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VALERIO AIOLLI racconta NERO ANANAS

Mag 22, 2019

VALERIO AIOLLI racconta il suo romanzo NERO ANANAS (Voland)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

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di Valerio Aiolli

Lo chiamavo “il romanzone”. Stava lì. In piccola parte steso su qualche decina di pagine. Virtuali, stampate, corrette, ristampate. In una parte un po’ più grande imprigionato in schemi cronologici e diacronici suddivisi in varie cartelle dai nomi strani. Stampati, corretti, ristampati… Stava in schede di personaggi, in ritagli di giornale. In pacchi di fogli alti trenta centimetri contenenti dispositivi di rinvio a giudizio o motivazioni di sentenze. Ma in gran parte, la parte assolutamente preponderante, stava nella mia testa. O nel mio cuore. O nel mio corpo. Insomma, dove stanno i romanzi quando esistono potenzialmente, come possibilità, ma ancora non sono stati scritti. E quindi, a pensarci meglio, è sbagliato dire che stava da qualche parte. Perché un romanzo esiste solo a partire dal momento in cui lo si scrive.
«Il concepimento è ben poca cosa in confronto al parto» ha scritto Philip Roth. «Intendo dire che, fino a quando non sono state assorbite in una strategia narrativa d’insieme, le mie “idee” […] non [sono] diverse da quelle di chiunque altro. Tutti hanno “idee” per romanzi, la metropolitana è piena di persone che si reggono alle maniglie rigirandosi per la testa idee per romanzi che non riusciranno mai a scrivere. Spesso anch’io sono una di loro».
Quindi per lunghi anni il romanzone “non stava” lì, mentre la strategia narrativa d’insieme che era necessaria a dargli vita veniva a poco a poco componendosi. Non riesco a contare le volte in cui ho pensato che non ce l’avrei mai fatta a finirlo.
Tutto era cominciato una sera d’inverno del 2002 (a occhio e croce) quando, steso sul divano domandandomi quale nuovo libro leggere, pensai che mi ci sarebbe voluto un libro italiano che parlasse in un certo modo dei fatti oscuri di casa nostra, quelli che magistratura e storici non erano ancora riusciti a decifrare fino in fondo. Un libro che ripercorresse una vicenda essenziale per la storia recente del nostro paese, che sposasse una versione dei fatti tra le molte possibili ma che allo stesso tempo non fosse un libro ideologicamente schierato, non grondasse indignazione e polemica politica da ogni rigo, ma cercasse invece di entrare nelle teste, nelle pance e nelle scarpe dei protagonisti visibili o nascosti di quella vicenda, per portarne alla luce i moventi più intimi, le irresolutezze, le crudeltà, le paure, in sintesi il loro essere comunque uomini.
Ma un libro così, pensai, non c’era. O almeno, io non lo conoscevo. L’avrei dovuto scrivere, anziché leggerlo.
E mentre su quel divano tratteggiavo a me stesso per la prima volta un obiettivo di questo tipo, mi si veniva chiarendo l’idea che l’evento in questione doveva essere qualcosa di grosso e di opaco, qualcosa di molto visibile e molto sfuggente. Da non molto erano cominciate a uscire sui giornali le rivelazioni dei primi pentiti dell’eversione nera di fine anni ’60-primi anni ’70, che mostravano un quadro di azioni e relazioni fino a quel momento ignoto. La “strategia della tensione” (Piazza Fontana, ciò che vi aveva condotto e ciò che ne era seguito) era stato un cambio di rotta nel sentire e nell’agire della coscienza collettiva italiana. Non solo per chi ne aveva subite dirette conseguenze o per gli adulti dell’epoca, ma anche per chi, come me, a quel tempo era un bambino e aveva percepito il cambiamento in modo subliminale ma potente. Decisi di concentrarmi su quel periodo buio. In particolare sulla preparazione e l’esecuzione dell’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Un po’ perché mi pareva il meno ricordato tra tutti gli attentati “neri” (troppo lungo sarebbe qui tentare di spiegare il perché) e quindi il metterlo al centro della scena evitava, già in partenza, il rischio di cadere in un cliché tematico. Un po’ perché fu proprio quell’attentato, il primo dopo Piazza Fontana, a togliere ogni residuo dubbio sul fatto che la strategia della tensione non era un’invenzione giornalistica, ma una forma di guerra civile mai sperimentata in precedenza.
In un lampo, per qualche secondo, vidi “come sarebbe venuto” il romanzo. Mi alzai dal divano e andai a dormire con una strana euforia sotto pelle, la stessa che ho provato le volte in cui ho conosciuto una donna di cui poi, più tardi, mi sarei innamorato. Magari, ancora un po’ più tardi, pentendomene.

