Home > Articoli e varie > BRANCATI, GUGLIELMINO E UN CARTEGGIO INEDITO

BRANCATI, GUGLIELMINO E UN CARTEGGIO INEDITO

giugno 12, 2019

Un carteggio inedito fra Brancati e il suo maestro Francesco Guglielmino.
Un materiale preziosissimo che attende di essere acquisito e valorizzato dalle nostre istituzioni letterarie.

di Antonio Di Grado

Quando si parla (e se ne parla poco) di Francesco Guglielmino (Acicatena 1872-Catania 1956), si ricorda il delicato poeta dialettale di Ciuri di strata, oppure il valente grecista che insegnò prima al Liceo Spedalieri e poi nell’Ateneo catanese, pubblicando libri come L’arte e l’artificio nel dramma greco. E basterebbe questo a meritargli onori di poeta e studioso. Ma c’è dell’altro, che attiene alla storia della cultura così come a quella degli affetti, a quella trasmissione di conoscenze e di valori tra le generazioni che è l’anima e il motore della storia delle idee e delle forme artistiche. Ed è la funzione di devoto compagno di strada o di discreto e arguto mentore che gli fu attribuita da più d’una generazione d’intellettuali e di scrittori etnei, insomma di cerniera fra la generazione di Verga e De Roberto e quella di Brancati.
Consegnate al mito e all’agiografia sono le confessioni di cui egli fu depositario, rispetto alla generazione dei maestri del cosiddetto verismo: e penso a Verga che gli confida la sua impotenza creativa, le ragioni del suo “silenzio”, l’impossibilità di far parlare altre classi e soggetti all’infuori della “gentuzza”, oppure a un analogo, e anzi più cupo, sfogo di De Roberto: «Una sera – scrive Brancati -, Federico De Roberto, ritiratosi nell’angolo buio del suo balcone col vecchio amico Francesco Guglielmino, diede sfogo alla sua amarezza: “Nulla resterà di me!” si mise a dire. “Nulla! Sono uno scrittore fallito!”».
Per non dire, poi, delle divagazioni verghiane sul gallismo velleitario (e dunque sulla latente impotenza) dei catanesi, gli “ingravida­balconi”, sempre consegnate a Guglielmino e riferite da Brancati: ma qui siamo, per l’appunto, in piena mitografia brancatiana, e tanto Verga che Guglielmino vi figurano infatti come maschere dell’a­ma­ra commedia del sesso, del tedio, dell’inettitudine. Ed eccoci già a un bivio, a un possibile snodo: per intendere Guglielmino-intellettuale, occorrerà forse dimenticare Guglielmino-personaggio, la figurina crepuscolare amabile e un po’ buffa consegnataci da Brancati. L’altra faccia della spietata intelligenza critica di Brancati è la sua tendenza a ridimensionare e parodizzare, a ridurre a bozzetto e a pantomima le figure e gli ambienti: la Catania degli anni ’30-’40 degli Anni perduti o del Bell’Antonio è sicuramente una straordinaria metafora, ma non è una rappresentazione realistica e veritiera di ambienti e personaggi, tutti impietosamente caricaturizzati, tutti sacrificati a quella potente, suggestiva metafora (e lo stesso vale per la macchiettistica intellighenzia nissena di Sogno di un valzer).
Ma chi era, e cosa rappresentava, Guglielmino per Brancati? Il “silenzio dell’Ottocento” (da Singolare avventura di viaggio: «Noi abbiamo la fanciullezza lontano, molto lontano, in un secolo diverso. […] E’ laggiù, in fondo, dove c’è il lume a petrolio e c’è ancora la diligenza, e c’è un grande silenzio. […] Questo silenzio dell’Ottocento!… Noi lo portiamo in fondo alla vita: esso sale, in certi momenti, sale piano piano, ci fa girare la testa… Questo silenzio profondo, etereo, lontano, in esseri come noi, pieni di tante forze, spinti ad agire come gli uccelli a volare…»): e cioè quella memoria di virtù borghesi (l’onestà e il pudore, la lealtà e il buon senso), quel nodo di scrupoli e indolenze, di spazi inviolabili e di tempi dilatati, quel grumo di sbiaditi ricordi, di rassicuranti abitudini e innocenti pregiudizi, da rimpiangere per il fatto stesso d’essere trascorsi, e utili a far peso, di flemmatica inerzia e di civile disapprovazione, sullo scomposto attivismo del secolo nuovo.
