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MARCO POLO di Gianluca Barbera (un estratto)

maggio 30, 2019

Pubblichiamo un estratto di MARCO POLO di Gianluca Barbera (Castelvecchi)

In libreria da oggi, 30 maggio 2019

* * *

Un paio di giorni dopo aver lasciato Trebisonda…

Un paio di giorni dopo aver lasciato Trebisonda, ripresi a raccontare tra sguardi estasiati, ci trovammo ad attraversare i monti Calamita. Volevo a tutti i costi vedere l’Arca, se mai fosse esistita, a dispetto di una profezia che prometteva morte istantanea a chiunque vi avesse posato gli occhi sopra. All’epoca ero così giovane da non temere quel genere di storielle: mi sbagliavo.
«Perché hanno questo nome?» chiesi a Ibn, il capocarovaniere, alludendo ai monti che ci sovrastavano.
«Perché hanno il potere di attrarre i metalli».
Lo guardai sbalordito.
«Molti eserciti» aggiunse lui «sono stati sbaragliati. I monti catturano le armi e spogliano i soldati delle armature».
Lo fissai perplesso, senza dire nulla. Ogni terra ha le sue leggende. Scesa la sera montammo il bivacco. Raccolti attorno al fuoco ci accingevamo a consumare il pasto, quando si sentì un rumore. Erano due uomini in groppa a smunti cammelli. Venivano avanti tranquilli, come fossero di casa. Smontarono di sella e affidarono le bestie ai cammellieri. Ibn li salutò con un cenno della mano e li invitò a sedere accanto al fuoco, che crepitava in lingue rossastre.
Ci presentammo. Quando seppero che venivo da Venezia mi chiesero dove fossi diretto.
«Alla corte del Gran Khan» dissi.
«Rechiamo un’ambasceria del Papa e mercanzie. Oltre a un’ampolla contenente sette gocce dell’olio che brucia sull’altare del Santo Sepolcro».
Quelli sbiancarono.
«I mongoli» disse disgustato il più giovane dei due. «Mangiano tutto ciò che può essere masticato».
La cosa non mi sorprese. Ne avevo sentite di tutti i colori sul loro conto. Insistetti per saperne di più.
«Durante gli assedi» spiegò il più anziano, che aveva il volto butterato, «sia assedianti che assediati procedono alla decimazione, scegliendo il compagno da divorare. E quando piove il loro paese
si riempie di topi. Divorano anche quelli. Banchettano perfino con lo sterco dei loro cavalli, se capita. Ai nemici tagliano le orecchie, che immergono nell’aceto: è il loro piatto preferito».
Così disse, e io rabbrividii.
«Questi sono i tartari» aggiunse l’altro avvicinando col piede un ciocco alla fiamma.
«Una cosa buona però ce l’hanno» fece il più anziano.
«Ah, sì?» intervenne Ibn. «Cosa?».
«Il sistema postale» rispose il forestiero con un sorriso beffardo.
«Hai voglia di scherzare?» fece Ibn.
«Tutto il loro vasto impero è coperto da una fitta rete di stazioni postali in modo da far viaggiare veloci gli ordini del khan. A ogni stazione un cavaliere attende l’arrivo della staffetta, che si fa precedere da un rumore di sonagli appesi alla cintola. In un solo giorno un dispaccio dell’imperatore è capace di coprire duecentocinquanta miglia».
«Fiuuuu» fece Ibn sbattendo gli occhi.
«E comunque state procedendo nella direzione sbagliata» osservò il forestiero più anziano.
«Ho lasciato mio padre e mio zio a Trebisonda» osservai, «in attesa dei lasciapassare. Io ne ho approfittato per fare una piccola deviazione».
«Non così piccola» ribatté lui. «Ma avrai avuto le tue ragioni».
Annuii.
Naturalmente non avevo fatto parola del dono più prezioso che avevamo in serbo per il khan, altrimenti mi avrebbero chiesto di mostrarlo e a qualcuno sarebbero potute venire strane idee, come
quella di impossessarsene. Niente al mondo, io credo, avrebbe potuto eguagliare il valore di quel dono, capace di conferire al suo possessore un potere quasi magico. Ma ve ne parlerò a tempo debito. Per ora dovete tenere a freno la curiosità.
Per tornare a noi, un istante dopo venne acceso un narghilè, che iniziò a passare di mano in mano.
