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IL VIOLINO DI MUSSOLINI di Mario Baudino

maggio 25, 2019

IL VIOLINO DI MUSSOLINI. Una storia grossomodo d’amore” di Mario Baudino (Bompiani): incontro con l’autore

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Mario Baudino vive a Torino dove è giornalista per le pagine culturali de “La Stampa”. Ha pubblicato le raccolte di poesie Aeropoema, Grazie e Colloqui con un vecchio nemico. È autore di saggi e di romanzi, fra cui Il mito che uccide (2004), Per amore o per ridere (2008), Il gran rifiuto (2009), Ne uccide più la penna (2011), Lo sguardo della farfalla (Bompiani, 2016), Lei non sa chi sono io (Bompiani, 2017).

Il suo nuovo romanzo si intitola Il violino di Mussolini. Una storia grossomodo d’amore (Bompiani, 2019).

Un romanzo dove lo humour dei personaggi, coltissimi, innamorati della letteratura, a tratti burloni, deve misurarsi con la feroce stupidità del mondo che assedia i protagonisti e la loro precaria isola felice.

Abbiamo chiesto a Mario Baudino di parlarcene…

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«Primo, non è un romanzo storico», ha detto Mario Baudino a Letteratitudine. «Secondo, non è né un giallo né un thriller. Terzo, gioca con le strutture di entrambi i generi, ma dal mio punto di vista Il violino di Mussolini dovrebbe essere una commedia. Un libro comico, magari grottesco, una risata (non del tutto allegra?) scagliata sul presente. Va da sé che ogni lettore è signore e padrone e lo interpreta come gli pare, e che l’autore non è affatto sicuro di aver scritto proprio quel che intendeva scrivere: può darsi benissimo che i personaggi mi abbiano preso la mano. Si tratta del resto di tipi un po’ bizzarri e scherzosi, nonostante la loro caratura di bibliofili incalliti: il che potrebbe suggerire l’immagine di topi di biblioteca, noiosetti anzichenò. Io però con loro mi sono molto divertito, dopo averli rintracciati in un primo romanzo (Lo sguardo della farfalla): ma allora era autunno, in seguito ho capito che avevano bisogno di primavera.
Ormai li conoscevo bene. E soprattutto avevo la loro “voce”, un italiano regionale appena insaporito di varianti locali, uno stile che, dati i personaggi, saltella intrepidamente fra l’alto e il basso, un taglio ironico che mi consente una certa compattezza linguistica. Non potevo abbandonarli. Così rieccoli, asserragliati un una cartolibreria montana in un villaggio del Piemonte occidentale (che ho modificato sia nella orografia sia nelle dimensioni). La cartoleria, dove si possono trovare tomi antichi e preziosi, è un po’ segreta e un po’ paradossale. I miei bibliofili sono in perenne attesa di avventure (come del resto sono, mi pare, per loro natura lettori e scrittori) libresche e non, anche se i libri costruiscono il loro orizzonte – insieme ai rituali col barolo chinato, a qualche fuga tra i monti per respirare aria pura ma anche a un certo pendolarismo investigativo su Torino, dove amano una certa “bottega del caffè” (questa esiste davvero ed è possibile che mi abbia fornito lo spunto. Ci vado spesso e ci ho portato anche il mio editore, che mi è sembrato piuttosto colpito).
Nel romanzo, e non nella bottega, fa subito irruzione, come accade infallibilmente per le narrazioni “di genere”, una signora triste e affascinante, che forse intacca un poco la lucidità generale; viene ritrovato per caso – e un po’ troppo facilmente – un libro che non dovrebbe esistere ma che interessa molto a certi politici e faccendieri di estrema destra. Duccio e la sua banda di bibliofili dovrebbero solo “autenticarlo”, ma grazie a esperienza e intuito sono adeguatamente guardinghi. Non aggiungo altro, dico che piacerebbe anche a me evitare le fregature culturali e sociali, anzi mi piacerebbe che tutti le potessero schivare, cosa che non è. Farsi beffe della prepotenze, delle menzogne e della violenza, chissà, forse è un’idea troppo romantica. Forse non è sufficiente, però, ammettiamolo, aiuta. E non poco. Per chi volesse saperne di più, ecco qualche pagina: un pranzo piuttosto agghiacciante».