E tutto ciò s’incarna, agli occhi del giovane Brancati, nella figura démodée e nei patologici “scrupoli”, nella discrezione e nella probità di uomini come Federico De Roberto e Francesco Guglielmino, che nel fragoroso e turbolento Novecento sembrano insinuarsi come convitati di pietra, come inattuali modelli di laicità liberale, o (ed è il caso di Guglielmino) come maldestre e sgomente figurine chapliniane, avvolte e difese da un velo di miopia e sordità, e comunque come eredi ed emblemi del “mondo di ieri”, della Catania felix rappresentata (e rimpianta) nel Bell’Antonio dallo zio Ermenegildo.
Ed ecco come opera il mitografo, come Guglielmino diventa leggenda e funzione: in una remota novella del giovanissimo Brancati, Trampolini si imbatte in una donna alle soglie del giardino Bellini, c’imbattiamo in questo Guglielmino-Trampolini (in più d’una novella Brancati gl’impone questo trasparente travestimento) che passeggia in via Etnea: «Pochi sanno che, anche attraverso le lenti, il mio maestro non riesce a distinguere bene le cose lontane. Egli ha rinunziato, con molta eleganza, alle stelle, alle nuvole, ai campanili. Il mondo s’è fatto così più raccolto e più piccolo intorno a lui. “Del resto,” egli dice, “è inutile guardare le cose inafferrabili. La sproporzione fra la portata della nostra vista e quella della nostra mano fa nascere le chimere e provoca le grandi disillusioni. Con l’accor­ciar­si della mia vista, io ho ristabilito l’equilibrio nei miei desideri e circoscritto il campo della mia inquietudine”.»
A Trampolini-Guglielmino, che perciò definitivamente s’inoltra «nel crepuscolo soave di tutte le cose, nel pianissimo di tutte le voci, quando nulla avrà contorni e certezza», accade d’adocchiare una donna all’altezza della villa Bellini, e di vagheggiarla invano, scambiando per un’eterea jeune fille en fleur quella che è, nell’atroce realtà, un’attempata meretrice. Il disinganno sarà tremendo, ma – ci suggerisce il Guglielmino di Brancati – è meglio rifugiarsi nella visione sfocata del miope, accesa dal desiderio d’una irraggiungibile bellezza: un “malinteso”, certo, quello del povero Tram­po­li­ni, ma forse è un malinteso, un felicissimo e benefico malinteso, la bellezza. E forse è un malinteso la memoria, la favola bella d’una Catania “brancatiana” odorosa di zagara e di buone maniere, vagheggiata a schermo della Catania tediata e offesa del presente.
Su questa poetica, e su quest’archetipo di valori nobilmente desueti, schermati da un velo di senile, sardonica ottusità, Brancati edifica – come Proust nella sua tazza di tè – “l’edificio immenso del ricordo”, la mistificante ma preziosa mitografia del “mondo di ieri”: ma c’è da chiedersi, prima di liberare Guglielmino da questa stinta aureola, quanto il personaggio reale, il professore universitario, il grecista e l’intel­let­tua­le social-riformista, prestassero elementi di verosimiglianza, di atten­dibilità a questa messinscena. E allora occorre rivolgersi, forse, al poeta di Ciuri di strata, alle umili tamerici crepuscolari, al circoscritto nucleo d’affetti e di moralità provinciali, e in definitiva dunque all’opera di understatement, di programmatica sprezzatura, di ironico auto-ridi­men­­sionamento che lo stesso Guglielmino poeta opera nei confronti di Guglielmino studioso e intellettuale. Non solo, ma anche alle autorevoli sponsorizzazioni di cui quell’opera beneficiò da parte dei portavoce delle tre generazioni di scrittori che hanno arricchito, e anzi inventato, la letteratura siciliana: e mi riferisco, ovviamente, alle tre successive prefazioni ai Ciuri di strata redatte da Federico De Roberto, da Vitaliano Brancati e da Leonardo Sciascia, e dunque al fatto (apparentemente paradossale) che l’esile silloge guglielminiana sia stata avvalorata e adottata proprio dai protagonisti della coerente linea analitica, scettica, demistificatrice che attraversa, e illumina, quella letteratura.
