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OLTRE IL TEMPO di Lorenzo Marotta

giugno 7, 2019

OLTRE IL TEMPO di Lorenzo Marotta (Castelvecchi): incontro con l’autore

Lorenzo Marotta, originario di Aidone, abita ad Acireale. Ha collaborato fin da giovane a riviste culturali e testate giornalistiche nazionali, occupandosi di libri, spettacoli e convegni letterari. Scrive per la pagina Cultura del quotidiano «La Sicilia» e «La Nuova Tribuna Letteraria». È autore di opere di narrativa: Le ali del Vento, Il sogno di Chiara, Mailén Una verità nascosta, Isabel Amare a Salina, di poesia e del libro-testimonianza Io non sono il mio cancro. Diario di un malato.
È appena uscito il nuovo libro di Lorenzo Marotta: un romanzo edito da Castelvecchi e intitolato “Oltre il tempo“.
Abbiamo incontrato l’autore per chiedergli di parlarcene. A seguire: un estratto della prefazione di Antonio Di Grado e un estratto del romanzo.

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““Oltre il tempo”, come nasce? Non lo so. Non ho seguito una trama predefinita”, ha detto Lorenzo Marotta a Letteratitudine. “So, a posteriori, del vissuto nel piccolo agglomerato di Aidone che é ritornato nella mia mente con l’urgenza di immagini, di personaggi, di luoghi, di vita, che chiedevano di avere forma narrativa. Inizia da qui “Oltre il tempo”. Un gruppo di ragazzi, tutti figli di povera gente che lavora nei campi o si procura da vivere cucendo scarpe, infornando di notte il pane, vendendo nella bottega acciughe salate, coltivando la vigna. Famiglie senza studi, negli anni Cinquanta, come la mia, con l’idea però forte di fare studiare i figli, di investire nel ‘sapere’ per il loro riscatto economico e sociale. Così Vincenzo, Luigi, Silvana, Arturo, Anna, assieme a Margherita, l’unica ragazza figlia del medico condotto e di una nobildonna, donna Vittoria, frequentano le scuole e si appassionano ai libri, alla lettura, a salvare dalla rovina piccole biblioteche lasciate in eredità o abbandonate nelle chiese. Dopo il conseguimento della laurea si disperdono nelle varie parti del mondo con il loro destino di vita. Margherita in America, Vincenzo in Cina, Arturo a Londra, Silvana a Milano, Anna a Dubai. Percorsi di vita diversi, ma uniti dal vincolo della memoria del luogo d’origine e della loro comune esperienza giovanile. Compreso il sentimento d’amore, coltivato nel cuore, di Vincenzo nei confronti di Margherita, la sua compagna di banco, lui, figlio del calzolaio mastro Liborio, un personaggio che parla per proverbi, suona nella banda ed ama declamare con voce tonante le gesta eroiche dei Paladini di Francia. Storie che si intersecano con il libro, “I racconti eretici” di Antonio Mazzara, docente al liceo del gruppo dei ragazzi. Un libretto la cui copertina vede dei campanili rovesciati, dal contenuto irriverente, forte, condotto in prima persona dal personaggio di fumo, Zeropuntozero, anima vagante, che racconta, talora con crudezza, quello che vede: sesso misto a orazioni nei conventi, vendette nei mercati, tradimenti nelle case, incesti nei letti di famiglia, ma anche incontri delicati e poetici con “Anime Pure”: Antigone, Kierckegaard e Regine Olsen, Pasolini, Manzoni, Bufalino, le cui opere sono destinate a rimanere oltre il tempo. Un romanzo dall’architettura circolare, aperto, con la fine che ritorna da dove è partito, in uno scambio continuo tra i vivi e i morti, tra passato e futuro”.

