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PREMIO CALVINO 2019: vince Gennaro Serio

Mag 30, 2019

Gennaro Serio è il vincitore della XXXII edizione del Premio Italo Calvino con il romanzo L’attività letteraria a Gibilterra nel secolo XXI

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Gennaro Serio è il vincitore della XXXII edizione del Premio Italo Calvino con il romanzo L’attività letteraria a Gibilterra nel secolo XXI. Una prima menzione speciale della Giuria va a Cristina Gregorin, per il romanzo L’ultima testimone, e una seconda a Daniela Gambaro, per la raccolta di racconti Dieci storie quasi vere.

La “menzione speciale Treccani” è stata attribuita a Sergio La Chiusa per il romanzo I Pellicani.

 

Il romanzo vincitore e le menzioni speciali sono stati proclamati martedì 28 maggio al Circolo dei lettori di Torino dai giurati Peppe Fiore, Giuseppe Lupo, Rossella Milone, Davide Orecchio e Sandra Petrignani.

La Giuria ha deciso di assegnare il Premio a L’attività letteraria a Gibilterra nel secolo XXI di Gennaro Serio «per il coraggioso esperimento metaletterario condotto nel testo con lingua poliedrica, sulla scia dei modelli cosmopoliti di Vila-Matas e Bolaño. Un giallo sofisticato dal gusto ironico e parodistico che vede i protagonisti in viaggio per l’Europa dei luoghi di culto della scrittura terminando nella Gibilterra dell’immortale Molly Bloom.»

Queste, invece, le motivazioni delle due menzioni speciali della Giuria:

a L’ultima testimone di Cristina Gregorin, «per la capacità di affrontare in modo obiettivo ed empatico la scabrosa pagina della storia italiana che ha per protagoniste Trieste e l’Istria, fra guerra e dopoguerra tra conflitti etnici e politici in un complesso quadro internazionale. L’agire ambiguo dei personaggi gioca a favore della trama e della suspense ponendo in risalto il tema della moralità dell’azione.»

 

a Dieci storie quasi vere di Daniela Gambaro, «una raccolta di racconti che ha come filo rosso il femminile nei suoi aspetti di oscurità, di mancanza, di desiderio, particolarmente incentrata sul tema della maternità variamente declinato e delineato. Punto di forza del testo una scrittura consapevole, attenta al dettaglio e rivelativa di un buon controllo sui meccanismi emotivi e narrativi.»

La motivazione della “menzione speciale Treccani” a Sergio La Chiusa per I Pellicani è la seguente:

«I Pellicani accoglie all’interno di un testo agile e compatto e per mezzo di una scrittura piana e puntuale in perenne equilibrio tra analisi e ironia, gli stilemi del contemporaneo e li fa suoi in maniera assolutamente originale. La lingua avvolge con sapienza una dinamica post metropolitana, in cui solitudine, angoscia e tensione divengono i colori esatti di una scrittura consapevole che agendo in levare delinea i contorni di un’emotività singolare e al tempo stesso plurale.»

Durante la cerimonia, infine, è stata assegnata a Sildenepro il fantasista ribelle di Roberto Peretto  la “menzione speciale del Direttivo” (composto da Franca Cavagnoli, Anna Chiarloni, Mario Marchetti, Laura Mollea, Carla Sacchi Ferrero). L’opera è stata scelta, tra tutti i manoscritti partecipanti al bando, per il suo particolare valore sotto il profilo sperimentale.

 

 

Gennaro Serio è nato nel 1989 a Napoli, e qui si è laureato in Scienze Politiche. A Roma, dove vive, ha frequentato un master in giornalismo. Attualmente collabora con il Venerdì di Repubblica, occupandosi di letteratura contemporanea. Ha scritto di libri anche per D la Repubblica e per Il manifesto. A partire da settembre svolgerà uno stage presso la redazione di Alias.

 

Cristina Gregorin, triestina del 1964, vive a Venezia dove opera come guida turistica. Laureata con Claudio Magris, è dottore di ricerca in Letteratura tedesca. Ha collaborato con l’Unesco e col Consiglio d’Europa nel campo dei patrimoni culturali veneziano e bosniaco. È stata segnalata alla XXX edizione del Premio Calvino per il romanzo storico Almanacco veneziano.

 

Daniela Gambaro è originaria di Adria (1976). Dopo aver conseguito la laurea in Scienza della Comunicazione a Padova, si è diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, città in cui vive e dove svolge attività di sceneggiatrice cinematografica. Si è presentata al Premio con una raccolta di racconti e non ha pubblicazioni precedenti.

 

Sergio La Chiusa è nato a Cerda (PD) nel 1968 e vive e lavora a Milano. Ha pubblicato nel 2005 due libri di poesia, I sepolti (LietoColle; finalista al Premio Montano 2006) e Il superfluo (e-book, Cepollaro). Sue composizioni, prose ed estratti di romanzi sono apparsi su varie riviste cartacee e blog letterari, tra cui Nazione Indiana, Le parole e le cose, Il primo amore, L’Ulisse.

 

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Il Premio Italo Calvino è stato fondato a Torino nel 1985, poco dopo la morte di Italo Calvino, per iniziativa di un gruppo di estimatori e di amici dello scrittore, tra cui Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Cesare Segre, Massimo Mila. Ideatrice del Premio e sua animatrice e Presidente fino al 2010 è stata Delia Frigessi, studiosa della cultura italiana tra Ottocento e Novecento. Il Premio, giunto alla sua trentaduesima edizione, segnala e premia opere prime inedite di narrativa.

