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SIMONA LO IACONO racconta L’ALBATRO

maggio 27, 2019

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo L’ALBATRO (Neri Pozza)

Disponibile in libreria a partire dal 30 maggio 2019

di Simona Lo Iacono

 * * *

Cercavo un libro di commedie di Nino Martoglio.
Come sempre, la ricerca nella mia libreria durava ore. Non appena aprivo un testo, mi immergevo nella lettura e dimenticavo ciò che mi interessava. Non sono mai riuscita a resistere al richiamo dei libri. Troppo implorante per essere trascurato.
Il volume de “Il gattopardo” saltò fuori dalla terza mensola. Un’edizione vecchissima, appartenuta a mia madre. Le pagine erano ingiallite. Tra l’una e l’altra sbucavano fuori resti di petali essiccati, vecchie cartoline, una foto tagliata a metà che ritraeva i miei genitori in viaggio di nozze.
Non ho mai voluto che i libri restassero integri. Li ho sempre sottolineati. Li ho riempiti di resti, di carte, di oggetti.
Mi fa piacere che, quando li apro, dalle pagine affiorino anche residui e antiche nostalgie. Qualche rimasuglio di un momento, qualche spasmo di felicità.
In questo modo mi pare che siano vivi, sempre in procinto di dirmi che hanno un’anima, oltre che mani capaci di consegnarmi frattaglie, cose lacere, inutili, che altri avrebbero buttato.
Avevo letto “Il gattopardo” decine di volte. Non solo perché amavo la fierezza di don Fabrizio, la sua malinconia di scrutatore di stelle. Ma anche perché ero una sostenitrice del ruolo degli animali in letteratura. E spasimavo per il suo cane, Bendicò.
Inoltre, da quando mio figlio Nanni era nato, non facevo che chiamarlo “Principe di Salina”. Sia perché era diventato il padroncino assoluto della mia vita, sia perché con la casata dei principi siciliani, condivideva una certa tendenza a farsi servire, a impigrirsi davanti ai giochi delegando a me ogni altra occupazione.
“Nanni, principe di Salina, rimetti a posto la stanza….Nanni, principe di Salina, non ciondolare, vieni a lavarti….Nanni, principe di Salina, non lanciare le scarpe…”
Insomma, il principe di Salina dimorava a casa mia.
Mi soffermai dunque sulla prefazione, e dimenticai presto che stavo cercando altro.
Era uno scritto a firma di Giorgio Bassani, l’autore dei Finzi Contini. Raccontava di quando, nel 1954, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il cugino Lucio Piccolo, il poeta amato da Montale, si erano recati a San Pellegrino Terme, per un convegno letterario.
I due gentiluomini siciliani non erano passati inosservati.
Avevano con sé bagagli inusuali, valige del secolo prima, persino lenzuola e federe per l’albergo. Erano eleganti e fuori moda, ma fascinosi nel narrare e coltissimi. Provenivano da una villa a strapiombo sul mediterraneo, abbarbicata su una vetta di Capo D’Orlando, nel messinese, da dove sentinellavano i mostri marini, e la stagione dell’amore delle sirene.
Insomma, sembravano due personaggi d’altri tempi, che approdavano nell’anno 1954 da almeno due secoli prima.
Li accompagnava un servo devoto, un uomo che obbediva a ogni loro desiderio senza neanche ricevere ordini. Un custode gentile delle loro esigenze, che sembrava amarli più che temerli.
E subito mi chiesi… chi era quel servo?
E se fosse stato un frequentatore abituale della casa dei Lampedusa? Se avesse visto crescere lo stesso Giuseppe Tomasi, condividendo con lui la stagione, splendida e terribile, dell’infanzia?
Andai a letto pensando a quel servitore taciturno, che precedeva ogni mossa del suo principe, che lo seguiva con sguardo attento, con una delicatezza simile a quella di un superstite.
Iniziai a scrivere quasi di getto, immaginando che il suo ruolo nella vita di Giuseppe Tomasi fosse molto più rilevante di quello di un qualsiasi domestico, e che il suo sguardo umilissimo meritasse di essere raccontato.
E’ così che è nato il mio ultimo romanzo: “L’albatro”.
L’albatro infatti è il più fedele tra gli uccelli. Un volatile che segue con sguardo innamorato la scia delle navi mercantili e non abbandona mai il capitano, nemmeno quando infuria la tempesta.
Sia che tiri maestrale, sia che giri il libeccio, sia che gli abissi si inalberino contro l’uomo, l’albatro resta accanto alla nave.
Chiamai quel servo Antonno e decisi che sarebbe stato per Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ciò che l’albatro è per il suo capitano. Un custode. Un compagno. Una creatura che non indietreggia, che ama, e che vuole condividere il destino del suo compagno d’avventura.
Antonno infatti è come un albatro. Ha dedizione assoluta, un piglio da vero e dolcissimo martire. Lo sguardo di un poeta.
Inoltre, nonostante sia un bimbo in apparenza normale, forse solo un po’ più bizzarro degli altri, Antonno fa, pensa e vive al contrario.
Se deve andare avanti, cammina all’ indietro. Se deve leggere, comincia dall’ultima pagina, se deve ridere, piange.
Insegnerà a Giuseppe Tomasi a percorrere una via inusuale per l’accesso alla verità. Una via tutta al rovescio, una strada ribaltata, storta, forse rivoluzionaria. Quella che scardina l’apparenza, e che al linguaggio del mondo preferisce l’irritualità del sacrificio, alla superficialità l’attenzione e la cura, all’abbandono la fedeltà.
E’ tale la forza dell’albatro, sia pure vestita da debolezza, che quando Giuseppe Tomasi, ormai morente, ripercorrerà tutta la sua vita con la memoria (e rivivrà i due conflitti mondiali, l’amore per la moglie Licy, la caduta della sua classe sociale, la stesura del suo grande romanzo “Il gattopardo”), sentirà che ad accoglierlo, oltre il mistero della fine, c’è ancora la benevolenza di quello stranissimo servitore, il suo custode benigno e sbeccato.
D’altra parte anche io – scrivendo – ho sperimentato l’abnegazione dell’albatro.
Un calore al centro dello stomaco, qualcosa di arcaico e primordiale, che coincide con la sensazione di essere amati.
E protetti.