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Estratto dalla prefazione di Antonio Di Grado

“E veniamo al romanzo di Lorenzo Marotta, che ho accettato con piacere di introdurre. Romanzo? Sì, certo, romanzo, con tanto di trama e personaggi ben definiti. Ma piuttosto romance che novel: ossia romanzo-contenitore. Di vicende umane e di oltreumani miraggi, di memorie d’una Sicilia con ancora le sue case del nespolo e di incursioni nella modernità metropolitana d’oltreoceano, di love stories e di dialoghi sui massimi sistemi, indugianti sulle domande più radicali e insostenibili al limitare dell’estrema soglia che separa (o congiunge) i vivi e i morti. Insomma, il romanzo com’era, digressivo ed erratico, scrittura polimorfa e pluridirezionale o dilemmatico conte philosophique, prima che la linearità mendacemente “progressiva” del romanzo di formazione sette-ottocentesco ne regolamentasse l’insofferente problematicità.
Un romanzo, dunque, “oltre il tempo”: programmaticamente “inattuale” e perciò, come l’Angelus Novus di Paul Klee che vola verso il futuro con lo sguardo rivolto al passato, più attuale di tante cronachette abbarbicate a un opaco e insensato presente. Un romanzo con sorpresa: anzi, con più d’una sorpresa, e tutte racchiuse nei Racconti eretici, il romanzo-nel-romanzo del professor Antonio che travalica le epoche e in un “coro di morti” leopardiano fa dialogare Antigone e i presocratici, Kierkegaard e Pasolini, Manzoni e l’uomo-di-fumo zeropuntozero, un revenant che sarebbe piaciuto a Bontempelli, a Landolfi, a Savinio.
E danno un senso, queste incursioni nell’aldilà, anche al nostos collettivo nell’isola che, all’insegna di un’urgenza affettiva e di un progetto politico-culturale, metterà fine alla diaspora e riannoderà le esistenze degli amici aidonesi in una riconquistata “dimora vitale”, là dove il passato e il futuro, i vivi e i morti, possono convivere e parlarsi, come nelle innevate notti di Dublino evocate da James Joyce: «La sua anima lentamente svanì, sentendo la neve cadere lieve lieve su tutto l’universo, e lieve lieve cadere, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi, su tutti i morti».
E infine. Un romanzo, questo di Marotta, dove si può far l’amore con tutto il peso di avidità e tenerezza, sensualità e spossatezza che il nostro corpo terreno ci prodiga, oppure si può farlo in forma di impalpabile larva con la luce raggiante ma precaria, algida ma fecondatrice, d’un lampione: e non basterebbe questo, a dirne l’originalità?”