«Sai» disse a un tratto il forestiero più anziano, passandomelo e indicando il capocarovaniere. «Lui porta un nome glorioso.
Lo stesso di Ibn Battuta il Grande. Tu sai chi è Ibn Battuta il Grande?».
Feci di no con la testa.
Allora quello prese a raccontare: «Ibn Battuta il Grande è il primo viaggiatore della Storia. Non viaggiava in cerca di guadagni, ma per il gusto di viaggiare. Non molti sono in grado di comprenderlo. Suo malgrado divenne ricco, per poi perdere tutto. Era un pozzo di scienza. Conosceva l’animo umano. “Sono figlio della strada” diceva di se stesso. Dottissimo nella Legge coranica. Prodigioso nella sapienza. Percorse in lungo e in largo la nostra grande umma. E non solo. A Ceylon deliziò per tre giorni le orecchie del sovrano con storie di re e di terre lontane guadagnandosi la stima della corte. Sceicchi, califfi, sultani facevano a gara per averlo ospite. E quando in Mali attese quattro mesi prima di essere ricevuto a corte, così si rivolse al sultano: “Che cosa potrò raccontare di voi agli altri sultani?”. In tal modo si guadagnava il rispetto.
Questo era Ibn Battuta il Grande, una vita spesa in groppa a un cammello, armato della sua lingua e del suo cervello. Da vecchio fu nominato qāḍī».
«Tu confondi questo Ibn Battuta il Grande con Ibn Fadlan» lo corresse la mia guida. «A dire il vero, l’unico Ibn Battuta che conosco l’hai davanti a te» concluse battendosi sul petto.
«Non parlo di un uomo esistito» disse l’altro dopo un attimo, con fare misterioso. «Ma di un uomo che esisterà. O meglio. Già esiste. Vive a Tangeri. Ma è solo un ragazzino».
«Vuoi farci credere che prevedi il futuro?» domandò Ibn.
Il forestiero non rispose. Si limitò a sorridere, avvicinando le mani al fuoco.
«Sei mio ospite» disse Ibn sorridendo a sua volta «e non voglio contraddirti. Sia come dici tu».
Di colpo sentimmo un rumore assordante e un’ombra gigantesca ci passò sopra le teste. Alzai gli occhi e vidi una sagoma scura allontanarsi nel cielo a gran velocità dopo essersi abbassata e aver
afferrato un cammello per portarselo via.
Ci alzammo e corremmo nella sua direzione raccogliendo gli archi e le spade. Ma ormai era tardi. C’era concitazione nell’accampamento.
Molti insistevano per spostare le tende in un luogo
più riparato. Ma Ibn non volle saperne. Disse che per quella notte la Faija non sarebbe riapparsa.
Tornammo a sederci attorno al fuoco.
«Che diavolo era?» dissi turbato. «Esistono uccelli tanto grossi da queste parti?».
«Non era un uccello, amico mio» fece il capocarovaniere riprendendo a fumare. «Era un drago».
«Un drago?» dissi con l’aria di chi non se la beve.
«Be’, prima era una donna. La figlia di Ippocrate per l’esattezza,
sempre che tu sappia chi era…».
«L’inventore della medicina» feci. «Non ne conosco altri».
«Quella è sua figlia. Un sortilegio l’ha trasformata così».
«Non spererai che ti creda. Se fosse vero, dovrebbe avere millecinquecento anni».
Ibn sorrise. «Fa’ come vuoi. In ogni caso, la storia è questa, se vuoi sentirla». E prese a raccontare: «Come avrai visto, misura perlomeno cento braccia di lunghezza».
Annuii.
«Dimora in un vecchio castello diroccato dietro quei monti laggiù
». E indicò col dito. «Si mostra due o tre volte l’anno. Non è una minaccia per gli uomini, se nessuno la insidia. A trasformarla così è stata una dea di nome Dimatha, gelosa della sua bellezza. Fin quando un cavaliere non la bacerà sulle labbra, manterrà quelle sembianze».
Tra lo sconcerto, risi.
«Perdonate. Ma chi potrà mai baciare un drago?».
«Non molto tempo fa» disse con pacatezza Ibn, «venne da Rodi un cavaliere, giurando che l’avrebbe baciata. Si credeva coraggioso, ma giunto davanti al drago il cavallo s’impennò e lui ne fu
sbalzato. Raccolse le armi e corse via. Il drago si levò in volo e lo afferrò prima che potesse mettersi in salvo. Lo trasportò sopra un dirupo e lo gettò dabbasso. Il poveretto si sfracellò al suolo come
un guscio d’uovo. Non un solo osso rimase intatto».
