ELEONORA MARANGONI racconta LUX

giugno 3, 2019

ELEONORA MARANGONI racconta il suo romanzo LUX (Neri Pozza)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

di Eleonora Marangoni

Quando ho iniziato a scrivere Lux ero in un minuscolo paese del Calvados chiamato Crépon, nel giardino di un’antica villa di campagna molto diversa – per geografie e carattere – dall’hotel Zelda che sarebbe poi finito al centro del romanzo, ma provvista dello stesso fascino che ci fa sembrare mesi le ore che passiamo lì dentro, e scambiare per tesori tutti i ninnoli e piccoli cimeli che posti del genere proteggono dal mondo.
Ero alle prese con un altro libro, allora, un saggio su Proust di cui stavo scrivendo gli ultimi capitoli, e ricordo che buttare giù in un mattino quelle poche righe che parlavano d’altro fu l’equivalente di una passeggiata, o di una chiacchierata con un amico che non sentivo da tempo.
I libri che scriviamo – come del resto i libri che leggiamo, a volte – ci tengono in ostaggio, e capita che si senta il bisogno di sfuggirgli, anche solo per qualche ora, anche solo per poi tornare ad amarli e capirli nel modo giusto. Così è stato quel giorno, e quella prima paginetta scritta sul tavolo tra i resti di una colazione durata troppo a lungo fu un’imprevista e purissima boccata d’aria, l’intuizione di un suono di cui un giorno sarei andata in cerca.
A lungo, poi, quelle righe non sono state molto di più. Ho fatto e scritto altro, e per molto tempo quel file è rimasto nel mio computer senza che tornassi ad aprirlo, o a parlarne con chi avevo intorno e mi chiedeva a cosa stessi lavorando. Eppure, poco a poco, mi sono accorta che intorno a lui iniziavano a confluire alcune cose della mia vita, talvolta macroscopiche, talvolta minuscole, indizi o visioni che staccavo dal mondo e appuntavo intorno a quelle righe, intuendo o costruendo un nesso che le unisse tra loro, e trasformarle da scampoli in un tessuto organico. Mi ci è voluto del tempo, e un luogo preciso: una lunga estate su un’isola, con un tempo tutto suo, noncurante del resto e attorcigliato solo intorno a se stesso. Lux è nato due volte, dunque: la prima in Normandia come « scappatella », come scintilla, la seconda in Sicilia, a Filicudi, come inizio del lungo viaggio che poi sarebbe diventato. Il desiderio che ha accomunato quei due momenti, però, era lo stesso: raccontare il « non so che » degli oggetti e delle persone, quello che Jankelevitch in un suo saggio ha chiamato il « non so che », le « Je-ne-sais-quoi ou le Presque-rien », e che a volte prende la forma di un riverbero, di una luce, appunto.
« Il faut prendre au sérieux les irisations, les nuances de l’arc en ciel, le chatoiement des étoffes, les plus vaines “formalités” de la forme sensible »: questo l’esergo in apertura al romanzo, e il mio modo di prendere sul serio riverberi, sfumature e formalità apparentemente « vane » della vita sensibile è stato scrivere questa storia. Inevitabile, dunque, che un romanzo dalla trama densa mi interessasse poco, e poco servisse i miei propositi. Lux è il risultato di una cucitura di frammenti, di piccoli dettagli, un tentativo di dar forma nella scrittura a una parte di invisibile. Gli altri nodi del romanzo sono la persistenza e in qualche modo l’onnipotenza degli amori finiti, l’innocenza solo apparente degli oggetti e il ruolo profondo che hanno nelle nostre vite, il rapporto tra nord e sud del mondo. A unire il tutto c’è sempre una luce (o un’ombra): si vive all’ombra di un amore finito; alcune cose, luoghi o persone catturano la nostra attenzione perché emanano determinati riflessi, e il sud e il nord del mondo sono sempre e soltanto questioni di prospettiva, di filtro e di visione.

Il modo in cui Lux è stato scritto è espressione di questa ricerca: una prima volta a mano, per esteso, con tutto il tempo perso e la pazienza che quel tipo di pratica richiede, molti disegni, qualche schema, e intere pagine che poi sono rimaste solo su carta, che servivano a cercare la voce, a farla suonare in un certo modo. Poi al computer, scremando e dilatando dove necessario, procedendo spesso non cronologicamente, ma seguendo questo o quel personaggio: le incursioni nel mondo di Sophie, l’evolvere del pensiero di Olivia, quello di Ottie, la parabola di Gandini che da vero genio fallito oscilla tra la sicumera e il senso di disfatta. I mutamenti dell’isola, nel tempo che la attraversa: sono loro a scandire il tutto, e a far da sfondo a una vicenda che dal tempo anche solo metereologico è profondamente influenzata.
Lux è, apparentemente, la storia di un uomo, Thomas Edwards, ma è lontanissimo da un romanzo di formazione, e di unitario e individuale in realtà ha poco e niente, perché il compito e la missione di Thomas stanno proprio nel disunirsi, nel perdersi, nel lasciare che delle parti di lui lo abbandonino e confluiscano altrove, in altre persone, altri luoghi e cose. In questo senso Lux è piuttosto un romanzo corale, in cui tutti i personaggi, gli oggetti, l’isola stessa, intervengono da protagonisti, senza offrire soluzioni ma esponendo, semplicemente se stessi, e lasciare che in loro Thomas si rifletta.
Chi ama questo romanzo lo ama, credo, per lo stesso motivo per cui altri lo detestano: per tutta l’importanza che dà a cose tutto sommato trascurabili, per il modo in cui non si cura più di tanto di rigare un punto A a un punto B e se ne va in giro senza sosta interrogando ora un paralume ora una prostituta, una pianta grassa o una vecchia poltrona. Dando a tutti la stessa dignità, una profondità comune, e senza aspettarsi soluzioni: solo riverberi, intuizioni impreviste e in qualche modo ineffabili da cui lasciarsi guidare o abbagliare. « Non so come cominciare. So solo che voglio parlare del mondo delle cose. E giuro che le cose possiedono l’aura », ha scritto Clarice Lispector in « Un soffio di vita », un libro che è uscito in Italia qualche settimana fa per Adelphi e che ho aperto a caso, in piedi alla stazione di Milano. La prima frase che ho letto è stata questa, e mi è sembrata l’ennesima, inconfutabile prova di quanto avesse ragione.

(Riproduzione riservata)

© Eleonora Marangoni

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La scheda del libro

Lux - Eleonora Marangoni - copertinaCi sono molti modi di trasformare qualcuno in un fantasma, e Thomas Edwards si è scelto il suo. La sua vita non ha proprio niente che non va: Tom è un giovane italoinglese di buona famiglia, che abita a Londra e viaggia spesso per lavoro. Architetto, gestisce con successo uno studio di light design, e da quasi un anno fa coppia fissa con Ottie Davis, una chef in carriera con un figlio di sette anni, Martin.
Ma Thomas abita il mondo solo in superficie: schivo e in parte irrisolto, lascia che la vita scorra senza pensarci troppo; il suo ricordo di un amore finito, quello per Sophie Selwood, è una presenza costante e tangibile, che illumina gli eventi e le cose che lo circondano, e ci racconta di come l’amore, o il ricordo dell’amore, possano trasformarsi in una composta e implacabile ossessione.
Una strana eredità da parte di un eccentrico zio costringe Thomas a uscire dalla quotidianità. Un viaggio verso un’isola del sud Italia, un albergo affascinante e malandato e un fine settimana imprevisto – in compagnia della gente del posto e degli altri forestieri giunti a loro volta sull’isola – saranno l’occasione perfetta per sparigliare le carte, guardare le cose da un altro punto di vista e fare finalmente i conti con il passato, questo animale saggio e al contempo grottesco che sembra sempre volerci indicare la strada.

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