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Un estratto del libro

Zeropuntozero

copertinaIl mio nome è Zeropuntozero. Un numero. Solo un numero e neanche tale perché non ho consistenza. Infatti non significa niente. Non ha peso, né forma e per questo non ha quantità e qualità.
Zeropuntozero non è all’interno di una catena o di una successione numerica e temporale. No! E’ un frammento, l’etichetta provvisoria che mi connota. Non ho identità, non ho passato né futuro. Vivo nel presente. Forse solo un soffio, uno sbadiglio, un niente! Anche se mi connoto con una sigla presa a caso. Perché io non esisto per gli altri e, talora, nemmeno per me. Però sono spirito e mi piace andare in giro e raccontare il lato nascosto del mondo.
Dalla mia ho la nuova condizione di non essere visto, di passare inosservato in mezzo alle persone. Un privilegio che i miei simili – si fa per dire – non hanno.
Io ho lasciato il mio corpo a decomporsi al camposanto del mio paese nella cassa sigillata di zinco. È stata una liberazione! Ricordo che non ho fatto fatica a uscire da quelle pareti grigie e lucide, superare lo strato di legno di rovere della cassa e venire fuori come un nuovo Lazzaro. Nessuno se n’è accorto. Non c’è stato nessun masso smosso né trovata la tomba vuota. Tutto è rimasto al suo posto: la lastra di marmo annerita dal tempo con le incisioni del mio nome ancora scolpito e la mia foto sopra sempre la stessa. Sorridente e ancora giovane. Il portafiori di ottone lucido era vuoto senza acqua dentro e i garofani erano rinsecchiti. In compenso ogni tanto arrivava il profumo del gelsomino che divideva il camposanto dal terreno accanto.
È stato questo odore intenso, fresco, a svegliarmi e a riportarmi in vita. Non sapevo che potesse accadere tramite il profumo di un fiore. Avevo sempre indugiato, da vivo, ad annusare il gelsomino, mi estasiavo nel sentire la magnificenza di quel profumo che conservava qualcosa di divino e di misterioso.
Certo ora ero solo niente, neppure un numero, Zeropuntozero, che non sapevo cosa significasse. Però avrei soddisfatto meglio la mia curiosità di conoscere il mondo, compreso quello dei defunti. Perché loro sono spiriti, anche se i vivi spesso se ne dimenticano. Infatti il cimitero sembra un luogo tranquillo, silenzioso, ma non sempre è così. Chi vi entra è investito all’inizio da una sensazione di pace, di passi sospesi, di bisbigli lontani che si perdono nell’aria. Di solito si trova solo qualche visitatore che si muove tra una tomba e l’altra, fermandosi con lo sguardo a riconoscere dalle foto le persone che un tempo popolavano il paese. Alcuni sono volti famigliari, nonni, zii, fratelli, sorelle. Altri, amici e conoscenti. Altri ancora estranei, ma noti per fama o per rovina attraverso il racconto di coloro che li hanno conosciuti in vita.
Alcune foto li ritraggono così com’erano. Lo sguardo forte o mite, il sorriso beffardo o buono, il cipiglio adirato o spento, la posa altera o dimessa. Anche la fattura del sarcofago è diversa. Una semplice lastra di marmo oppure un monumento vistoso, nuovo, composto da marmi pregiati, con gli angioletti ai lati riversi a pregare con le mani giunte e il busto del morto che svetta in alto. Qualcuno è raffigurato altero nei suoi baffi ricurvi e lisci, con il panciotto abbottonato e la catena d’oro dell’orologio nel taschino o, se militare, con la divisa di ufficiale a ricordare il grado e l’importanza avuti in vita.
Accanto sfilano poi altre tombe con semplici targhe su cui è incisa l’iscrizione del solo nome e cognome del morto. Un fiore scolpito dice della pietà dei famigliari. Soltanto in fondo sorgono le cappelle che si riconoscono dal nome della confraternita cui appartengono. Sono simili a piccoli condomini di defunti. I piani sono divisi in tante cellette, loculi o colombari, stretti e lunghi, uno per ogni morto, chiusi da un riquadro di marmo. Anche qui targhe, iscrizioni e fiori. Di notte, quando infuria il vento, si sentono sbattere le porte lasciate aperte. Il rumore si spande per tutto il camposanto. Ma nessun morto ci fa caso.