«Dio mio!» esclamai.
«In seguito» proseguì Ibn, «giunse al castello un giovane ignaro di ogni cosa. Entrò e in una sala vide una ragazza bellissima che si pettinava davanti allo specchio. Tutt’intorno erano forzieri
colmi di ricchezze. Il giovane, incantato, si fece avanti dichiarandole il proprio amore. Lei gli rispose: “Se mi vuoi, torna fra una settimana, dopo essere stato nominato cavaliere. Sarà sufficiente che mi baci sulle labbra e sarò tua, insieme alle ricchezze che vedi”…
Una settimana dopo il giovane tornò, accompagnato da amici.
Ma invece della ragazza trovò ad attenderlo il drago. Era sul punto di scappare quando quello gli parlò: “Non aver paura: sono io, Teofila. Se mi vedi sotto le sembianze di un drago la colpa è di un
incantesimo che col tuo bacio puoi spezzare”. Ma il giovane non volle saperne. Girò sui calcagni e se la diede a gambe tra le risate dei compagni. Da allora» concluse Ibn «nessuno ha mai potuto fissare il drago negli occhi senza morirne all’istante».
«Non crederai a quello che racconta» fece il fratello minore di Ibn, che fino a quel momento era rimasto zitto, ascoltando ogni cosa con l’aria divertita.
«No di certo». Afferrai il narghilè dalle mani del forestiero più giovane e trassi una boccata, subito assalito da una tosse irrefrenabile.
«Lo vedi, a non credermi!» fece Ibn battendomi tra le scapole col palmo della mano.
In quel momento udii un sibilo. In un attimo un lungo serpente mi passò accanto.
Balzai di lato cacciando un grido.
Ibn rise.
«Stai tranquillo. Non è pericoloso. A meno che tu non sia nato fuori del matrimonio».
Rise di nuovo.
«Spiegati». Cominciavo a irritarmi.
Nel frattempo il serpente si era fermato e pareva fiutarmi ondeggiando la testa, che aveva sulla sommità occhi ipnotici cerchiati di bianco.
«Non muovere un muscolo» mi intimò Ibn.
«Sei sicuro?».
«Fidati».
Il serpente mi sfiorò i calzari, sibilando con la lingua di fuori.
Occhi accesi come braci.
Rabbrividii. Ma restai immobile.
Un attimo dopo il serpente riprese la sua strada.
Tirai un sospiro di sollievo.
«Che ti dicevo?» fece Ibn dandomi un’altra pacca sulla spalla.
«Perché eri sicuro che non mi avrebbe morso?».
«Non lo ero» ammise lui.
«Cosa!» dissi alzando la voce.
«Quel serpente è un ouko» continuò lui con calma. «I nostri padri lo usano da secoli per accertarsi se un figlio è legittimo o bastardo».
Non trattenni un sorriso.
«Questa la devo capire» dissi.
«È semplice» fece lui. «Chi è nato dal matrimonio non ha nulla da temere. L’ouko gli passa accanto senza fargli alcun male. Ma i nati dall’adulterio… l’ouko li morde iniettando il suo veleno».
«Mi prendi in giro?».
«Ti assicuro che è così. Da secoli, se un marito ha dei dubbi non ha che da ricorrere all’ouko… Spesso non è necessario arrivare a tanto. È la stessa moglie a confessare per proteggere il figlioletto
bastardo».
Scossi il capo. Era incredibile il numero di superstizioni di cui era schiava quella gente del deserto.
«Sai» fece lui un attimo dopo. «Una volta ho attraversato il deserto d’Arabia, verso la Caldea, fino al luogo dove sorge la torre di Babele. Ne avrai sentito parlare…».
«Certo» dissi. «Ma come ti viene in mente?».
Siccome restava in silenzio, lo incalzai: «Visto che non vuoi rispondere, dimmi almeno com’è, questa famosa torre».