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Estratto da “IL VIOLINO DI MUSSOLINI. Una storia grossomodo d’amore” di Mario Baudino (Bompiani)

Il pranzo, dal punto di vista di quel che c’era nei piatti, non merita di essere ricordato, a meno di voler sottilizzare sul fatto che le persone fini e soprattutto lombarde dicono colazione per indicare quel che si ingurgita intorno all’una. Ma noi siamo campagnoli, e dunque lasciamo pure perdere. Anche Verdesca non era una persona tanto fine. E con una foglia di tarassaco incollata all’incisivo superiore sinistro, si premurò tra una portata e l’altra (nel senso che erano due, non ci si faccia illusioni) di comunicarci, primo, di essere arciconvinto che noi il libro lo avevamo eccome, ma per qualche ragione non lo volevamo ammettere e, secondo, che ci attendeva una visita guidata ai pezzi migliori della sua collezione.
Se vogliamo chiamarla collezione.
Sembrava il gabinetto del dottor Caligari, per gli amanti dell’espressionismo tedesco; il retro di una farmacia, la stanza di servizio di un obitorio più un reliquiario più una cappella di ex voto più un casino. Senza dimenticare l’armadio di un gangster. Ecco. C’erano ampolle con strani reperti fluttuanti all’interno, e quando dico strani intendo resti umani, dita, nasi, robe così; vecchie armi, brandelli di divise militari, copricapo Baudino_Violino_4mar19.indd 51 05/03/19 17:56 52 militari, pezzi di motore, bambole, strumenti musicali – soprattutto trombe –, bandiere, gagliardetti, stemmi a non finire, busti del Duce, va da sé, aquile più o meno imperiali, qualche libro, qualche scartafaccio e un’infinità di altri oggetti non identificabili: per esempio una sorta di spazzolino, avvolto in sottile velina, infiocchettato a dovere, che racchiudeva, disse Verdesca, i peli del pizzo di Italo Balbo, celeberrimo gerarca fascista, alfiere dell’aviazione, governatore di Tripoli, detto Pizzo di ferro e non a caso, visto che ancora una parte per il tutto era lì, lucida e nera.
C’erano i pantaloni di Galeazzo Ciano, il potente ministro degli esteri, che quando venne fucilato per tradimento a Verona, avendo mollato Mussolini nel ’43, com’è noto se li rincalzò ben bene, per non rovinare la riga, prima di prendere posto sulla sedia davanti al plotone d’esecuzione. Erano stirati alla perfezione, bisogna ammetterlo. C’erano aggeggi sadomaso, catene e frustini, corde e guinzagli, con cui si divertì l’ultima notte della sua vita il temibile Ettore Muti, energumeno furibondo, prima che i carabinieri del re facessero irruzione in una villa romana e sparacchiassero coscienziosamente su tutto ciò che si muoveva intorno. C’erano gli occhiali rotti di Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas, che pure salvò la pelle e tentò persino un colpo di stato nel dopoguerra, ma in tutta evidenza non salvò quelle lenti e nemmeno la montatura. C’era tutto un cimitero del fascismo, pezzi pezzetti e pezzettini, brandelli, lacerti, un puzzle non ricomponibile, le schegge di un’esplosione riposte e catalogate.
O almeno, così sosteneva Verdesca.
Noi, impassibili. Lui sembrava non stancarsi mai di illustrare le sue meraviglie. Fu necessario fermarlo.
“È sicuro che tutta questa roba sia, diciamo così, autentica? Ha la documentazione che la riconduce ai suoi non del tutto fortunati, diciamo ancora così, titolari? E se posso permettermi di essere per una volta indiscreto, che cosa se ne fa?”
Il Capo sì che sapeva formulare le domande, e ottenere risposte.
“Bravo, il signor cacciatore di libri. Vuole sapere che me ne faccio? Storia e denaro, che sono due passioni due, mi creda, senza pari. Storia e denaro,” canterellava l’ingegnere, accarezzando come fossero figli suoi il naso di Starace e la collana di Claretta Petacci, l’alluce di Pavolini e la cintura di Buffarini Guidi, per non parlare del pugnale di Utimpergher che non è un eroe dei fumetti ma un gerarca di seconda fascia, però con un gran bel nome; o della bombetta di Bombacci, e mi scuso se non eccedo in particolari biografici perché ormai basta e avanza Wikipedia.
“Altro che Predappio, quel museo ridicolo nella casa del Duce, per di più con un sindaco comunista. Questo è il vero archivio, il magazzino, il tempio, il tempio, il tempio!”
Il pranzo mi stavo andando di traverso, nonostante la sua estrema digeribilità.
Il Capo, invece, era come sempre imperturbabile.
“Se ho ben capito, ingegnere, lei ne fa un certo commercio. Non immaginavo che ci fosse una domanda così importante, un mercato così florido…”
Venne interrotto, il che non deponeva a favore del Verdesca. Non si interrompe mai il grande Duccio, se non si è in cerca di guai.
“Un mercato milionario, mi creda. Altro che i suoi libri…”
E dagli.
Duccio non raccolse.
L’ingegnere scartò e ripartì di gran lena come se nulla fosse accaduto, pareva santa Teresa in estasi. Ma anche un venditore di abbonamenti telefonici, a pensarci.
“Amico mio, la situazione è quella che è: coi tassi che ci sono in giro, i soldi non rendono nulla, le obbligazioni meno ancora, le azioni sono carta straccia e l’oro, quello meglio perderlo che trovarlo. E allora dove investirlo, ’sto benedetto milioncino? Lei sa che cosa diceva un grande finanziere americano, vero? Che il difficile non è fare il primo milione, ma conservarlo. Ecco qua, se è riuscito a metterlo insieme, spicciolo su spicciolo, lo conservi e le dico bravo. Ma scommetto che non ha la minima idea di come fare. L’arte, consigliano tutti, i quadri le sculture quella roba lì, magari anche contemporanea… lei dirà anche i libri visto che è nel commercio. Lo dice?”
“Non ci penso nemmeno.”