Quanto a De Roberto, il carteggio con Guglielmino ci dice del­­­l’i­so­lamento e nello scoramento dell’ormai anziano e obliato autore dei Vicerè, dei tentativi del più giovane amico di confortarlo sia de­gli in­­suc­cessi teatrali (e Guglielmino si avventura, non sai se per sprovvedutezza o per piaggeria, a comparare sfavorevolmente a quelle pièces, e anzi decisamente a denigrare, certe «lambiccature pseudo-filosofiche in cui di vita e di verità ce n’è assai meno»: e sta parlando, per chi non l’avesse capito, di Pirandello!) sia della perdita di Verga, «il grande fratello d’arte e d’anima». Ma alla fine, e significativamente consegnati all’ultima lettera, non restano in Guglielmino, a fronte dell’esigente idolo di cui sorveglia il crepuscolo, che «rammarico», «vergogna e rimorso»: come un complesso di colpa, da “postero”, e per ciò stesso correo della sconfitta derobertiana, ovvero come consapevolezza di un comune destino d’oblio, da condividere con l’anziano scrittore e con quel comune patrimonio di valori: di un destino che, ovviamente, tanto più pesantemente travolgerà il candido poeta e professore di Acicatena.
Del carteggio con Brancati, che di Guglielmino fu allievo liceale e che per tutta la vita gli riservò un’immutata devozione, nulla invece finora si sapeva. Le carte del vecchio professore, variamente vendute dal nipote, sono ora in gran parte in possesso dell’antiquario Antonio Parisi, che a buon diritto confida nell’acquisizione di quel notevole patrimonio da parte degli enti preposti, dalla Soprintendenza ai beni librari e archivistici alla Fondazione Verga, dall’Università di Catania al Comune di Acicatena, e così via. E questa mia nota vale infatti anche da appello alle istituzioni, affinché acquistino il merito di recuperare questo tesoretto di pubblicazioni, lettere, fotografie.
All’interno del quale (Parisi mi ha generosamente permesso di frugarvi) c’è una sorpresa emozionante: parecchie decine di lettere e cartoline di Vitaliano Brancati, dal tempo della maturità liceale alla prematura scomparsa dello scrittore. E c’è pure un ritaglio del “Giornale dell’isola” del 14 maggio 1926, inviato al maestro, con un lungo articolo d’un Brancati diciottenne su san Francesco d’Assisi, opposto come modello di soave contemplazione all’idealismo e al greve onere di cui quella filosofia gravò l’uomo, convincendolo di “creare il mondo”: «Ma la coscienza di questa nostra funzione ci affatica e ci logora angosciosamente. Noi abbiamo la stanchezza di creare l’Universo». E a quella stanchezza si associa «un bisogno doloroso di inginocchiarci, per un attimo soltanto, di essere creati e non creatori»: è una pagina così diversa da quelle della muscolosa, attivistica e trionfalistica parentesi fascista; e prelude semmai al Brancati maturo e alla vena laicamente e problematicamente religiosa che scorre in certe pagine del Diario romano e di Paolo il caldo.
Non mi pare che di quest’articolo si sapesse finora; né tantomeno delle lettere. Come quella inviata da Caltanissetta dal giovane professore Brancati, che si è ritirato in provincia (la “noia del ‘937”) ed è tornato all’insegnamento quasi a espiare quel passato fascista: «Sto con l’orecchio alla radio, e ogni momento faccio una congettura opposta a quella del momento prima». È la confusa e agitata condizione di quell’ultimo scorcio degli anni Trenta, cui Vittorini darà il nome di “astratto furore”, o di “quiete nella non speranza”. Brancati definì quegli anni “perduti”, e così intitolò il suo primo romanzo di drastica svolta. A proposito del quale così scrive da Roma il 20 gennaio 1942:

