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MARCO POLO di Gianluca Barbera (recensione)

giugno 7, 2019

MARCO POLO di Gianluca Barbera (Castelvecchi)

di Gianni Bonina

Quando il cardinale d’Este, letto l’Orlando furioso, chiedeva ad Ariosto «Messer Lodovico, da dove avete tratto tutte queste corbellerie?», la tradizione aristotelica faceva ancora da freno al romance in ambito soprattutto odeporico: la letteratura di viaggio era fondata sul combinato principio della realtà e della verità, per cui superare la soglia della verosimiglianza comportava, mancando la possibilità di riscontri, il discredito del narratore o il salto nel fantasy. Un secolo dopo Don Chisciotte avrebbe sancito la legittimità dell’avventura fantastica ma quasi trecento anni prima le corbellerie che poteva permettersi Ariosto, mandando gente sulla luna pur pavesando battaglie di crudo realismo, erano invece severamente vietate a un viaggiatore come Marco Polo che, dettando le sue memorie al compagno di prigionia, contava di essere creduto, ancorché le avventure raccontate ben potessero avere il carattere delle corbellerie.
Doveva toccare a uno scrittore come Gianluca Barbera, particolarmente sensibile al manzoniano misto di storia e invenzione, nonché incline soprattutto a vedere nell’inganno una delle qualità umane (e La truffa come una delle belle arti è il titolo di un suo originalissimo romanzo, forse cartone preparatorio di questo Marco Polo, Castelvecchi, pp. 190, euro 17,50), di sorprendere nella vita del periegeta veneziano lo sfaglio del vero e riconsiderare l’ipotesi rimasta insoluta se Il Milione sia frutto di fantasia e se davvero il circumnavigatore compì il viaggio nel Catai. Ma anziché proporre una sua nuova versione e con Benjamin trasformare il “mercante navigatore” in “agricoltore sedentario”, Barbera ha rivisto la vita stessa dell’autore del Milione, che non ha riscritto come fa il borgesiano Pierre Menard col Don Chisciotte, ma l’ha compresa entro un gioco di raggiri e infingimenti inteso ad assumere le forme delle “cadenze d’inganno” che in campo musicale integrano la molteplicità degli accordi.
Non solo abbiamo infatti un Marco Polo mai esistito, eppure mutuato da quello storico, ma quel che egli racconta come un ulisside io narrante è, per sua stessa ammissione, una giostra vertiginosa di fatti evenemenziali, in pratica falsi, che nemmeno sono opera sua quanto di un suo doppio: cosicché da un inganno all’altro si finisce in un vortice di mistificazioni che da un contesto realistico, tale da fare pensare a un altro viaggio dei Polo in Oriente, perfettamente toponomastico, passa via via a una sfera nella quale il racconto trascolora utopicamente nel gotico commisto al realismo magico di ispirazione latinoamericana, con influssi conradiani e una punta gustosissima di mystery sull’identità del narratore che ha tutto il senso nella palinodia. Una prova di abilità narrativa quella dello scrittore senese, la cui fatica della creazione Raffaele La Capria ricondurrebbe alla tecnica dello “stile dell’anatra” – la “sprezzatura” di Baldassarre Castiglione – riferita a un andamento di leggerezza in superficie determinato dallo sfibrante mulinare delle zampe sott’acqua secondo uno sforzo che è sostenutissimo ma non si vede. Questo fa Barbera, allo scopo di ingannare divertito il lettore: lo invita sin dal titolo a godersi una storia vera, magari qui e là rivisitata e revisionata come è stato per il precedente Magellano, facendogli supporre un romanzo storico e di avventura, sennonché gli allunga un libro di tutt’altro genere dove i tanti eventi al limite del credibile ne fanno un derivato di Odissea, Le mille e una notte e Siddharta insieme, a coniugare così le tre culture dominanti (classica, islamica e buddista) nelle loro massime espressioni letterarie.
Dell’epica omerica c’è il racconto analettico, del tipo di quello che Ulisse fa al re dei Feaci, cui riferisce le peripezie vissute fino a quel momento, che un Marco Polo non più per mari e terre rende prima alla corte di Mantova e poi alla curia di Roma narrando fatti che sono un profluvio di mirabilia e un crescendo di elementi di una extraordinarietà necessaria a tenere avvinto l’uditorio; delle Mille e una notte c’è la fantasmagoria evanescente e fiabesca dei climi orientali, c’è Sherazade che racconta storie per tenersi in vita come fa messer Polo per avere una vita fuori dal bisogno; di Siddharta c’è il viaggio-pellegrinaggio verso mete sempre più misteriose per fare scoperte sempre meno umane. E poi c’è anche e soprattutto l’Orlando furioso, la più grandiosa sintesi di cielo e terra, reale e finzionale, incrocio di mondi distanti, compendio di corbellerie fatte per suscitare lo stupore e mettere a prova la credulità.
Il romanzo è allora un inesausto accrescimento di narrazioni extravaganti la cui accelerazione è pari alla progressiva e incalzante perdita di presa della realtà indotta dal rincorrersi di episodi sempre più paradossali e sovrumani, riportati in rapida e concitata successione come in una sarabanda, enunciati in una sorta di effemeride del meraviglioso più che descritti e tali da creare un cosmorama di strabilianti effetti come in una Wunderkammer: finché il caso dei “sanguinari” morti a bordo della nave – con la lingua nera per avvelenamento come i monaci di Umberto Eco – occupando più tempo nel racconto non agisce in funzione di rallentatore, così da addurre la sensazione di un capitolo separato e di una myse en abime: anche questo dopotutto un inganno, giacché il caso si rivela non vero, cioè non legato allo sviluppo dell’intreccio, ma sostanza di un sogno, dunque evento estraneo tale da poter persino apparire un paralipomeno di Magellano se non fosse piuttosto un compiacimento virtuosistico dell’autore che ama confondere fabula e intreccio e intavolare un gioco a nascondere e di ammicchi con il lettore, una volta facendogli credere – con un uso della punteggiatura e dei tempi narrativi deliberatamente disomogenei – di rivolgersi a lui e un’altra facendogli vedere che sta invece narrando.
Ma narrando cosa esattamente? Paesi remoti, città incantate, fatti innaturali, costumi e usanze inauditi, mostri inimmaginabili, itinerari lunghi interi anni, eventi che costano decine di migliaia di vite umane, popolazioni che mangiano vivi i parenti, fenomeni naturali impossibili: tutto entro una prospettiva che risponde al criterio dell’inverosimiglianza in diretta proporzione con la novità del racconto, che si fa strabiliante quanto più riesce incredibile in Occidente, e a quello della meraviglia da addurre come una posta da alzare sempre più in un’epoca fin troppo bendisposta a credere a ogni stranezza e a ricercarne sempre di più esotiche e anche esoteriche. Tale atteggiamento culturale è da Barbera preso di mira e motivo per farsi beffa di corti e salotti creduloni e superstiziosi posti alla mercé di ciarlatani imbonitori, conteurs de sornettes e gestori di raminghi cabinets de curiosités che da Marco Polo all’Ottocento dei bibelots hanno tentalizzato l’Europa.
E chissà che Barbera non abbia voluto prendere posizione a favore della confutazione del Milione come diario dal vero: dal momento che il suo Marco Polo altro non è che un oscuro viaggiatore di un fantastico Paese chiamato Gog, invitato nei palazzi europei perché arricchisca il racconto delle sue avventure rese in un libro di successo, è del tutto probabile che, come quella orale, anche la narrazione scritta del Milione sia di fantasia. A questo punto la domanda è se Barbera arriva a Marco Polo nell’intento di raccontarne la vita parallela, inventata eppure plausibile, o di cavarne il destro per reiterare la sua vocazione all’inganno, rilanciare l’istanza della doppiezza e del molteplice che gli è congeniale e farsi ingolosire da una vita rocambolesca e mirabolante nonché dubbia come quella del viaggiatore duecentesco. La chiave è in un personaggio che fa una fugace apparizione ma la cui presenza è decisiva per dare una natura letteraria al romanzo. Che propende tra il picaresco e l’ariostesco. Ha della fiaba e sente delle atmosfere alla Marquez e alla Amado. La potenza invenzionale è inesauribile e il mondo che Barbera ci consegna è quello che solo due secoli fa sarebbe stato creduto reale: sicché a leggere questo romanzo alquanto stregato può essere un lettore di gusto ottocentesco che pensi a un altro Milione e a un rapporto di viaggio ai confini della terra oppure un lettore del nostro tempo che veda scorci e parti del Signore degli anelli e del Trono di spade con dosi abbondanti di Stevenson, Verne, Chatwin e Smith. Un dato è certo: oggi in Italia è Gianluca Barbera a portare la palma della letteratura di viaggio e di avventura. Nessuno come lui riesce a portarci così lontano.

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La scheda di: “Marco Polo” di Gianluca Barbera (Castelvecchi)
Marco Polo - Gianluca Barbera - copertinaMarco Polo ha aperto la via dell’Oriente, è un esploratore di grande fama, l’emblema stesso del viaggiatore… eppure gli capita di raccogliere insulti e ortaggi mentre narra sulla pubblica piazza delle sue imprese leggendarie. Intrattenitore ambito nelle corti d’Europa grazie alla circolazione dei favolosi resoconti del Milione, ha girovagato come un novello aedo ripetendo all’infinito il racconto delle sue gesta e di ciò che ha visto: enormi ricchezze accumulate dai potenti, donne di bellezza comparabile solo a quella di Elena di Troia, popoli dai costumi sanguinari, pratiche magiche oscure e mistici indovini, guerrieri di valore ineguagliabile lanciati in epiche battaglie, miserabili traditori pronti a ordire macchinazioni, ma soprattutto luoghi fantastici in cui la natura ha dato sfogo ai propri capricci. Desideroso com’era di non deludere le aspettative dei signori che lo ospitavano e dei loro cortigiani, tutti smaniosi di novità ed esotismo, Marco Polo si è abbandonato a una sfrenatezza inventiva senza eguali, finendo per confondere verità e fantasia. E lo scottante segreto che custodisce da anni è reale o frutto anch’esso della sua fertile mente?

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