«Be’, prima di tutto non è una vera torre. Piuttosto, una cittadella fortificata, posta al centro di una vasta pianura, con alloggi e abitazioni al suo interno. Pare che a costruirla sia stato un re chiamato
Nimrod, la cui statura superava quella di chiunque. Il primore che l’uomo si sia mai dato. Le mura di Babele raggiungono un’altezza di settanta stadi, tanto perché ti faccia un’idea. Dicono che un tempo il fiume Eufrate vi scorresse tutt’attorno, prima che Ciro il Grande, re di Persia, ne deviasse il corso frammentandolo in trecentosessanta piccoli rivoli. Lo fece, dicono, per punire il fiume, responsabile dell’annegamento di molti suoi soldati, i quali avevano tentato di attraversarlo a cavallo o a nuoto. Pare avesse giurato di ridurlo a una pozzanghera che perfino una donna avrebbe
saputo attraversare senza sollevare la veste».
Risi di gusto a quelle parole. Rifiutai il narghilè che mi veniva porto di nuovo. Ne avevo avuto abbastanza.
«Comunque» riprese lui «della torre rimane in piedi ben poco e tutt’attorno è pieno di sterpaglie, serpenti e altre bestie velenose che non lasciano avvicinare nessuno… e di ouko, naturalmente».
Era tutto molto interessante, ma cominciavo ad avere sonno.
Sbadigliai. Gli occhi mi si chiudevano. Ibn se ne accorse e mi tese la mano.
«Buonanotte» disse tirandomi su. «Domani ci aspetta una lunga sgroppata».
Ci salutammo e andammo a dormire.
I due forestieri ci fecero sapere che sarebbero ripartiti prima dell’alba, pertanto presero congedo da noi in quel momento. Li vedemmo sistemare i loro giacigli accanto ai cammelli.
«Non si separano mai dalle loro bestie» osservò Ibn.
«Non si direbbe che se ne prendano gran cura: gli si vedono quasi le ossa» dissi.
Il giorno seguente, ripreso il viaggio poco dopo il sorgere del sole, giungemmo a un villaggio in territorio Magog. Fummo accolti con calore. È gente molto ospitale, se non si hanno intenzioni ostili. Altrimenti, non ci pensano due volte a scannarti e a mangiarti gli occhi.
Era sera e si preparavano a banchettare.
Indossavano abiti curiosi, che li facevano somigliare a uccelli rapaci.
Ci invitarono a cenare con loro, in un grande spiazzo dove l’intero villaggio consumava il pasto in comune.
Il capovillaggio, che di nome faceva Orzon, volle che sedessi alla sua sinistra e chiese a Ibn di accomodarsi alla sua destra. Dietro di noi, lo stuolo delle figlie, il volto coperto da un velo dorato.
Vennero servite carni bianche e verdure arrosto. Prese a circolare una bevanda alcolica che stordiva in fretta.
«Bevine un sorso» fece il capovillaggio passandomi una ciotola di legno contenente un liquido color cedro. Profumava anche a distanza.
«Di che si tratta?» domandai.
«Si chiama guybalse» rispose lui. «Ma credo che voi lo conosciate col nome di “balsamo del Paradiso”… Viene servito in ciotole di legno di aloe, che come sapete cresce solo nel Paradiso terrestre».
«Sul serio?» dissi imbastendo un largo sorriso incredulo e badando al tempo stesso a non offenderlo.
«Il guybalse» continuò lui «è fatto con le foglie di abebissam. Ora vi mostro».
Infilò la punta del coltello nella ciotola e poi l’avvicinò al fuoco.
«Vedete, se il liquido brucia significa che è vero guybalse. Molti ricorrono a piante meno pregiate, per avarizia».
La lama del coltello prese a sfrigolare e poi si incendiò.
«Bevi, fratello. Ti trasporterà in Paradiso. Vedrai che sonno ti farai, tra poco».
Un po’ riluttante presi la ciotola e la portai alle labbra.
«Bravo. E ora tu» disse rivolto a Ibn, che non se lo fece ripetere.
Di colpo la testa prese a dondolarmi.
«Stai bene, fratello?» mi domandò Ibn con un sorrisetto dei suoi.
«Credo di essere sul punto di svenire…».
«Stai tranquillo. È un effetto che dura poco» mi incoraggiò il capovillaggio.
Difatti poco dopo mi ripresi. O così mi parve.
«Venite» disse Orzon, allungando un braccio per tirarmi su.
«Dove andiamo?» domandai.
«Lo vedrete» fece l’uomo, in tono misterioso.
Camminammo dietro di lui verso il limite estremo del villaggio.