Eppure il cimitero non sempre è un luogo tranquillo. Da quando sono Zeropuntozero ho visto che il camposanto ha una sua vita. Non solo perché i gatti si aggirano placidi e indisturbati, ma anche perché delle persone vi lavorano di giorno. Alcuni intenti a scavare le fosse, a deporre le casse e a ricoprirle di terra; altri a ripristinare le lastre di marmo usurate dal tempo, a rinnovare le vecchie fioriere, a togliere le erbacce secche, a spazzare via le foglie portate dal vento. E poi, ci sono i nuovi morti, quelli che arrivano al cimitero. Lo si capisce da lontano per un certo frastuono che precede il loro ingresso. Un parlottare piano di amici, parenti, congiunti, con l’aspetto non sempre afflitto, che accompagnano il defunto. Qualche volta seguito dalla banda musicale che suona marce funebri. Ma in tempi di crisi i soldi mancano e la musica tace.
Il frastuono per il nuovo arrivato dura poco però. Il tempo di accompagnare la salma fino al cancello d’ingresso del camposanto. Perché al resto ci pensano in pochi: qualche famigliare e gli addetti alla sepoltura. Anche le ghirlande e le composizioni floreali non servono più e così vengono messe da parte, abbandonate ad appassire o ad essere riciclate.
La prima sorpresa quando sono ritornato in vita mi venne dalla vista di una donna rimasta vedova da poco. Ogni mattina era la prima a varcare il cancello d’entrata.
Vestita di nero, con in mano un mazzetto di fiori, attraversava il lungo viale centrale e si portava davanti alla tomba del marito. Lui sembrava contento ogni volta di vederla. Le sorrideva e avrebbe voluto staccarsi dal riquadro della cornice e fare l’amore. Non sapeva che lei per tanti anni l’aveva tradito con il fratello più piccolo. Nessuno si era mai accorto di niente.
All’inizio, quando alla sera il marito ritornava a casa dal lavoro, lei diceva: “Sai, è venuto Giovannino ad aiutarmi. Che bravo ragazzo! Assieme abbiamo impastato il pane e acceso il forno per la cottura”.
Ogni giorno Giovannino arrivava puntuale alle prime luci dell’alba. Qualche volta incrociava il fratello che lasciava tranquillo la casa. Lui era contento che la moglie potesse avere un aiuto. Era già giovanotto quando era nato Giovannino. Si era capito subito che quel bambino era diverso, dicevano che aveva un handicap. Il medico aveva scritto in un pezzo di carta che era affetto da sindrome di down. In paese nessuno aveva capito che cosa fosse. Forse la leggera disabilità intellettiva che non gli impediva però di relazionarsi bene con gli altri e con se stesso. Assieme agli altri fratelli e alla madre Giovannino era cresciuto e si era fatto presto un ragazzone forte e pieno di vita. Fin da piccolo aveva manifestato un particolare attaccamento nei confronti della cognata. Chiedeva i suoi abbracci, le sue carezze, desiderava accompagnarsi a lei nei lavori di casa e anche con il fratello era affettuoso. Spesso assieme andavano in campagna per la raccolta delle castagne.
Divenuto adolescente, Giovannino aveva sentito sempre più forte il morso delle pulsioni sessuali, di notte si girava e rigirava nel letto, e durante il giorno i suoi occhi si accendevano di desiderio quando si posavano sul generoso seno di Carmelina. Alla cognata non dispiacevano i suoi abbracci, le mani che accarezzavano i suoi lungi capelli neri.
Lui aveva occhi generosi e cuore buono ed era contento quando poteva stare in casa del fratello. Non avevano avuto figli e Giovannino suppliva al desiderio di genitorialità di entrambi. Con la cognata si divertiva a giocare e negli ultimi tempi desiderava stare sempre più appiccicato al suo corpo.
Quella mattina Carmelina lo accolse con un sorriso insolito. Gli aveva preso le mani e l’aveva abbracciato con forza, tirandolo dentro con una certa euforia e chiudendo la porta di casa con la stanga di ferro.
“Dài Giovannino, togliti la camicia perché abbiamo tanto da fare oggi”.
Lei aveva rivoltato le maniche della camicetta fino alle ascelle per scoprire le braccia candide e vellutate, allentato i bottoni che trattenevano a fatica l’abbondante seno, stretto la cintura attorno alla vita per trattenere la veste che alzava di continuo con una mano per agevolare i passi, scoprendo le ginocchia e facendo intravedere le caviglie ben tornite.
Un fazzoletto di colore rosso teneva a bada i capelli e, mentre preparava l’occorrente per impastare nella madia la farina con il lievito, cantava allegre canzoni. Giovannino era felice di guardarla, pronto ad aiutarla in tutti i modi. Anche lui si era tolto la camicia ed era rimasto in canottiera, mostrando il suo petto forte e le braccia robuste.
«Aiutami a smuovere questa farina, perché la pasta deve rimanere morbida, non deve indurirsi», gli diceva, mentre con la mano buttava un mestolo d’acqua tiepida dentro la madia.
