poeta e mistico di lingua tedesca, autore del capolavoro intitolato: Il pellegrino cherubico. Si tratta d’un maestro spirituale che è stato in grado di creare un’opera eccelsa sia dal punto di vista letterario che religioso e da cui emerge una sintesi magistrale di tutta quanta la mistica cristiana tedesca: da Meister Eckhart a Jacob Böhme. E ribadisco: “poeta”, giacché la poesia ‒ grazie alla sua allusività e alla sua espressività metaforica e immaginifica ‒ permette di dire l’indicibile, mediante una parola che va oltre ed è altra rispetto a quella della razionalità, della filosofia e della scienza.
Per Silesius compito dell’uomo non è migliorarsi o divenire altro rispetto a sé, bensì il prendere consapevolezza dell’identità tra lo spirito individuale e quello universale: divino. Secondo il Nostro inoltre ‒ come per tutti gli autentici mistici di ogni epoca e latitudine ‒ nulla va desiderato e di niente si deve andare in cerca; eppure proprio a causa di ciò molto si realizza. Tuttavia, paradossalmente, qualunque cosa si ottenga o non si ottenga, va (o dovrebbe andare) tutto bene egualmente. Non a caso egli auspica il distacco (o, detto in termini buddhisti, il non-attaccamento) quale via previlegiata per giungere alla serenità dell’anima, prendendo le distanze da ogni tipo di ambizione/volizione, specie quella relativa a qualsivoglia obiettivo spirituale.
Siamo alla totale rinuncia egocentrica, che diviene pienezza accogliente e beatitudine, grazie alla quale il nostro pellegrino può permettersi di pronunciare una sentenza provocatoria: “Io dico che nulla muore”. Così l’equanimità o serena indifferenza costituisce la qualità che è propria del vero mistico, capace non già di visioni estatiche ma di “dimorare nel presente” senza preoccuparsi del domani e di abitare senza angoscia sia la felicità che l’infelicità. Ancora, di contro all’idea tradizionale di trascendenza, che implica l’orientamento spirituale rivolto a un Dio ultraterreno, ecco il suo invito a cogliere il sacro nell’immanenza: “Fermati, dove corri? Il cielo è dentro di te: Se cerchi altrove Dio, tu perdi lui sempre più”.
Quello di Silesius nei confronti del lettore è dunque un invito alla quiete e al silenzio: cifra universale che caratterizza non solo la modalità meditativa dei mistici d’Occidente, ma pure di quelli d’Oriente. Silenzio in quanto umiltà, quindi. Silenzio quale fiducioso abbandono di ogni pretesa e/o richiesta a Dio (o alla vita, per chi a Lui non crede). Silenzio infine quale accoglienza non discriminante, quale accettazione della realtà così com’è ed apertura al suo mistero; in modo da poter vivere ogni circostanza ‒ anche quella apparentemente più negativa/avversa ‒ come occasione per una salutare metanoia, per una trasformazione e crescita spirituale”.

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La scheda del libro

Una guida per i lettori disposti a ripercorrere il pellegrinaggio spirituale compiuto dal grande mistico tedesco Angelus Silesius (16241677), che fu medico, poeta e non da ultimo sacerdote, dopo essersi convertito dal luteranesimo al cattolicesimo.

Suo capolavoro, “Il pellegrino cherubico”, è l’opera di poesia religiosa più vivace del Seicento. Un testo composto di componimenti lirici, epigrammi e aforismi, dai quali emerge una sintesi di tutta quanta la mistica cristiana tedesca: da Meister Eckhart a Jacob Böhme. Negli scritti silesiani vengono sottolineate l’essenzialità di praticare l’amore, l’urgenza del distacco da ogni brama egoica e l’opportunità d’una accettazione piena/serena degli eventi. Completa il saggio un’antologia di 200 aforismi silesiani, in un’inedita e puntuale traduzione.

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