La documentazione. In principio fu analogica. Internet c’era già, ma vi si trovavano meno cose rispetto a oggi, ai primi degli anni 2000. Quindi: microfilm in biblioteca (molto romantici) per leggere i giornali d’epoca. Atti giudiziari. Molti libri di storici, di divulgatori, di giornalisti seri. Interviste con alcuni dei protagonisti. Biografie e autobiografie. Poi, via via che internet si infoltiva, filmati, fotografie, memoriali mai pubblicati, blog.
A un certo punto ti sembra di sapere tutto. Il giorno dopo, brancoli nel buio. Finché metti a fuoco una buona volta che non stai scrivendo un saggio, né un reportage narrativo. Che a documentarti, in linea teorica, potresti andare avanti tutta la vita. Che ciò che tu vuoi fare è scrivere un romanzo. Basato, sì, su fatti storicamente accertati. Ma che poi si sviluppi autonomamente, per le tipiche vie attraverso cui si sviluppano i romanzi, e cioè attraverso gli intricati rami dell’immaginazione. Insomma, un giorno ti rendi conto che devi cominciare a digerire tutta quella mole di documentazione e a trasformarla in materiale narrativo. Devi cominciare a scrivere.
Naturalmente la realtà non è così schematica. Ho continuato a documentarmi fin quasi alla fine della stesura. Però è vero che un giorno ho sentito la necessità di buttar giù due-tre pagine, forse per dimostrare a me stesso che il romanzone, oltre che pensarlo e prepararlo, ero anche in grado di scriverlo. E la prima cosa che ho scritto è stata l’inizio del capitolo in cui entra in scena l’anarchico, che nel libro stampato adesso sta a pagina 111. Ho immaginato una Venezia del 1949, da poco uscita dalla guerra. Una palestra, un Boss. E ho iniziato a dare del tu a questo ragazzo che a poco a poco accumulerà anni su anni senza crescere mai.

La struttura. Mi occorreva una struttura che fosse allo stesso tempo abbastanza articolata per riuscire ad accogliere i tanti fatti e personaggi di cui veniva componendosi il romanzo, ma anche di fruizione sufficientemente immediata per consentire al lettore di non perdersi completamente dopo poche pagine. Volevo evitare di diventare didascalico, ma anche di presupporre la conoscenza di tutti i fatti di cui parlavo da parte del lettore. Dovevo quindi architettare una struttura “parlante” o che almeno servisse a orientare il lettore nel processo di avvicinamento a una materia così caotica, popolata e ampia cronologicamente (si va dagli anni ’20 ai primi anni ’70, anche se l’azione vera e propria è situata tra il 1969 e il 1973). La messa a punto di questa struttura (fatta di alternanza tra capitoli che trainano cronologicamente l’azione e capitoli che si intrufolano nell’intimo e nel passato dei vari personaggi, fatta di ritmo dato dai luoghi e ritmo dato dal tempo, fatta di prima-seconda-terza persona, ecc.ecc.) e la sua modifica progressiva via via che documentazione e scrittura procedevano, è stato uno snodo fondamentale nella possibilità di riuscire a portare avanti il romanzone.

Calimero. Per un po’ pensai di voler scrivere un romanzo incentrato esclusivamente sulle questioni eversive-criminose-politiche e dei servizi segreti. Dopo qualche tempo mi accorsi che mancava qualcosa. Era tutto troppo “dentro”. Ci voleva un’apertura, uno squarcio che portasse vita, ossigeno, nel mondo subacqueo e torbido in cui mi ero addentrato. Mancava un contraltare di vita “normale”, che oltretutto avrebbe dato, per contrasto, ancora più forza alla caratterizzazione dei luoghi oscuri su cui stavo cercando di gettare una luce. Così è nato Calimero, il ragazzino di dieci anni, è nata la sua famiglia e in particolare è nata sua sorella, ponte tra il mondo di sopra e il mondo di sotto. Ponte invisibile, da un certo punto del libro in poi, ma solido e persistente.
L’arrivo di Calimero e della sua famiglia ha costituito il punto di svolta nel processo di scrittura. Tutto ha preso vita, anche le parti più lontane dal mondo di sopra, come se quel soffio di aria fresca stesse facendo bene un po’ a tutti.