Così, gomito a gomito, si divertivano entrambi ad affondare le braccia dentro ‘a maidda’, il recipiente di legno a forma rettangolare, e mescolare con voluttà l’impasto che piano piano prendeva consistenza e forma.
C’era desiderio nelle loro mani e, l’uno accanto all’altra, sembravano mescolare assieme il profumo della pasta e il respiro dei loro corpi. Provavano piacere ad immergere le mani nell’impasto morbido, rivoltarlo da una parte e dall’altra, sollevarlo aggiungendo una spolverata di farina per non farlo appiccicare. Le loro braccia si sfioravano e le mani spesso si intrecciavano nel desiderio che scorreva nelle vene come un rivolo di magma rosso e infuocato.
Quando lei si allontanava tirando su la veste per sistemare il piano dove distendere le forme di pane da lievitare, Giovannino si perdeva nel seguire con lo sguardo le curve e le insenature del corpo di lei, le sporgenze, le rientranze, i promontori, fissando ogni parte del suo corpo e imprimendolo nella memoria. Allora, senza accorgersene, le sue mani allentavano la presa sull’impasto per fare scorrere leggere le dita in superficie come volessero accarezzarla oppure affondavano rabbiose ancora di più, strizzandola con improvvisa forza.
Lei faceva finta di niente, ma intercettava, contenta, i lampi avidi di desiderio degli occhi di Giovannino. Quando ritornava, si apriva ad un sorriso malizioso, avvicinandosi sempre più a lui per stuzzicarlo e godere del suo sudore maschio.
Lo incitava a lavorare ancora e ridevano assieme senza un perché, o, forse, sì, per la felicità che provavano e che presto li avrebbe trasportati fuori dal tempo. Come quando Carmelina, all’improvviso, aveva cosparso il viso e il collo di lui con una manciata di farina asciutta.
«Vediamo chi è più bravo», diceva Carmelina, invitandolo a fare altrettanto. Giovannino provava a difendersi e rideva ubriaco di piacere.
Era felice di giocare in quel modo. Anche lui, se pure con esitazione, affondò la mano nel sacco della farina e, trattenendola con il pugno chiuso, inseguì la cognata per tutta la casa. Ridevano a più non posso correndo nelle varie stanze, fino a quando lei non decise di lasciarsi prendere e di abbandonarsi fra le braccia del cognato. Giovannino, stordito dal piacere, urlava a se stesso una felicità mai immaginata, facendo scorrere le sue mani sul corpo di lei.
Complice il gioco al quale era stato invitato con fine malizia da Carmelina, lui non smetteva di cospargere di farina le braccia, il collo, il petto, i seni, le cosce di lei. Inebriato sempre più da quel corpo sempre sognato, Giovannino non si saziava dell’odore caldo della pelle della cognata, esplorando ogni parte del suo corpo di donna, a incominciare da quei seni gonfi e turgidi che erano sempre stati per lui un tormento. Solo quando, come sfinita, lei rimase immobile e distesa sul lettino, Giovannino si fermò quasi si fosse di colpo paralizzato. Quasi smarrito continuava a guardarla, impietrito e sopraffatto da quella seducente bellezza. Attimi di eccitazione cui pose rimedio subito Carmelina alzando le palpebre e disegnando sulle sue labbra carnose un sorriso aperto e invitante. Fu allora che Giovannino chiuse gli occhi e con impeto si abbandonò su di lei cercando la sua bocca e indurendo il sesso.
«No, Giovannino, cosa fai», disse con arte lei, svicolando dalla stretta e sollevando con le mani la veste per il troppo caldo.
«Dài, accendiamo il forno», gli disse alzandosi.
Giovannino, a quella richiesta inaspettata, si ricompose e andò subito a prendere la legna. Ravvivare la fiamma era il lavoro che gli piaceva di più. Sentire il crepitio dei rami secchi che si contorcevano e scoppiettavano dentro il forno a legna era una magia che lo ammaliava ogni volta. E, come i ciocchi ardenti, anche lui bruciava di desiderio, perdendosi nelle calde e nebbiose volute delle lingue che si levavano. Solo dopo, con i ceppi ben stagionati di faggio, le fiamme smorzavano il loro impeto per consumarsi lentamente e dorare la volta del forno.
Carmelina, intanto, non smetteva di muoversi leggera e allegra per la stanza, districandosi con maestria tra pentole, mestoli di acqua, tavole da distendere e coperte pronte a proteggere le forme di pane per ben lievitare. Nell’aria era tutto un profumo di pasta mescolata all’odore acre dei loro corpi sudati.
Soprattutto quando lei e Giovannino si avvicinavano alla bocca del forno per accertarsi del colore che via via assumeva la cavità rotonda come indizio sicuro per mettere dentro a cuocere le forme di pane.