Reggeva una fiaccola con cui faceva luce davanti a sé. Giungemmo all’imboccatura di una caverna. Due enormi colonne ai lati dell’ingresso.
Vi entrammo, dopo esserci tolti i calzari. Torce appese alle pareti la illuminavano. Il soffitto era altissimo. Al centro di una sala circolare sorgeva un altare ricavato dalla roccia.
Il capovillaggio ci invitò a sedere ai piedi dell’altare, su una specie di gradinata. A poco a poco la grotta si riempì di folla. Un vociare sommesso. Tutto il villaggio si era raccolto lì dentro. La calca
era tale che sentii ginocchia e gomiti premermi contro la schiena.
Un magogghiano molto anziano, in abito sacerdotale, alzò le mani e intonò un canto sacrale.
Tutti chiusero gli occhi, ma non io. Ero come ipnotizzato.
Per un po’ non accadde nulla. Poi di colpo si udì un frullare d’ali: un’ombra entrò nella grotta volando sopra le nostre teste e andò a posarsi sull’altare. Sbatteva le ali freneticamente.
Tutti aprirono gli occhi e si levò un boato di ammirazione.
Guardai Ibn, che sorrideva beato.
L’uccello, non più grande di un’aquila, aveva sul capo una cresta piumata simile a quella del pavone; il collo era colore dell’oro, il becco blu indaco, le ali porpora e la coda con striature arcobaleno.
Dopo essersi scossa a lungo, la bestia ora ci fissava immobile.
Era uno spettacolo maestoso e sinistro al tempo stesso. Sentivo che qualcosa stava per accadere.
Di colpo l’uccello prese fuoco da sé, senza che nessuno avesse fatto nulla. Si levò un boato ancora più alto del precedente. In un attimo l’uccello era ridotto a un mucchietto di cenere.
Ero sconvolto. Guardai Ibn in cerca di una spiegazione.
«Mai sentito parlare dell’araba fenice?» mi sussurrò a un orecchio.
«Certamente…».
«Domani» continuò «al posto di quella manciata di cenere vi sarà un baco. E il giorno seguente quel baco si trasformerà in un uccello perfettamente formato. I sacerdoti lo nutriranno per un giorno e poi prenderà il volo per riapparire tra centocinquant’anni…
Rallegrati, hai assistito a un fenomeno rarissimo. La prossima volta che accadrà noi due saremo pulviscolo e granelli di sabbia del deserto». E mi diede un colpetto col gomito.
Un’ora dopo, storditi da quello spettacolo portentoso, giacevamo su ruvidi pagliericci all’interno di una costruzione di legno dal profumo di resina. Passai una notte piena di sogni agitati, a metà tra la meraviglia e l’incubo.
L’indomani salutammo i nostri ospiti e ci rimettemmo in viaggio. Orzon aveva fatto preparare per noi abbondanti scorte di viveri.
Due giorni dopo, al termine di una marcia sostenuta, raggiungemmo la catena dell’Ararat, la cui sommità è perennemente innevata. Anche i versanti rivolti a Nord lo sono. Sotto quelle nevi, a meno di mezza giornata dalla vetta, su una spianata, doveva trovarsi semisepolto lo scafo dell’Arca di Noè. Iniziammo l’ascensione del monte per un sentiero stretto e tortuoso, anch’esso coperto da un soffice manto di neve, ma fortunatamente non ghiacciato.
Tre giorni vagammo in cerca dell’Arca, trovando riparo, la notte, in grotte abbastanza asciutte. In un villaggio ai piedi dell’Ararat avevamo assoldato un paio di guide che giuravano di conoscere il luogo in cui si trovava l’Arca. Ma da come procedevano avevo l’impressione che non ne sapessero più di noi.
Dopo altri due giorni di quel girovagare venne giù una grandine talmente violenta che dovemmo riparare in una grotta. Un cammello era rimasto accecato a un occhio e un altro era caduto a terra
stecchito, il cranio fracassato. Mai vista una grandine fatta di palle grosse come quelle.
La mattina dopo era tornato il sereno e riprendemmo la marcia. Lungo un sentiero accidentato che si inerpicava su per il versante più scosceso del monte, non lontano da uno spunzone roccioso, vidi sbucare dal terreno due enormi catene. Rivolsi a Ibn uno sguardo interrogativo. Sorrise.
«A quelle catene, narra la leggenda, fu legato il gigante Andromeda, prima del diluvio universale» disse.