(Riproduzione riservata)

© Simona Lo Iacono

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La scheda del libro

Facendo propria l’idea che il destino di ogni adulto vada cercato nei suoi sogni di bambino, Simona Lo Iacono tratteggia, con sontuosa eleganza, il ritratto di una delle più importanti figure della letteratura italiana, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, scrittore dalla complessa personalità e autore del celeberrimo «Il Gattopardo».

Palermo, 1903. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un bambino solitario e contemplativo, uno di quelli che preferiscono «la stranezza delle cose alle persone», avendo «per compagnia solo il silenzio». Figlio unico di una nobile famiglia siciliana, vive nello sfarzoso palazzo di via Lampedusa, circondato unicamente da adulti, dei cui discorsi, tuttavia, capisce ben poco. Un giorno, nella sua vita, arriva Antonno: nessuno si prende la briga di presentarli e i due bambini si ritrovano all’improvviso l’uno dinnanzi all’altro, Giuseppe con il completo all’inglese in gabardine blu, i pantaloni sotto il ginocchio e il gilet bordato di seta. Antonno con la camicia arrotolata, di due misure più grande, le scarpe estive, i calzettoni invernali e in testa una paglietta bucata sulla punta. È un misto di stagioni e taglie sbagliate, Antonno, un bambino «tutto al contrario»: se sfoglia un libro comincia dall’ultima pagina, se vuole andare avanti cammina all’indietro e non c’è verso di fargli iniziare la settimana di lunedì o di togliergli dalla testa che si nasce morendo. Giuseppe non sa nulla del passato di Antonno, né tantomeno i motivi per i quali gli sia stato messo accanto. Sa però che Antonno non è come gli altri bambini e che la fedeltà che dimostra nei suoi confronti è pari solo a quella dell’albatro: tenacissimo, l’albatro non abbandona il capitano nemmeno nella disgrazia, seguendolo nella buona e nella cattiva sorte. Da quel momento, non c’è avventura, per quanto discutibile, in cui Antonno non lo affianchi. E non c’è notte in cui non vegli su di lui, come un fedele custode. Fino al giorno in cui, all’improvviso, così come è arrivato, Antonno svanisce. Divenuto adulto, Giuseppe partecipa ai due conflitti mondiali; dopodiché si ritira a vita privata, viaggiando e dimorando per lunghi periodi all’estero, dove conosce Alexandra Wolff, detta Licy, che diverrà sua moglie, e dove inizia a confrontarsi con i grandi della letteratura europea. Saranno questi viaggi a portarlo a cimentarsi, quasi alla fine della sua vita, nella stesura di un romanzo ispirato alla figura del bisnonno paterno Giulio Fabrizio, l’astronomo, il sognatore. Un romanzo che avrà per protagonista un personaggio fugace, un nobiluomo colto e malinconico che perde il suo sguardo nel cielo per fuggire la terra: si intitolerà Il Gattopardo e, dopo lunghi anni, ricondurrà da lui Antonno e la sua visione rovesciata del mondo.

 

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