Le stesse vampate di calore che fuoriuscivano sembravano confondersi e perdersi nei loro volti sempre più gioiosi di vivere l’ebrezza di un desiderio rinnovato.
«Metti ancora un po’ di legna, Giovannino. Tra poco il forno è pronto. Quando la volta si fa tutta bianca vuol dire che è il momento giusto per ricevere le forme da cuocere», diceva tutta contenta Carmelina.
«Tu aiutami a prenderle per metterle sulla pala di legno ed io le sistemo dentro il forno».
Giovannino aveva imparato a prendere il pane ben lievitato e gli piaceva guardare i rapidi movimenti delle braccia di lei che, impugnando saldamente il lungo manico di legno della pala, le deponeva con destrezza dentro il forno accostandole una all’altra.
«Tra poco il profumo del pane cotto si spargerà ovunque e noi rimarremo inebriati, caro Giovannino. C’è solo da aspettare ancora un po’», diceva mentre, fingendo una certa stanchezza, si abbandonava sulla sedia che stava accanto, aprendo le gambe come per prendere respiro.
«Non appena cotte tireremo fuori le pagnotte rotonde e dorate per riporle nelle ceste. È questo il momento più bello della giornata», continuò a dire con uno sguardo ammiccante.
A quelle parole gli occhi di Giovannino brillarono di una felicità nuova.
Fu allora che Carmelina guardò intensamente il cognato che le stava davanti come sospeso e sognante tra le nuvole calde del suo respiro.
«Vieni qua Giovannino», gli disse. «Ora chiudi gli occhi e io ti porterò in paradiso. Tu vuoi vedere il paradiso?».
Giovannino mosse pochi passi, si parò davanti a lei, chiuse gli occhi e tremante aspettò. Fremeva di piacere e gioiva nel sentire le mani di lei che lo toccavano, lo accarezzavano. Lui tratteneva il cuore e sembrava non credere che fosse tutto vero.
Le mani di Carmelina fecero cadere uno dopo l’altro i pochi vestiti di lui, accarezzando la sua nudità con sempre maggiore intensità. Per Giovannino era la prima volta. Di notte spesso aveva immaginato la cognata tutta nuda a fare l’amore con il fratello. Ora non gli sembrava vero. Continuò a stare con gli occhi chiusi, mentre lei continuava ad arpeggiare con le labbra il giovane corpo, lambendo con i seni liberi le sue cosce. Giovannino tremava per il piacere che gli dava, ansimando in un crescendo fino a quando l’onda copiosa a lungo trattenuta non investì la bocca e il petto di lei.
«Sì, è bello il paradiso! È bello, bello», gridava Giovannino, sdraiandosi a terra e fissando il soffitto morto di felicità. Da allora non smise di giocare con la cognata e di godere delle gioie del paradiso, soprattutto dopo che il fratello era passato ad altra vita.
Carmelina, ferma davanti alla tomba del marito, ricordò tutto di quella prima volta. Poi alzò lo sguardo verso il ritratto sorridente di lui.
«Ho da confessarti una cosa», disse. Fece una pausa, sistemò con la mano il fazzoletto nero sul capo che era scivolato da una parte, riprese fiato come se dovesse prepararsi per una corsa.
«Tu sai che ho voluto bene a Giovannino e che lui, crescendo, smaniava per una femmina. A me faceva tanta pena e così… così… ho pensato… che forse … era cristiano … fargli vedere il paradiso…».
Abbassò gli occhi un momento e incominciò a sistemare nel vaso i fiori che aveva portato. Poi si fermò, alzò gli occhi e volle scrutare lo sguardo del marito. Lui non sorrideva più, il suo viso sembrava essersi rabbuiato. Lo guardò meglio e vide che aveva inarcato le sopracciglia e aggrottato la fronte come quando faceva in vita prima di esplodere di rabbia. Lei quelle volte rimaneva in silenzio, aspettando che la tempesta passasse. Sapeva che lui l’avrebbe perdonata come aveva fatto, prima di sposarla, quando gli aveva raccontato “la storia del paradiso”.

(Riproduzione riservata)

© Castelvecchi

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copertinaLa scheda del libro

È un romanzo a incastro con due storie: da una parte, un gruppo di ragazzi dell’entroterra siciliano con la passione dei libri e della filodrammatica, ragazzi che, con l’università, si disperdono in percorsi diversi di vita; dall’altra, il libro I racconti eretici, il cui “personaggio di fumo” Zeropuntozero racconta delle tante imposture che cultura e religioni hanno perpetrato a danno della libertà degli uomini. Un romanzo “programmaticamente inattuale” sullo smarrimento dell’umano.

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