Speleologia. Il romanzo è costruito come un puzzle. Le storie dei vari personaggi si iniziano, vengono sospese, si riprendono un po’ più in là. Una delle maggiori difficoltà nella stesura è stata quella, ogni volta che la storia lo richiedeva, di calarmi nell’interiorità dei personaggi. È un libro corale e, al di là della presenza di Calimero che funge un po’ da basso continuo per tutto il corso della narrazione, sono tanti, e molto diversi tra loro, i personaggi con un ruolo rilevante. In ordine di apparizione: il Dottore, Falstaff, Zio Otto, il Samurai, l’anarchico, il Pio, per citare i principali. Diventare uno di loro era come calarsi in un cunicolo, assicurato a funi che non sai mai fino a che punto reggano. A un certo punto mi è venuta la tentazione di scrivere tutta d’un fiato ciascuna delle loro storie (almeno per quanto riguardava Calimero, l’anarchico e il Pio) per poi montarle a posteriori, come si farebbe nella lavorazione di un film, in modo da risparmiarmi la fatica, ogni volta, della reimmedesimazione speleologica. Ma poi ho pensato che il lettore lo avrebbe avvertito, avrebbe percepito un eccesso di costruzione a tavolino. O meglio, avrebbe percepito il tavolino. Volevo che ogni capitolo si sviluppasse in vivo, non in vitro, in modo che il processo di creazione si riverberasse anche per aree tematiche lontane, in modo che ci fossero slittamenti imprevisti, osmosi non pianificabili in anticipo. Volevo che anche l’inconscio avesse la sua parte. Quindi ho ripreso a calarmi nei cunicoli, risalire in superficie, cambiare imbracatura, calarmi in un nuovo cunicolo…

Nomi e soprannomi. I personaggi della galassia eversiva e dell’ambito politico sono ispirati a persone effettivamente vissute, a volte ancora viventi. Ho scelto di non nominarli con nome e cognome per un paio di motivi. Il primo è che nella realtà (almeno quella dichiarata come tale dai collaboratori di giustizia) spesso si riferivano l’uno all’altro con dei nomignoli anziché col nome proprio. Un motivo quindi di realismo. Il secondo va in direzione opposta. Volevo che fosse e rimanesse chiaro (sia a me stesso mentre scrivevo, sia al lettore) che il romanzone è… un romanzo. Che mi stavo addentrando in un territorio sconosciuto (e parlo sia dei fatti storici sia, soprattutto, dell’intimità dei personaggi) con l’unica arma della letteratura. Che stavo sfruttando i buchi neri, le opacità, i salti logici e la mancanza di coerenza delle ricostruzioni giudiziarie, storiche e giornalistiche proprio per far correre l’immaginazione. I soprannomi sganciano i personaggi dalle persone a cui sono ispirati. Non è vietato usare nomi di personaggi pubblici all’interno di quella particolare costruzione di fantasia che è un romanzo (io stesso li ho usati, per personaggi di contorno che servono a contestualizzare l’azione), ma certo il fatto di non usarli permette quasi istintivamente al lettore (e a me che scrivevo) di calarsi nel testo con lo stesso spirito di quando si comincia a leggere un romanzo non ancorato a fatti effettivamente accaduti. E volevo che ci fosse anche questa libertà.
L’incrocio di queste due forze contrastanti – estremo realismo documentario da un lato, estrema libertà immaginativa dall’altro – credo sia una delle ragioni che ha dato al romanzo la vitalità che, eventualmente, ha.