La “Menzione Speciale Treccani” è frutto di una convenzione triennale siglata nel 2018 tra il Premio Calvino e l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana: essa prevede di insignire di una “speciale menzione Treccani l’opera che, tra i finalisti del Premio Italo Calvino, si distingua per originalità linguistica e creatività espressiva” nonché di organizzare presso la sede romana dell’Istituto un incontro “volto a dibattere i temi emergenti della narrativa italiana contemporanea nel suo rapporto con la lingua”.

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L’ATTIVITÀ LETTERARIA A GIBILTERRA NEL SECOLO XXI

di Gennaro Serio (1989)

Un testo sofisticato di grande perizia stilistica, ricco di ironia e sarcasmo, che sa essere in certi momenti esilarante, certamente destinato a pochi per la straordinaria mole di riferimenti letterari che vi proliferano, e che tuttavia non possono considerarsi come mero esibizionismo, un testo insomma per chi ha alle proprie spalle un buon bagaglio di letture. Ma anche per questo tipo di libri c’è spazio, sicuramente nel Premio e lo stesso, lo speriamo, nelle case editrici. Meraviglia come un giovane scrittore abbia potuto impossessarsi e gestire tanta materia. Nel dipanare la bizzarra vicenda l’autore dimostra una stupefacente abilità combinatoria e un’inusuale intelligenza analitica. I suoi numi tutelari sono tanti e, fra questi, certamente Enrique Vila-Matas, peraltro inconsapevole personaggio del libro, come pure il non nominato Bolaño e i suoi Detective selvaggi.

La ragnatela di riferimenti a Vila-Matas è assai complessa e stratificata. Diciamo subito che essa fa parte consustanziale del testo: L’attività letteraria a Gibilterra nel secolo XXI è costruito sui romanzi di Vila-Matas. Limitandoci a poche suggestioni: nell’Assassina letterata uno scrittore di bassa lega viene trovato morto in un albergo dopo che una donna gli ha inviato un manoscritto; in Dublinesque si riflette sulla fine di un’epoca della letteratura e del suo senso; analogo discorso nel Mal di Montano dove però, poi, la “vera” letteratura si pone come l’unica possibilità di salvezza. Tutti temi questi che ritroviamo qui, insieme all’ironia, alla mescolanza di fittizio e reale, all’inclinazione metaletteraria e parodistica di Vila-Matas, nonché alla persuasione che la vita sia sempre tragicomica.

Qual è l’idea che innerva questo romanzo che peraltro si disperde in mille rivoli? Intanto ci troviamo in un post-tempo vicino a noi: si parla di non meglio identificati Desordenes, strizzando l’occhio alle turbolenze catalane (l’omicidio di cui si parla e su cui si indaga avviene all’Hotel Rodoreda di Barcellona), si parla delle “democrazie occidentali di qualche tempo fa” (pp. 144-45), è stato assegnato il Nobel a Vila-Matas (p. 58) scrittore catalano di lingua castigliana. Il 10 maggio alle ore 17.07 di sabato nella sala da tè attigua alla Hall del citato albergo viene rinvenuto un cadavere. Tutte le apparenze porterebbero a vedere in Vila-Matas l’assassino. La vittima è un giornalista precario di Ciudad Juárez, Edmundo Murchison Eresgarulla che vuole fare il colpo grosso intervistando Vila-Matas. Nel resoconto stenografico dell’assurda e grottesca intervista compare come MuEre di contro a Mata (uno dei tanti calembour di cui è costellato il testo). L’andamento della conversazione pare renderne plausibile l’esito fatale. Il povero MuEre è uno dei tanti Nemici delle Lettere e, in quanto tale, sembra meritare la sua fine. Dell’indagine si occupa il “grande detective”, anch’egli inizialmente Nemico delle Lettere, fratello di Soledad, medico legale e squisita conoscitrice di cose letterarie. I capitoli si susseguono mescolando le prospettive dei due fratelli, dando luogo, tra l’altro a gustosi excursus sui grandi detective della letteratura (in particolare Poirot, Maigret e Padre Brown), tra i quali viene giocato a un certo punto uno spiritoso campionato, come adrenalinica è la scorribanda europea ‒ che tocca ovviamente tutta una serie di luoghi letterari ‒ del Grande Detective sulle tracce di Vila-Matas e del misterioso Suiveur, dall’aspetto proteiforme. Procedendo nella lettura si chiarirà chi è il vero colpevole dell’omicidio avvenuto al Grand Hotel Rodoreda. Naturalmente si tratta di un omicidio letterario i cui indizi sono diffusamente sparsi per il testo, principale tra tutti la dichiarazione di Soledad a p. 106: “Il vero scrittore è l’assassino… non è il detective né il salvatore, e la sua opera deve essere distruttiva, non deve piacere ai Re”. Si tratta di una dichiarazione di poetica che presumibilmente coinvolge anche l’autore: no dunque alla letteratura di intrattenimento, sì alla letteratura che demolisce le idee ricevute (non a caso viene citato più di una volta Bouvard et Pécuchet).

Ingegnosa è la chiusa del romanzo, in cui il Grande Detective (al termine della sua rincorsa di Vila-Matas e ormai coinvolto ‒ salvato? ‒ dalla poesia) giunge a Gibilterra dove si scopre non solo che esiste una letteratura locale del Gibramonte (col suo poema epico nazionale, Barbarita), ma che in un grande tunnel dentro la rocca vengono conservati tesori sconosciuti o perduti della letteratura. Qui, alla periferia dell’Europa, ma forse del mondo, si è formata una comunità utopica di amanti della letteratura: “Noi qui della rocca siamo disposti a calpestare qualsiasi principio morale pur di parlare di letteratura”, p. 177. E per chi non lo ricordasse a Gibilterra nacque l’immortale Molly Bloom.

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