«Hai una risposta per tutto» gli feci notare. «E cosa aveva fatto, quel povero gigante, se è dato saperlo?».
«Aveva trasgredito le leggi di Iafet, figlio di Noè e fondatore di Giaffa, città antica e nobilissima, sorta addirittura prima del diluvio».
«Ma non si trova a centinaia di miglia da qui?».
«Sì, ma il gigante fu inseguito dai Cavalieri delle Sette Tavole fin su questo monte, dove sfiancato si lasciò catturare e incatenare».
Ci avvicinammo. Ibn si chinò e prese in mano con cautela un osso corroso dal tempo, lungo almeno cinquanta piedi.
«Lo vedi?» disse. «È una costola del gigante».
Aggrottai la fronte.
«Raccontalo a un altro, fratello» risposi. «E ora sputa la verità. Scommetto che si tratta dei resti di un mastodonte».
Ibn eluse anche questa domanda, posò l’osso e ci rimettemmo in marcia.
«Un giorno ti mostrerò la tomba di san Giovanni» disse a un tratto venendomi accanto.
«Dove si trova?».
«A Efeso. Pare che Giovanni si sia fatto tumulare da vivo. E che ancora adesso si veda la terra muoversi, come se sotto si agitasse qualcosa. Dicono che è Giovanni che freme in attesa del
Giorno del Giudizio».
Sollevai un sopracciglio senza far commenti.
A pomeriggio inoltrato attraversammo un’ampia vallata in fondo alla quale sorgevano i resti di un’antica città. Ruderi corrosi dal tempo e infestati da erbacce.
«Quella era una città rigogliosa e potente, un tempo» osservò Ibn indicandola con il bastone. «Un giorno il primogenito del re si innamorò della figlia di un pastore. La prese in sposa, nonostante
l’opposizione del padre. Ma poco dopo la ragazza morì. Tali erano la passione e la disperazione del principe che una notte scoperchiò la tomba e la possedette da morta. Nove mesi dopo gli apparve in sogno un angelo che gli disse: “Vai alla tomba e aprila”.
Il principe obbedì, ma non appena la ebbe spalancata un mostro alato balzò fuori strepitando. Uccise il principe e da quel giorno cominciò a volare in cerchi concentrici sopra la città terrorizzandone gli abitanti, assetato di sangue. Da quel momento la città prese a spopolarsi e a sprofondare lentamente sottoterra».
Mi sentii un groppo alla gola e mi venne spontaneo accelerare il passo, tirando per un braccio il mio amico.
Al tramonto, ai piedi di un monticello dalla cima rocciosa svettante come una guglia, scorsi qualcosa che affiorava dalla superficie del manto nevoso. Ci avvicinammo: era una punta di legno.
Le guide fecero segno che eravamo arrivati a destinazione. Il fratello di Ibn scosse il capo poco convinto.
Iniziammo a scavare con le pale.
«Dicono che si verifichino strani fenomeni, attorno all’Arca» fece Ibn a un tratto, appoggiandosi alla pala per riposare un attimo.
«Che tipo di fenomeni?» domandai continuando a scavare.
«Rumori, apparizioni… Cose simili. Lo scopriremo presto» fece riprendendo il lavoro.
Un paio d’ore dopo la prua dell’Arca pareva risplendere, sotto i raggi lunari. E nelle due ore successive portammo allo scoperto gran parte dello scafo. Stando a quel che affiorava doveva trattarsi di una grande imbarcazione quadrata dal guscio incatramato dentro e fuori. Il legno pareva cedro. Doveva misurare trecento cubiti di lunghezza, quaranta di larghezza e trenta di altezza. Vi entrai attraverso una breccia, chinando il capo sotto una trave e facendomi largo con la pala. All’interno si erano conservate pareti divisorie, capriate, puntoni.
«Per costruirla deve essere stato abbattuto un bosco di almeno ottomila ettari» disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai. Era Ibn.
«Già» ammisi. «Forse anche di più. E ci sono voluti perlomeno trecento quintali di pece, duecento tra carpentieri e manovali e un paio d’anni di lavoro».
«Mio fratello ci aspetta fuori. Ha paura di entrare» disse Ibn; che un attimo dopo aggiunse: «Il diluvio deve essere stato previsto con largo anticipo, a quanto pare».
«Non crederai a quella storia».
«E questa allora? Come ci è finita qui?».