Questo romanzetto è stato scritto in un periodo molto nero della mia vita: di crisi, si direbbe con una brutta parola moderna. Era la prima volta che vedevo tutta la stupidità dell’attivismo e di coloro che, non avendo un serio modo di vivere, trovano, negli attivisti, giudici o guide miracolosi.
Caro Professore, fra la Sua e la mia generazione c’è una generazione intermedia, quella che veniva a scuola da Lei con Marinetti da nascondere sotto il banco, e che gode la Sua e la nostra antipatia. C’è una generazione che ha disprezzato i Suoi insegnamenti […] e ha voluto insegnare a noi delle sciocchezze. Purtroppo, nonostante la nostra diffidenza, non si può dire che un po’ di male non sia riuscita a farcelo: a Lei per esempio, quello di darLe il sospetto, sia pure minimo, sia pure fugacissimo, che il mondo cambiava e Lei non lo capiva; a me quello di far scrivere, almeno fino a una certa età, cose di cui dovrò sempre vergognarmi.

E chissà quale speranza coltiva, quale avvenimento che riscatti non solo lui da quell’amara inerzia, quando scrive, il 20 gennaio del ’43: «Io non riesco a liberarmi di una fortissima malinconia che a poco a poco penetra in ogni mio atto e pensiero, minacciando di diventare una seconda natura. […] Ci vorrà una violenta scossa per guarirmi. Un avvenimento felice, che non riguardi me personalmente, ma riguardi tutti». Il 18 febbraio 1950, quando la storia patria ha già registrato quella “scossa” ma purtroppo l’ha archiviata, Brancati ha già sposato la Proclemer e visto nascere Antonia (di entrambi gli eventi dà notizia con entusiasmo al maestro) e vive intensamente a Roma fra teatri, premi letterari, redazioni giornalistiche; ma confessa a Guglielmino la sua “riluttanza” a questo forzato presenzialismo: «Si finisce […] coll’essere fotografati al magnesio e quindi stampati sui giornali come i giocatori di calcio e gli autori dei delitti. Le città mi hanno un po’ stancato e penso spesso al mare di Acitrezza in cui mi recavo in bicicletta, con un libro nel portabagagli».
imageE aggiunge: «La Sicilia è il solo paese che abbia un sapore nell’insipido mondo moderno, e se non fossi felice della mia vita privata di qui – mia moglie e mia figlia – passerei gran parte dell’anno in Sicilia». E c’è tant’altro da scovare, in queste lettere: come in quelle del 1942 in cui parla del suo Don Giovanni involontario, fiero d’avere evitato ogni contaminazione di “pirandellismo” e “intimismo” («Il pubblico intelligente è stanco di queste false profondità e modernismi»), oppure delle sue sceneggiature cinematografiche (drastico il ripudio della Bella addormentata di Chiarini, tratta dall’opera teatrale di Rosso di San Secondo sulla quale Brancati è spietato: «La commedia è bruttissima») e sul cinema stesso: «Il cinema italiano è una macchina che stritola ogni cosa, e non valgono consigli trovate ecc.».
Il 2 febbraio 1952 un Brancati indignato notifica all’anziano professore una duplice, cocente delusione: nei confronti del quotidiano “Il Tempo”, «la cui redazione è piena di malumore verso di me, da quando fui costretto a lasciare il mio posto di collaboratore per motivi politici (il giornale era diventato fascista)», e per la censura a La governante:

La censura sta diventando in Italia intollerabile. Non abbiamo più sacerdoti, perché i sacerdoti si sono trasformati in uomini politici che pesano sulla vita amministrativa e su quella letteraria. Pubblicherò la commedia in volume, facendola seguire da un saggio molto violento contro la censura.
Caro Professore, la Sua giovinezza, la Sua maturità poterono trascorrere in un’Italia veramente libera. Ma la nostra giovinezza è passata sotto la dittatura e la nostra maturità è minacciata da tre tirannidi: una clericale, una fascista e un’altra comunista. Né i ricchi né i poveri ci permettono libertà di pensiero. Speravamo tanto nella gioventù colta, ma le aule universitarie sono piene di giovani violenti che vogliono impedire di parlare a un uomo come Calosso [Umberto Calosso, intellettuale e docente socialista aggredito da neofascisti, n.d.R.], reo… di essere stato costretto all’esilio dal fascismo.

È un Brancati nella piena maturità della sua coscienza civile, prima che da qui a due anni la morte ne interrompa l’evolversi, ma anche della sua elaborazione intellettuale, come dimostrano la svolta narrativa e le impennate esistenziali di Paolo il caldo e come dimostra una lettera di poco successiva (1 marzo ’52): «Io non so se la scienza tornerà a unirsi con la filosofia. Mi sembra che per quanto si possa dimostrare che materia ed energia sono la stessa cosa, la distanza fra energia fisica e pensiero o coscienza rimanga, anzi si allarghi. Le scoperte della scienza mi sorprendono, addirittura mi spaventano; ma l’atto del pensare continua a sembrarmi di una natura completamente diversa, e mi spaventa ancora di più».
Un materiale preziosissimo, dunque, che attende di essere acquisito e valorizzato dalle nostre istituzioni letterarie. E perché non si è mai pensato a una Fondazione Brancati, che a somiglianza dell’operosa Fondazione Verga raccolga documenti, promuova iniziative, non lasci estinguersi quella grande lezione d’intelligenza critica, di moralità e di stile?

 * * *

Antonio Di Grado è professore ordinario di Letteratura italiana nell’università di Catania e direttore letterario della Fondazione Leonardo Sciascia. Ha vagabondato nei secoli della storia letteraria, pubblicando numerosi saggi e volumi: ultimi, Un cruciverba italo-franco-belga: Sciascia-Bernanos-Simenon (2014), Anarchia come romanzo e come fede (2015), Vittorini a cavallo (2016). Di lui Claude Ambroise scrisse, nel terzo volume delle Opere di Sciascia edite da Bompiani: «Di Grado riprende una tradizione di critici scrittori. Egli riassorbe nella scrittura il suo rapporto con il testo, con la tradizione letteraria, con la critica, ripercorrendoli liberamente in vari sensi. Si tratta di un discorso di autentica critica, fatto per essere letto nella sua autonomia e integrità di “testo”; e tuttavia di testo che costantemente rimanda a un’opera». Tra le sue opere più recenti: “L’idea che uccide. I romanzieri dell’anarchia tra fascino e sgomento” (Nerosubianco).

* * *

© Letteratitudine

www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: