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CRISTINA MARCONI racconta CITTÀ IRREALE

giugno 9, 2019

CRISTINA MARCONI racconta il suo romanzo CITTÀ IRREALE (Ponte alle Grazie)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

di Cristina Marconi

«All’inizio non si fideranno di te ma dopo un po’ ti lasceranno anche servire ai tavoli, vedrai». Le luci della città illuminavano di bagliori elettrici i capelli castani delle due ragazze sedute davanti a me su un autobus notturno. Odore di patatine fritte con l’aceto, folate di birra irrancidita, un inizio di rissa proveniente dai sedili posteriori. E poi le giovani voci italiane delle due passeggere, così compita quella di chi dava consigli, così timorosa e emozionata quella di chi li stava ricevendo. Mi sono chiesta se qualcuno avrebbe mai raccontato la loro storia prima di scendere anche io al capolinea e dimenticarmi di loro.
Nella mia vita londinese, declinazione personale di un’esperienza sempre più collettiva, ho spesso ascoltato narrazioni plastificate, racconti di sé ponderati e sterili con una sottile nota di autogiustificazione. «Non sono partito perché ero infelice, anzi…». Sintomo di uno sforzo estremo di coronare la propria nuova esistenza di qualcosa che forse, non sempre, era mancato nella precedente: l’equilibrio della soddisfazione. Un esercito di moderati, almeno stando ai racconti, che in realtà stava facendo qualcosa di estremamente smodato come cambiare tutto, accettare di perdere punti di riferimento, di privarsi del riflesso rassicurante dello specchio di casa. E quindi giù a negare ogni nostalgia, giù ad appigliarsi ad argomenti molto razionali per spiegare il proprio percorso, a mostrare costantemente il lato migliore di sé. Poi ogni tanto saltava fuori lo spiraglio di verità, la scivolata rivelatoria, il momento di guardia bassa, da non confondere con la cupa lamentela dei giorni di pioggia, immancabile al ritorno da una qualche vacanza al sud. Ho iniziato a raccoglierli, mi piacevano molto.
Londra dissuade dall’esagerare: è la città dell’understatement, non si va in giro urlando di avercela fatta nella vita. Magari a New York succede, chissà. Però l’ambizione, quella, è incoraggiata nella grande metropoli mercantile e questo è il vero magnete che attrae le anime di tutta Europa. Ambizioni grandi: scalare qualcosa, fare soldi, essere al centro del mondo. Ambizioni piccole: molta autonomia e un briciolo di riconoscimento. Così è per Alina, a cui è rimasta una fobia delle scelte e una spiccata avidità di qualcosa che non sa definire, come d’altra parte non sa definire sé stessa. Vuole farsi fantasma in una città fantasmatica perché, nel dubbio, ha deciso che libertà e felicità sono sinonimi. Accetterà di essere vista e capita, di vedere e di capire davvero, solo quando sarà sicura di stare bene.
Due anni e mezzo fa qualcuno mi ha suggerito di scrivere qualcosa di lungo. Un saggio, forse, visto che sono giornalista e che stavo raccontando la Brexit, una delle storie più importanti di questi anni. Città irreale già aleggiava nella forma disordinata di un’intenzione: dare slancio a una storia che si stava rapidamente calcificando nello stereotipo strappacuore del ragazzo immalinconito dal caffè cattivo, all’estero per ripiego. Per questo ho fatto un passo indietro e ho scelto di far partire la mia protagonista prima della crisi economica, non perché quest’ultima non sia stata devastante, ma per riuscire a isolare e studiare il desiderio, sempre ricco di non detto e di spinte inconsce, che mi sembrava ci fosse dietro a ogni scelta di andare altrove.
E quindi è nata Alina con il suo nome che potrebbe venire da qualunque luogo. Sono nati Iain, con quella I di troppo, difficile da pronunciare come ogni lingua nuova, e Vicky, che voleva cambiare il mondo e non solo, come la protagonista del romanzo, andare in un posto già conforme ai suoi confusi desideri. Ne ho visti a migliaia sfrecciare in bicicletta per la Città irreale, li ho intervistati senza che se ne accorgessero davanti a un boccale di birra o a un tè con gli scone, li ho spiati nei momenti di solitudine. Un po’ giornalista lo sono stata anche nel mio esordio narrativo: ho voluto fotografare un mondo, raccontarlo per quello che è stato e che forse con la Brexit non sarà più, fermare quella scintilla psicologica che sfugge ai reportages.
Più che sulla lingua, ho lavorato molto sulla trama, sul modo migliore per far respirare Alina lasciando al lettore libertà e spazio. Per mestiere sono abituata a spiegare tutto, a portare per mano chi legge. In Città irreale ho fatto l’esatto contrario.
Il Grand Tour di Iain e Vicky è narrato in terza persona, volevo descriverli mentre si muovono nel mondo e vanno inavvertitamente a definire lo spazio in cui atterrerà un giorno la protagonista. Ad Alina, i miei occhi sulla città, ragazza di cui conosciamo a malapena l’aspetto fisico, ho lasciato il compito di raccontare la sua storia, permettendole addirittura di eludere alcuni episodi importanti. E’ obiettiva, imparziale, affidabile? Facciamo bene a crederle? Non possiamo saperlo e proprio per questo è la migliore testimone possibile della Città irreale.

(Riproduzione riservata)

© Cristina Marconi

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La scheda del libro
Nel 2008, quando lascia l’Italia, Alina ha 26 anni: Roma le sta stretta e lei non ama limiti e definizioni. La sua meta è una Londra finora sognata, che si trova proprio alla vigilia della crisi, nell’ultimo momento di porte aperte e possibilità infinite per la sua generazione. Fra piogge improvvise e sprazzi di sole, inerzie e incontri fortunati, trova un lavoro più promettente di quello che ha lasciato da noi e inizia a farsi strada nell’unica società a cui spera un giorno di appartenere. Per lei, credeva, l’identità è un concetto fluido, da piegarsi a piacimento. Scopre che non è così quando entra in scena Iain, giovane medico inglese, e con lui il suo giro di amici. Alina se ne innamora ma il riserbo britannico di lui e l’ostinazione di Alina nel guardare solo al futuro alzeranno la prima barriera fra la ragazza e il suo mondo elettivo. Perché anche Iain ha conosciuto più di un altrove. Nei tardi anni Novanta, a neppure vent’anni, lui e la giovane Vicky avevano lasciato le loro belle case londinesi per andare a vivere in Italia lavorando come volontari. Il fantasma di quel periodo ha ombre lunghe che toccano Alina, costretta a misurarsi con una realtà più inafferrabile del previsto e con il rischio costante di restare sospesa fra due mondi.

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Cristina Marconi vive dal 2011 a Londra, da dove scrive di politica, economia e cultura per Il Messaggero, Il Foglio e altre testate. Laureata in Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha vissuto anche a Parigi e per molti anni a Bruxelles. Città irreale è il suo primo romanzo.

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