Tempi. Torniamo a quel divano, inverno del 2002. Anzi, al mattino successivo. Avevo da poco consegnato al mio editore di allora, Sandro Ferri di E/O, il mio terzo romanzo, A rotta di collo, che sarebbe stato pubblicato in tarda primavera. Così potei iniziare subito a lavorare un po’ al romanzone. Nel 2003 mi fermai per scrivere Fuori tempo, pubblicato da Rizzoli nel 2004. Da allora è andata sempre avanti così, ogni anno, ogni mese, ogni giorno.
«Questo continuo andirivieni da un progetto in fieri all’altro è tipico del mio modo di lavorare, e di gestire la frustrazione quotidiana, ed è un modo per frenare e allo stesso tempo assecondare “l’ispirazione”. L’idea è mantenere in vita narrazioni che traggano la propria energia da fonti diverse, così che, quando le circostanze sono favorevoli al risveglio dell’una o dell’altra bestia dormiente, io abbia sottomano una carcassa da darle in pasto». Da quando ho letto queste parole di (ancora) Philip Roth (si è capito che mi piace?), le ho adottate come manifesto da appendere nella mia ideale stanza di lavoro.
Questo metodo (subìto, non scelto) ha fatto sì che la lavorazione si sia protratta molto a lungo, così a lungo che il caso mi ha portato a fare viaggi in luoghi (Israele, Marsiglia) che altrimenti avrei dovuto visitare appositamente, visto che vi si svolgevano capitoli importanti del romanzo. L’ho preso come un segno del destino. (Peraltro, non che io sia un fan dei sopralluoghi. Il romanzo è una costruzione mentale che può benissimo fare a meno dell’esperienza sul campo. Però, in casi particolari, occorre andare…).
Tuttavia, tra tutte queste carcasse date in pasto alle bestie dormienti – che mi hanno consentito di pubblicare altri libri nel 2007, 2014, 2016, 2017, oltre a svariati racconti e contributi in antologie e riviste –  mi ero ritrovato nel 2013 ad aver più o meno concluso il lavoro di documentazione e struttura, e ad aver scritto un centinaio di pagine: la prima parte. Le montagne della seconda e terza parte si ergevano di fronte a me, vette inaccessibili. Quelle due o tre ore al giorno che riuscivo a dedicare alla scrittura (ho sempre avuto la necessità di un altro lavoro chiamiamolo normale, sia pur part-time) non erano sufficienti a sviluppare l’energia che mi era necessaria per prendere lo slancio e cominciare a inerpicarmi. Scrivevo, scrivevo, ma rimanevo sempre lì, troppo vicino al campo base.
Fu allora che l’azienda per la quale lavoravo da venticinque anni cessò l’attività, e che mi ritrovai, senza troppo preavviso, disoccupato. Mi ci vollero più o meno tre anni per trovare un nuovo lavoro part-time. In quei tre anni, mentre il mio conto corrente calava, le pagine della seconda (e poi della terza) parte del romanzone iniziarono ad accumularsi a un ritmo mai raggiunto prima. Quando ricominciai a lavorare non avevo ancora finito. Ma ormai vedevo la vetta, non avrei più mollato.

Un incontro. In tutta questa radiografia della nascita di Nero ananas, non ho menzionato un elemento che è stato alla base, insieme agli altri citati più sopra, della scelta di dedicare così tanti anni ed energie a scriverlo. Non l’ho menzionato per una sorta di pudore, forse eccessivo. Poi l’altro giorno, al termine di una presentazione in una libreria di Rovereto, mi si è avvicinata una signora. E l’ha fatto lei per me.
«Lei mi ha fatto commuovere» mi ha detto stringendomi la mano. «Tra i morti dell’attentato alla Questura di Milano c’era la mia più cara amica, Gabriella. Leggendo il suo libro ho rivissuto quei giorni terribili. È stata dura. Ma allo stesso tempo è stato bello e importante, perché in qualche modo è come se l’assurdità e inutilità della morte della mia amica sia stata in parte… compensata da questo libro. Grazie».

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Nero ananas - Valerio Aiolli - copertinaLa scheda di “Nero ananas”

Tutto comincia un secondo dopo il botto. Il botto che ha cambiato l’Italia, che ha chiuso l’età dell’innocenza e aperto la strategia della tensione. Il botto del 12 dicembre 1969, Piazza Fontana. Gli estremisti di destra, invisibili, si incontrano, commentano, ricordano, tramano. Un anarchico si trascina di città in città, di nazione in nazione, di sconfitta in sconfitta, in attesa del momento del riscatto. Un politico, così devoto da essere soprannominato il Pio, comincia la sua lenta ma inesorabile scalata al potere. Poi ci sono i servizi segreti che provano a capire, sapere, influenzare. E c’è un ragazzino, che quel giorno ha visto sparire sua sorella e farà di tutto per riuscire a ritrovarla. Quattro anni di destini intrecciati, di fughe, ritorni, di amore e di odio. Quattro anni incandescenti della storia d’Italia, dal 1969 al 1973, raccontati con precisione e sorprendente capacità evocativa.
Nero ananas è tra i dodici candidati al Premio Strega 2019.

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Valerio Aiolli è nato nel 1961 a Firenze, dove vive. Ha esordito nel 1995 con la raccolta di racconti Male ai piedi. Il suo primo romanzo, Io e mio fratello (E/O, 1999), è stato tradotto anche in Germania e Ungheria. Sono seguiti Luce profuga (E/O, 2001), A rotta di collo (E/O, 2002), Fuori tempo (Rizzoli, 2004), Ali di sabbia (Alet, 2007), Il sonnambulo (Gaffi, 2014) e Il carteggio Bellosguardo (Italo Svevo Edizioni, 2017). Per Voland ha pubblicato Lo stesso vento nel 2016 e Nero ananas nel 2019, con il quale è stato selezionato tra i dodici candidati del Premio Strega.

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