«Dài, usciamo. Qui dentro non è sicuro. L’ho sentita scricchiolare».
Di colpo si udì un ruggito. E un istante dopo il frastuono di un branco di cavalli al galoppo. O forse erano antilopi. O gazzelle. Non saprei. Fra questi rumori si introdusse sovrastandoli il barrito di un elefante. Spaventoso. Raggelante. Per un attimo le orecchie presero a dolermi. Le tappai con le mani. Ibn se ne accorse e fece segno che anche a lui capitava la stessa cosa.
Fui tentato di scappare, ma Ibn mi trattenne per un braccio.
«Restiamo e vediamo che succede» disse.
Ci guardammo attorno. Mi affacciai da una breccia e scrutai nel buio. Il fratello di Ibn era rimasto solo. Le guide si erano dileguate.
«Cosa credi che fossero quei rumori?» domandai a Ibn.
«Le voci dei morti» rispose.
«Credi che ritroveremo la via per tornare, senza le guide?».
«Senz’altro» disse lui sorridendo. «Il mio istinto ci guiderà».
A un certo punto scorsi un gatto. Poi una lepre, che corse via. Poi un ippopotamo. La neve prese a sciogliersi a gran velocità e l’Arca cominciò a popolarsi di animali di ogni specie. Entravano da un pertugio lontano, nascosto alla vista.
«Forza, andiamocene!» disse Ibn, per la prima volta agitato. «Li abbiamo risvegliati!».
Non me lo feci ripetere. L’Arca a quel punto cominciò a oscillare.
Scappammo fuori. Mi volsi e la vidi iniziare a disfarsi. Il monte fu scosso da una scarica violentissima.
«Allontaniamoci di qui!» gridò Ibn. «Prima che sia tardi».
La montagna era scossa da capo a piedi. Ruzzolammo a terra più volte. Sotto di noi, in più punti si produssero slavine. Ma per fortuna in breve la terra smise di tremare. Seguimmo il sentiero percorso
all’andata con passo svelto ma prudente, ogni tanto voltandoci verso la cima e le pareti del monte. Ma quando fummo a metà strada trovammo i corpi delle guide stesi a terra, immobili, gli abiti come lacerati da artigli e inzuppati di sangue, i volti orribilmente dilaniati.
Io e Ibn ci scambiammo un’occhiata.
«Teniamoci pronti, amico mio» fece lui, sfoderando la scimitarra, subito imitato dal fratello.
Impugnai con entrambe le mani la spada e roteai su me stesso pronto a ricevere l’assalto.
Restammo così, immobili, per alcuni istanti. Poi, siccome non succedeva nulla, rinfoderammo le armi e ricominciammo a scendere.
A un tratto una gigantesca figura tutta di neve ci si parò davanti. Aveva l’aspetto di un’enorme scimmia bianca e si batteva il petto cacciando fuori un grido tremendo che pareva rimbombare per la volta celeste. Non la si sarebbe detta una creatura di questo mondo tanto era immensa. Si innalzava fin quasi a toccare il cielo.
Doveva essere stato un dio a mandarcela. O essere Dio stesso. Chiudemmo gli occhi e ogni cosa scomparve… E fu allora che ci trovammo sul vasto oceano, a bordo dell’Arca, a combattere con
il mare in burrasca. E io ero Noè, e Ibn mio fratello. E dopo un mese di navigazione l’acqua degli oceani prese a calare, calare, fino a scomparire del tutto. Così l’Arca si arenò su una secca e da lì non si mosse più. E proprio lì, in quel punto esatto, dall’Arca sorse la prima cattedrale cristiana. Questo vuole la tradizione, conclusi rivolto al conte di Urbino, del quale ero ospite.
Voi avete visto sul serio l’Arca, messer Marco?, fece il conte con gli occhi sbarrati.
Certo, mio signore. Se permettete, vi ho portato in dono un pezzetto del suo scafo.
Cavai dal mantello un frammento di legno di cedro e glielo porsi.
Non smetteva più di rigirarselo tra le mani e di mangiarselo con gli occhi.
Quanto potrà valere?, chiese a se stesso. Chiamò un valletto.
Riponete questa reliquia nella stanza dei forzieri.
Era estasiato.
Questa sera, mio caro Marco, darò un altro banchetto in vostro onore. Preparatevi. Sarà mia ospite anche una vostra cugina che non vedete da quando eravate ragazzo, da prima che partiste per
il vostro viaggio. Sofia. L’ho fatta venire per voi.