(Riproduzione riservata)

© Bompiani

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La scheda del libro

Il violino di Mussolini. Una storia grossomodo d'amore - Mario Baudino - copertinaLibri e fantasmi, come sappiamo, sono spesso indistinguibili. Ma può anche capitare ad altri oggetti di assumere un’identità contraddittoria, sfuggente, spettrale: è un violino sforacchiato di pallottole il protagonista latente della nuova avventura dei bibliofili montanari amanti del barolo chinato, l’allegra combriccola di Lo sguardo della farfalla. Mentre dilaga la primavera, Duccio, Demi, il professor Calafava, la giornalista Giuditta e i loro fedeli amici, non ultimo il saggio gatto Monsignore, dovranno smascherare non una persona ma un libro, e non un libro qualsiasi, perché racconta le ultime ore di Mussolini sostenendo che sarebbe stato ucciso non come dicono le ricostruzioni storiche ma in segreto, mentre suonava il violino. Il modesto volume che risulterebbe scritto e pubblicato a ridosso degli avvenimenti è la posta di un confronto dai contorni sfocati, fra politici di estrema destra impigliati nei loro giochi elettorali, truffatori, maestri tipografi, ambigui commercianti. A complicare tutto una seducente signora dal fascino melanconico e per qualcuno irresistibile: e l’amore, si sa, non aiuta a conservare la freddezza necessaria in circostanze così complicate. La stagione è idilliaca, ma sembra annunciarsi un brutto inverno dal punto di vista politico e sociale. Un romanzo dove lo humour dei personaggi, coltissimi, innamorati della letteratura, a tratti burloni, deve misurarsi con la feroce stupidità del mondo che assedia i protagonisti e la loro precaria isola felice.

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© Letteratitudine

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