Deglutii.
Mio signore, sarà per me una grande gioia riabbracciare la cara
Sofia. E ora, col vostro permesso, mi ritirerò. Debbo scrivere alcune lettere.
Ma prima di andarvene, fece il conte, trattenendomi per un braccio, ditemi: come conquistaste il cuore del Gran Khan? Di questo sono soprattutto curioso. Dicono che nessuno prima di
voi sia riuscito in una simile impresa.
Mio signore, mi chiedete di volare direttamente al cuore della storia. Ma come potrei non accontentarvi? Il pudore mi vieta di essere io a parlarne. Vi leggerò pertanto ciò che scrisse mio padre al riguardo.
Tirai fuori una lettera gualcita e, dispiegatala, presi a leggere:
Quando mio figlio Marco, giovanissimo, giunse alla corte del Gran Khan, di lui l’imperatore dei tartari apprezzò subito il coraggio, la schiettezza, la curiosità per le usanze degli altri popoli e la capacità di adattarsi a esse. Lo spedì in missione diplomatica per tutto il suo vasto impero perché Marco, a differenza degli altri suoi emissari, al ritorno non si limitava a riferirgli dell’ambasceria, ma gli parlava dei costumi e delle credenze dei popoli incontrati; tornava con mappe, misurazioni, descrizioni e aneddoti riguardanti le terre visitate. E per tutto questo il Gran Khan lo amava come un figlio. Questo è lo spirito che dovrebbe animarci, sempre…
Ripiegai il foglio e lo rimisi al suo posto.
Il conte parve commosso. Nascose il volto tra le mani probabilmente per asciugarsi una lacrima – ma forse esagero.
Qual è stato il vostro itinerario, se posso chiedere?, disse un attimo dopo, ricomponendosi. Alcuni dicono che viaggiaste via mare, altri via terra. Qual è la verità?
Il viaggio di andata, feci io, durò tre anni e qualche mese, mio signore. E lo compimmo tutto per via di terra, se si eccettua la traversata da Venezia ad Acri; e da lì lungo una pista carovaniera fino a Trebisonda, come ho accennato. Poi, invece di piegare verso Ormuz, prendemmo in direzione di Baku e di Samarcanda. Molte le terre che attraversammo. La Grande Arminia, di cui vi ho parlato. La Giorgia, ricca di cavalli. La Turcomannia, e infinite province dai nomi oscuri. Da ultimo il Catai, cui ho dedicato il mio umile libro detto Il Milione. Questo, il viaggio d’andata. Dei viaggi che compii per conto di Cubilai khan e del viaggio di ritorno… lasciate che vi racconti tutto nel dettaglio questa sera e le sere che seguiranno; finché avrete la bontà di ospitarmi a corte. Ora,
se permettete…

Estatto da Marco Polo di Gianluca Barbera, Castelvecchi editore
© 2019 Lit Edizioni Srl. Per gentile concessione

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La scheda di: “Marco Polo” di Gianluca Barbera (Castelvecchi)
Marco Polo - Gianluca Barbera - copertinaMarco Polo ha aperto la via dell’Oriente, è un esploratore di grande fama, l’emblema stesso del viaggiatore… eppure gli capita di raccogliere insulti e ortaggi mentre narra sulla pubblica piazza delle sue imprese leggendarie. Intrattenitore ambito nelle corti d’Europa grazie alla circolazione dei favolosi resoconti del Milione, ha girovagato come un novello aedo ripetendo all’infinito il racconto delle sue gesta e di ciò che ha visto: enormi ricchezze accumulate dai potenti, donne di bellezza comparabile solo a quella di Elena di Troia, popoli dai costumi sanguinari, pratiche magiche oscure e mistici indovini, guerrieri di valore ineguagliabile lanciati in epiche battaglie, miserabili traditori pronti a ordire macchinazioni, ma soprattutto luoghi fantastici in cui la natura ha dato sfogo ai propri capricci. Desideroso com’era di non deludere le aspettative dei signori che lo ospitavano e dei loro cortigiani, tutti smaniosi di novità ed esotismo, Marco Polo si è abbandonato a una sfrenatezza inventiva senza eguali, finendo per confondere verità e fantasia. E lo scottante segreto che custodisce da anni è reale o frutto anch’esso della sua fertile mente?

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